Annientamento – Recensione

Una spedizione composta da quattro professioniste (una biologa, una psicologa, una topografa e un’antropologa) viene inviata nella cosiddetta “Area X”, in Florida, dall’agenzia governativa Southern Reach. A seguito di un “Evento” non meglio specificato, l’area si è trasformata in qualcosa di incomprensibile: le undici spedizioni precedenti hanno avuto pessima sorte, molti non sono tornati, altri sono riapparsi a casa senza preavviso e sono morti poco tempo dopo.

A narrare è la biologa, moglie di un membro dell’undicesima spedizione. Una voce delicata, struggente, che VanderMeer è bravissimo a caratterizzare. Il suo personaggio, l’“uccello fantasma” innamorato degli angoli indecifrabili del mondo, ci mostra un’Area X che è al contempo terrificante, disturbante e suggestiva; e pian piano ci racconta, attraverso il suo particolare sguardo, le sorti della dodicesima spedizione.

Dal sito di Jeff VanderMeer

“Annientamento” (“Annihilation” in lingua originale) è un romanzo breve, ma molto intenso. L’autore riesce con grande agilità a costruire un mondo familiare e alieno al tempo stesso, a formulare ipotesi, a suggerire spiegazioni, ma il suo obiettivo sembra un altro: raccontarci i personaggi, o meglio il personaggio, la protagonista senza nome. L’esplorazione dell’Area X in questo senso è quasi un espediente che va a intrecciarsi con la sua ricerca intima e personale, toccando momenti di grande intensità emotiva. Il tutto realizzato con apparente semplicità strutturale, un resoconto spezzato dai flashback e arricchito da bellissime descrizioni.

VanderMeer ebbe l’ispirazione per l’opera durante un lungo trekking nel St. Marks National Refuge, una vasta area protetta vicino Tallahassee, Florida, dove l’autore vive da anni. Il romanzo ha vinto il Premio Nebula e il Premio Shirley Jackson e nel 2018 vedrà la luce in versione cinematografica nelle sale, diretto da Alex Garland (l’autore di “The beach”, ma anche sceneggiatore e produttore) e interpretato da Natalie Portman (scelta che mi pare azzeccatissima).

Una delle prima immagini dal (blindatissimo) set

Un plauso a Einaudi per aver pubblicato l’opera (e i due sequel della trilogia) in una collana mainstream, e anche per l’oggetto-libro che è molto particolare e ben curato… anche se un prezzo di copertina di 16 euro per un romanzo di neanche 200 pagine è esagerato, eh.

Real Mars – Recensione

Oggi parliamo di un libro pubblicato da quella che è entrata di prepotenza nella lista delle nostre case editrici preferite (Zona42, di cui abbiamo già recensito Desolation Road e Dimenticami Trovami Sognami). Zona42 continua a fare un ottimo lavoro con un catalogo intelligente e coraggioso, a cui si aggiunge il secondo titolo di un autore italiano: “Real Mars” di Alessandro Vietti, uscito quest’anno in e-book e cartaceo.

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La strada – Recensione

Dopo che una catastrofe non meglio specificata ha trasformato il pianeta in un arido deserto di cenere privo di fauna e flora, un uomo e il suo figlioletto attraversano gli Stati Uniti cercando di sopravvivere al freddo, alla fame e a chiunque gli si pari davanti. Il loro viaggio è un crescendo drammatico di violenza e di domande sul senso di tutto ciò, destinate a restare senza risposta.

“La strada” di Cormac McCarthy è un libro che ho faticato a finire, per un motivo che ho compreso solo a metà dell’opera: il disprezzo. Questo genere di distopia d’oltreoceano rappresenta infatti ciò che più disprezzo in certa cultura americana, l’idea ossessiva dell’homo homini lupus portata all’estremo, la convinzione che gli esseri umani siano fondamentalmente bastardi sanguinari e che al crollo della società civile inizierebbero a divorarsi (letteralmente) tra loro. Il romanzo si basa su questa visione del mondo incrollabile, monolitica, priva di qualunque spiraglio di luce, finendo per diventare una lettura pesante e morbosa.

Viggo Mortensen, protagonista della versione cinematografica di “The road” (2009)

Nonostante McCarthy sia un bravo scrittore – incredibilmente evocativo in ogni frangente, anche quando descrive la dispensa di un cannibale – queste sue scelte narrative mi hanno impedito di apprezzare “La strada” come romanzo di fantascienza. Se il mio rifiuto può essere un giudizio molto soggettivo, posso dire da un punto di vista più ampio che c’è molta faciloneria nel ritrarre un mondo post-apocalittico popolato solo di figli di puttana: così siamo bravi tutti, perché non bisogna impegnarsi a tirare fuori qualcosa di credibile o originale. Mi viene in mente Doris Lessing e la sua minuziosa, intelligente descrizione di una nuova società senza regole in “Memorie di una sopravvissuta”. Mi viene in mente anche un commento di Giulia mentre discutevamo di questo romanzo: “Ci sono posti al mondo dove se domani crollasse ogni regola nessuno si accorgerebbe della differenza”.

Ecco quello che non ho sopportato in “La strada”: è ruffiano e banale. Un romanzo di sci-fi che si basa su un immaginario trito e privo di sfumature manca il bersaglio e McCarthy, per quanto sia un bravo scrittore, non si dimostra un bravo scrittore di fantascienza.

Nelson – Recensione

[Quest’oggi il Dodo si scinde e torna a essere due persone distinte. Nella fattispecie, Elena Di Fazio. Il motivo? Voglio recensire “Nelson”, uno degli ultimi titoli della collana Odissea Digital di Delos, ma l’autrice è Giulia Abbate, l’altra metà del Dodo, nonché mia amica, socia e compagna di merende da vent’anni. Per correttezza verso il lettore, quindi, trovo giusto aprire la recensione con questa premessa: conosco l’autrice e ho visto questo romanzo nascere e crescere, dalla prima versione cartacea su un quaderno di scuola alla bozza finale che ha attraccato nel porto di Delos Digital. Esporrò il mio giudizio in modo obiettivo, dicendo ciò che penso davvero dell’opera, ma è giusto che il lettore lo sappia. Yoh-oh!]

Il destino della fantascienza italiana di questi anni sembra essere l’ibridazione fra generi, come hanno dimostrato i Premi Urania degli ultimi anni (quasi tutti fantagialli e un new weird). Non è una critica, solo un’osservazione, la stessa che si può applicare a “Nelson”.

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Volo su Titano di S. Weinbaum – Recensione

Diciamocelo pure: a leggere fantascienza siamo quattro gatti. E anche piuttosto litigiosi.
Come ogni “religione di nicchia” che si rispetti, infatti, la fede fantascientifica si divide in mille scismi: SF impegnata contro Space Opera sparatutto, Cyberpunk contro NewWave contro quellochevipare, Neoqualcosa contro Urbanquello, questa non è vera fantascienza, quella è troppo soft, quell’altra ha una macchia di fantastico di troppo.

Ci sono però dei testi che rischiano di metterci d’accordo tutti (e di aprirci una spaventosa voragine di tempo libero: con chi litigo, adesso?). “Volo su Titano” è uno di questi.

Astronavi, ovvero Zeppelin laccati. It’s 1930, baby!

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