La fantascienza delle donne a Stranimondi2017 – Donne al (tele)comando & more

Il 14 e 15 ottobre 2017 a Milano si è tenuta Stranimondi – convention del libro fantastico, che ha visto la sua terza edizione e che in soli tre anni di vita si è imposta come un appuntamento importante per il fantastico e soprattutto per la fantascienza italiana.

In una cornice abbastanza raccolta, si trova un’offerta culturale ampia e profonda per lettori e appassionati. E gli adetti ai lavori (editori e autori in primis) possono ritrovarsi e rendersi conto dello stato di salute della fantascienza italiana: delle urgenze, dei temi “caldi”, dei problemi che ci sono e che vanno sollevati, delle novità assolute, degli anche no da riconsiderare, e così via.

Uno dei temi presidiati quasi da subito a Stranimondi è stato quello della fantascienza delle donne. Nel settore storicamente maschilista della letteratura fantascientifca, Stranimondi ha affrontato in vari modi la questione relativa a questa etichetta, varia e forse anche sommaria.

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Festival “Oltre lo specchio” a Milano – “Worlds of Ursula K. Le Guin”, panel con Giulia Abbate

Abbiamo già segnalato la prossima partenza di “Oltre lo specchio – Festival dell’immaginario fantastico e di fantascienza”, dal 5 al 12 giugno 2019 a Milano.In quei giorni ci saranno una serie di proiezioni, incontri ed eventi in diversi cinema milanesi, tutti dedicati al fantastico, alla fantascienza e a quel che ci passa nel mezzo. [Leggi anche: Oltre lo specchio, un festival di cinema e fantascienza a Milano]

Ci sarà anche una metà del dodo: Giulia Abbate parteciperà alla proiezione del (meraviglioso!) documentario dedicato a Ursula Le Guin “Worlds of Ursula K. Le Guin”, che sarà presentato in anteprima proprio da Oltre lo Specchio.

Worlds of Ursula K. Le Guin Official Trailer from Arwen Curry on Vimeo.

“Worlds of Ursula K. Le Guin” verrà proiettato presso il MIC – Museo interattivo del cinema il giorno 2 giugno 2019 alle ore 19:00. Il documentario è in versione originale con sottotitoli in italiano e dura 68 minuti.
L’ingresso è libero!
A seguire, ci sarà una discussione sul documentario intitolata “Fantascienza femminile singolare“, nella quale parleremo insieme di Ursula Le Guin e di altre autrici significative, coinvolgendo ovviamente il pubblico in un dibattito.

Il panel sarà coordinato da Mariana Marenghi, libraia del bellissimo “Covo della Ladra” che in pochissimo tempo si è imposto come un punto di riferimento per appassionat* milanesi, grazie ai tanti incontri e iniziative di qualità. Parteciperanno Franci Conforti, scrittrice milanese Premio Odissea e finalista Urania, Elisabetta Di Minico, studiosa e autrice del saggio “Il futuro in bilico” dedicato alla distopia, e Giulia Abbate, scrittrice, editor e dodo che vi scrive.

 

Leggi QUI il calendario e i dettagli degli eventi

@ MIC – Museo Interattivo del Cinema, viale Fulvio Testi 121, Milano
Sabato 8 giugno 2019 dalle ore 19:00
Documentario: “Worlds of Ursula K. Le Guin” di Arwen Curry (68′, sott. ita)
Panel: “Fantascienza, singolare femminile”
Con Mariana Marenghi, Franci Conforti, Elisabetta Di Minico, Giulia Abbate
Ingresso libero

Vi aspettiamo per una serata oltre lo specchio, nei mondi di Ursula!

Festival Oltre lo Specchio: le proiezioni
Festival Oltre lo Specchio: gli eventi collaterali

Duecento anni di Frankenstein e sei racconti romantici & gotici su Mary Shelley e il suo Prometeo moderno

L’articolo originale è stato pubblicato in occasione dei duecento anni della prima pubblicazione di “Frankenstein”, per la rubrica “La fantascienza delle donne” di Giulia Abbate e Elena Di Fazio su Andromeda – Rivista di fantascienza – Articolo a cura di Giulia Abbate

Primo

La madre di Mary Shelley era Mary Wollstonecraft, filosofa e scrittrice considerata fondatrice del femminismo liberale.

Donna avventurosa e indipendente, va via di casa dopo un’infanzia segnata dai maltrattamenti del padre alcolista sulla madre e su fratelli e sorelle. Inizia a lavorare per mantenersi, e nel frattempo completa la sua istruzione da autodidatta. Insieme alla sorella Elizabeth e all’amica Fanny Blood, tenta più volte di aprire delle scuole a Londra.

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Dopo la morte di Fanny a causa di una gravidanza, Mary prosegue il suo percorso pubblicando nel frattempo libelli, articoli, saggi, libri per l’infanzia e traduzioni dei maggiori intellettuali europei suoi contemporanei. Dopo un legame con il pittore Füssli, al quale propone una convivenza inclusiva della moglie di lui (esperimento rifiutato dalla signora Füssli), Mary si sposta a Parigi proprio nel periodo rivoluzionario e vive lì i giorni del Terrore. Ha una figlia, Fanny, dall’avventuriero Imlay, dal quale però Mary si separa: tenta il suicidio a Londra, ma poi si riprende. Si lega al filosofo anarchico Willian Godwin: entrambi sono contrari all’istituzione del matrimonio, quindi portano avanti la loro relazione senza convivere.

Da questo amore, il 30 agosto 1797 nasce Mary Wollstonecraft Godwin, futura “Mary Shelley”. Che però non avrà il dono di conoscere la sua eccezionale madre: Mary Wollstonecraft muore pochi giorni dopo averla data alla luce, per una setticemia.

Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse.”

[Mary Wollstonecraft, da “Rivendicazione dei diritti della donna”, 1792]

Secondo

Anche Mary Wollstonecraft Godwin visse una vita più libera delle sue contemporanee, nella quale combatté per la propria indipendenza e rifiutò le convenzioni imposte al suo genere: a prezzo di ristrettezze, fughe, incomprensioni, fatiche immani e una “perseveranza invincibile”, parole di suo padre.

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Cresciuta con una matrigna che non l’amava, interiorizza comunque le convinzioni antimatrimoniali e anticonvenzionali di suo padre. Cresce in casa di amici di Godwin, radicali a loro volta, e quando diciassettenne incontra il poeta Percy Shelley, si lega a lui (con un giuramento, si racconta, di fronte alla tomba di Mary Wollstonecraft) in un amore che segnerà la vita di entrambi e terminerà solo alla morte dell’uomo, in mare, nel 1822.

Secondo una leggenda, il poeta viene cremato, ma il suo cuore brucia solo in parte e verrà consegnato proprio a Mary: lei lo custodirà insieme alle ciocche dei tre figlioletti morti bimbi, e al poema inedito “Adonis”. Il tutto è ritrovato dopo la sua morte da Percy Florence, il quarto figlio di Mary e unico rimasto in vita, che le resta accanto e la assiste con amore insieme alla moglie. E che vorrà il cuore di suo padre sepolto nella propria stessa tomba.

Terzo

La vita di Mary è segnata dalla perdita dei suoi bambini nati e non nati. Nel suo diario, in un periodo di poco precedente alla stesura di Frankenstein, Mary racconta di un sogno: in esso, riesce a riportare in vita la sua prima figlioletta Clara, morta poco dopo la nascita, riscaldandone il corpicino senza vita.

E in un articolo circostanziato e convincente, la giornalista Ruth Franklin mette in relazione Frankenstein con il fatto che, negli stessi anni in cui fu composto, pubblicato e poi di nuovo revisionato, Mary ha a che fare con la maternità e con il lutto: nel 1815 perde Clara, e con quella ferita si prende cura del secondogenito William proprio nei giorni svizzeri in cui compone Frankenstein e nei quali dà alla luce Clara Everina. Entrambi i bimbi morranno di malattia nel giro di pochi anni: prima della seconda edizione di Frankenstein del 1831 a Mary resta solo il piccolo Percy Florence.

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Franklin trova diverse corrispondenze a sostegno di questa lettura “maternale” di Frankenstein, già affrontata da altr*. Ad esempio: nel romanzo alcuni termini come labor, travaglio, indicano anche la nascita della creatura. E William è anche il nome di un personaggio del libro, la prima vittima della creatura: un bambino.

Frankenstein non è solo la trovata letteraria di una figlia del proprio tempo, presa dallo straniamento e dal timore di fronte al progredire della scienza. Non è esclusivamente monito alla superbia umana che si vuole sostituire a Dio, ma è anche il canto stanco di una donna cresciuta nel lutto. Il tema del ritorno alla vita, così inquietante e grottesco, diviene forse tentativo di guargione: Mary è capace di avere bambini, ma le muoiono uno dopo l’altro – questa vitalità che svanisce in fretta, crudele.

[Da “Mary Shelley: la morte per compagna (e la vita come aspirazione)” di Alessia Ghisi Migliari su Psicolab]

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Quarto

Le circostanze della nascita del romanzo Frankenstein sono universalmente note.

“Nell’estate del 1816 visitammo la Svizzera e diventammo amici di Lord Byron […] Ma quella si rivelò un’estate umida e inclemente, e una pioggia che non finiva mai ci confinava spesso in casa per giorni.”

Mary Wollstonecraft Shelley, insieme a Percy Shelley, Lord Byron, Claire Clermont, James Polidori, gruppo di amici uniti da relazioni liquide che oggi chiameremmo forse poliamorose, iniziano su proposta di Byron un gioco letterario: ognuno di loro avrebbe dovuto scrivere una storia di fantasmi.

Proprio il 1816 è ricordato negli annali come “l’anno senza estate”: tre grandi eruzioni (nei Caraibi 1812, Filippine 1814, Indonesia 1815) hanno un forte impatto sul clima terrestre a causa del denso strato di ceneri riversate nell’atmosfera, che abbassa la temperatura globale e smorza l’azione della luce del sole, già tenue proprio in quel periodo incluso nel Minimo di Dalton.

È un po’ ingiusto dare alla pioggia il merito della nascita di Frankenstein, come fa Chiara Valerio nella sua lettura comunque appassionata e appassionante. Dopotutto, la scrittura fu una scelta precisa: con la pioggia e un gruppo di poliamore le possibilità alternative di impiegare il tempo erano praticamente infinite.

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Quinto

Mary sfrutta al meglio le suggestioni datele dagli inquietanti sviluppi del galvanismo: proprio in quegli anni, medici come Giovanni Aldini, allievo proprio di Luigi Galvani, sperimentavano l’elettricità sui cadaveri pubblicando poi articoli e resoconti entusiastici.

Frankenstein, il Prometeo moderno, non è la creatura, ma il dottore: Viktor, colpevole di ubris e nonostante tutto compianto dalla sua creatura, che sceglie di uccidersi solo dopo averne provocato e poi pianto la morte. Viktor Frantenstein (che si presenta come esperto anche di sartoria, non dimentichiamolo!) è preclaro allievo dell’Università di Ingolstad, quella che sforna anche il Faust di Christopher Marlowe. Viktor è anche un figlio che non accetta la morte di sua madre, e che da lì fa scaturire la sua ubris, inconcepibile da mente di uomo – ma di donna sì: di Mary.

Viktor è il Prometeo moderno, è l’ennesimo Prometeo dell’immaginazione occidentale: un simbolo ambivalente, un cristo malfattore, un titano benefattore, un trasgressore delle leggi divine, un portatore di fuoco punito con lo sventramento e il rappezzamento quotidiano. Rappresenta anche la creatività poetica e l’irriducibile ribellione al potere.

Titano! Ai quali occhi immortali

Le sofferenze terrene

Apparivano nella loro triste realtà,

e non in disprezzo come ad altri Divini;

Quale fu la ricompensa per questa tua pietà?

Solo una silenziosa e profonda sofferenza; […]

Come te, l’Uomo è in parte divino,

Un fiume tormentato ma con una fonte pura;

Ed in parte, egli può prevedere il suo futuro […]

e sa trionfare in ogni sua sfida,

Facendo della Morte una vera Vittoria.

[da “Prometeo”, Lord Byron, 1816, traduzione di Paolo Rolleri]

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Sesto

La notte di Villa Diodati resta comunque un pilastro della letteratura che verrà.

La creatura di Frankenstein è un personaggio capitale che verrà ripreso in innumerevoli altre opere. Frankenstein è un classico dell’orrore, un pilastro del gotico, un padre del weird, narrato in forma epistolare secondo la tradizione ottocentasca, ma con tre punti di vista contenuti l’uno nell’altro in scatole cinesi. Inutile specificare che è ormai ritenuto dai più come uno dei romanzi fondanti della letteratura fantascientifica.

Dalla sfida letteraria di Villa Diodati ha origine un altro personaggio imprescindibile: John Polidori infatti dà vita al Vampiro, che servirà anche a Bram Stoker nell’elaborazione del suo Conte Dracula.

Interessante notare come sia Polidori che Shelley stessa soffrirono di problemi di attribuzione delle loro opere. Polidori, giovane e timido medico del ben più famoso e fascinoso Lord Byron, vide cadere sotto l’ombra del compagno anche la propria creazione. E Mary Shelley… beh, Mary Shelley era donna, ventenne, compagna di un poeta affermato: per molto tempo la critica e il pubblico faticarono a credere che Frankenstein fosse davvero farina del suo sacco, e persino oggi si mette molto in risalto il fatto che Mary ebbe in sogno l’idea iniziale del romanzo e che fu incoraggiata dagli altri a svilupparla. “Un’opera eccellente per un uomo, ma addirittura straordinaria per una donna” uno dei commenti più lunsighieri del tempo. Tanto per dire.

Ciò detto, Mary riuscì a mantenersi per il resto della sua vita grazie alla sua scrittura e alla sua… non scrittura. Con i proventi dei suoi testi aiutò finanziariamente anche suo padre. E garantì il benessere del suo amato Percy Florence mediante un accordo con Timoty Shelley, nonno del ragazzo: la condizione era che lei evitasse di scrivere la biografia di Percy Shelley. Mary accettò e tenne fede a quell’impegno per sempre. Trovò pure il tempo di aiutare un’amica scrittrice, che pubblicava con pseudonimo maschile, a coronare positivamente una fuga d’amore con la sua compagna. E dopo Frankestein pubblicò molto altro: romanzi come “L’ultimo uomo”, forse uno dei primi survival fantascientifici (prima traduzione italiana: 1996. Tanto per dire); pezzi per enciclopedie e per riviste femminili; curatele, tra le quali quella delle poesie (almeno) di Percy Shelley.

Nel frattempo, tutti i partecipanti alla sfida di Villa Diodati erano morti giovani e tragicamente. Mary si spense per ultima più tardi: a cinquantaquattro anni, presumibilmente per un tumore al cervello. Ferita e indomita, nubile e libera, come sua madre.

E nella Storia.

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FONTI consultabili online:

IMMAGINI

“Mary Shelley, an illustrated Biography” by Derek Marks

http://www.derekmarks.net/mary-shelley-an-illustrated-biography/6sen4s7mfa40jzr20rc3l90v1hhiuh

TESTI E CITAZIONI

“Was ‘Frankenstein’ Really About Childbirth?” by Ruth Franklin

https://newrepublic.com/article/101435/mary-shelley-frankenstein-godwin-bodleian-oxford

Mary Shelley: la morte per compagna (e la vita come aspirazione) di Alessia

http://www.psicolab.net/2007/mary-shelley-la-morte-per-compagna-e-la-vita-come-aspirazione/

Mary Shelley, la vera storia dell’autrice di Frankenstein

https://www.robadadonne.it/552/mary-shelley-la-vera-storia-dell-autrice-di-frankestein/

8 cose su Frankenstein

https://www.ilpost.it/2016/06/16/frankenstein-mary-shelley

Chiara Valerio racconta Frankenstein di Mary Shelley

https://www.illibraio.it/frankenstein-mary-shelley-490360/

La figura di Prometeo nelle letterature moderne

http://www.rivistazetesis.it/prometeo.htm

Prometeo di Lord Byron, traduzione di Paolo Rolleri

http://www.prtanslations.com/it_IT/2018/01/11/prometeo-lord-byron/

Prometeo di Lord Byron, traduzione di Corrado Aiello

11 marzo: buon compleanno mr. Frankenstein

http://www.telesanterno.com/11-marzo-buon-compleanno-mr-frankenstein-0311.html

Shelley’s ghosth: reshaping the image of a literary family

http://shelleysghost.bodleian.ox.ac.uk/

“Next-Stream. Visioni di realtà contigue”, Kipple – Prefazione di Giulia Abbate

“Next-Stream. Visioni di realtà contigue” è una raccolta di racconti di autori e autrici italian* che si sono misurati con la fantasia per costruire storie avvincenti, che possano arrivare anche a chi normalmente non legge fantastico e fantascienza.

L’antologia è stata curata dall’editore Kipple e plurivincitore di premi letterari vari, Lukha B. Kremo, e da Giulia Abbate, vostra umile mezza dodo.

Contiene racconti di Alessandra Cristallini, Andrea Pomes, Domenico Mastrapasqua, Francesca Fichera, Franci Conforti, Giovanni de Matteo, Irene Drago, Laura Silvestri, Linda De Santi, Marco Milani, Matt Briar, Sandro Battisti, Stefano Trucco, Valeria Barbera. Con l’introduzione di Kremo e la copertina di Ksenja Laginja, contributi che valgono come due racconti in più.

Ecco qui di seguito la prefazione di Giulia Abbate: riassume un po’ il senso del lavoro fatto insieme, e il bello che c’è dentro questa Next-Stream!

A volte capita all’improvviso. Altre volte è il risultato di una sequenza di avvenimenti e relazioni, un percorso impercettibile che si rivela solo al compimento, e che dopo assume i crismi della necessità.

Capita di trovarsi all’improvviso in mezzo a una rivelazione. Di risvegliarsi in territori sconosciuti e chiedersi che tipo di bussola usare, e dove trovarla.
Capita a molti personaggi nei racconti di questa raccolta: vivono passaggi, irruzioni, epifanie; oppure arrivano alla realtà contigua passo dopo passo, dopo percorsi oscuri, ma intrinsecamente inevitabili.

È capitato anche a me, quando Kremo mi ha chiesto di curare insieme a lui il progetto connettivista della nuova Next Stream.

– Io non sono connettivista – ho risposto.
– Allora sei perfetta – ha detto lui.  – Ho bisogno di mainstream.
– Giusto cielo. Anche io! Dove lo trovo, dove?
– Ok, senti questa allora. Ho bisogno di autrici fantastiche.
– Quelle le trovo. Andata!

La questione femminile è un’altra delle rivelazioni che ti trovi addosso quando inizi a scrivere e a lavorare nell’editoria. Sembra che le femmine scarseggino, in questo aureo mondo. Basta aprire un indice qualsiasi, di un’antologia qualsiasi, per imbattersi in questa penuria di genere.

Era il 2017 quando Pat Cadigan ha affrontato la questione, durante un suo panel tenutosi alla convention del libro fantastico Stranimondi. Io c’ero e l’ho sentita. Ed ecco: un altro passaggio improvviso, un altro colpo rivelatore.

«Non puoi sempre pretendere e ottenere una esatta parità di genere nelle antologie. Io stessa non sono riuscita a essere sempre in un’antologia, perché avevo… avevo mia madre, da curare!
Sono consapevole del fatto che probabilmente si rivolge la call a più donne di quel che poi risulti, perché loro poi non possono esserci. Perché magari sono madri e devono prendersi cura dei loro figli, o hanno la responsabilità della cura dei loro genitori anziani…
Per questi motivi, da parte mia non sono severa, non voglio esattamente il cinquanta per cento di donne e uomini. A volte è semplicemente chiedere troppo.»

A volte è chiedere troppo.

È chiedere troppo che un’antologia possa appianare una discriminazione presente ben prima della selezione editoriale, che determina vite e mentalità, e di conseguenza appare anche negli indici dei libri.
È chiedere troppo che una donna possa dedicare alla scrittura la stessa cura che può infondervi un uomo, a parità di lavoro e di famiglia ma non sempre di tempo davvero libero.
Inoltre, è chiedere troppo che una donna lavori per un’antologia perché è una donna: perché poi allora non ti lamentare che non ci sono abbastanza donne. Magari il tema della raccolta non le interessa, la consegna non è nelle sue corde autoriali, e così via. Le occasioni sono poche, non per questo sono obbligatorie. È ingiusto che anche in questo campo il semplice no sia una risposta che scatena rappresaglie.
Dovrebbero esserci più occasioni per tutt*, e la libertà di prenderle o meno. Punto e basta.

E dovrebbero esserci tutt* coloro che lo vogliono: perché lo vogliono e perché a parità di qualità non ci siano altre disparità che alla radice impediscano di provarci.
Il mio ideale non è il cinquanta per cento di donne e il cinquanta per cento di uomini, tant’è che in questa antologia non va così.
Qui ci sono più donne che uomini. Mi spiace.
Il mio ideale è che appaiano e si trovino in giro più di due generi, tanti generi, diversi, complessi e assolutamente dichiarati e riconoscibili. C’è un concetto che viene spesso ripreso, quando si parla “solo” di uomini e donne e di cosiddette quote rosa: «In un mondo ideale e libero da pregiudizi il genere non si dovrebbe nemmeno notare!» Non è vero, è un sillogismo da tastiera che nega la complessità del mondo: il genere sarà sempre importante, sarà sempre tematizzato e problematizzato, perché saremo sempre noi e ciò che riteniamo davvero importante di noi, per noi. Solo, non dovrà essere giudicato nel suo valore, non dovrà essere soppresso, negato, insultato, ignorato o negletto.
Ci dovranno essere sempre più racconti e libri di persone di tutti i generi possibili. In modo che, da qualche parte, altre persone notino la loro esistenza e si dicano: «allora esisto anche io. Allora posso anche io.» E in modo che altre persone non li notino: magari lo facciano dopo essersi gustati la bellezza di una prosa… lo vedo capitare spesso, alcuni lettori ammettono la loro sorpresa nello scoprire che una certa cosa che hanno letto e gradito è stata scritta da una donna. Un’altra rivelazione, una destabilizzazione, un mondo contiguo nel quale muoversi a piccoli passi cercando nuove bussole.
E torniamo qui: a ciò che mettono in scena tanti racconti di questa raccolta.

Il bello è che noi non avevamo dato indicazioni di merito, tuttavia ci sono arrivate storie incredibilmente affini, adiacenti e correlate, richiamantesi con sincronicità affascinanti.
La realtà contigua è un altrove che è già qui: e l’irruzione del non familiare in un contesto già spiazzante, nel quale i personaggi si muovono attingendo a competenze misteriose, istintive, seguendo pulsioni di vita, confidando nella possibilità di cogliere qualcosa di vero ovunque si trovino a vagare.
Alcuni racconti mettono in scena da subito dei mondi iperreali, fantasmagorici e spalancati nei quali cadiamo senza appigli: Conforti e Fichera usano leggi del reale, la matematica, la musica, per darci delle esplosioni cenestetiche, intense e divertentissime, a loro modo struggenti. I personaggi di De Matteo, Trucco, Battisti, Bryar viaggiano in mondi alterati, forse spostati, nei quali le sensazioni di estraneità e familiarità sono altrettanto forti e le storie sono permeate di significati vicini, troppo vicini, non solo contigui: a vista. Barbera crea rivoli di possibilità, accende e spegne, entra ed esce da scenari paralleli che si autoescludono eppure esistono insieme. Drago dà una precisa collocazione alla sua ambientazione contigua, ma poi ne cambia la cornice, ed ecco che cambia anche il senso.

Un’altra linea narrativa comune è proprio il cambiamento: la mutazione non indolore dei personaggi. De Santi e Silvestri configurano modifiche fisiche strumentali, che poi diventano strutturali: incidono sulle biografie, alterano le sostanze. Mastrapasqua confonde e replica il suo stesso protagonista che non vuole, non può mutare, per non dissolversi. Cristallini e Pomes, con le loro flash novel sparpagliate nell’antologia a separare e riunire gli altri racconti, inseguono pezzo dopo pezzo un cambiamento che forse sarebbe stato meglio evitare.

L’ultimo racconto, quello di Laginja, è in copertina. Anche una sola frase di commento è superflua da parte mia, pensala tu, trova quel che ti serve. Io ci intravedo una luna, è impossibile, eppure eccola lì. Mi fa davvero felice.
E così il lavoro fatto per Next Stream. Non me lo aspettavo, non lo credevo possibile, e invece. A volte un invece capita all’improvviso, altre volte lo si costruisce… altre volte ancora, qualcosa da fuori chiede di agire per farti cambiare, e tu scopri che, giusto cielo, è giusto assecondare quel qualcosa.

Qui dentro ci sono un po’ tutte queste modalità, e anche di più, in storie avvincenti ed emozionanti. Spero che piacciano anche a te che leggi, spero che ti facciano felice, spero che ti accompagnino nelle loro realtà contigue e che ti diano lo slancio per vedere, creare, aprire le tue.

Buone visioni!

Octavia Butler: l’allegoria dell’empatia, una visione necessaria / Post Premio Italia 2018

Questo post ha vinto il Premio Italia 2018 nella categoria “Miglior articolo pubblicato su rivista amatoriale.

Scritto da Giulia Abbate per la rubrica “La fantascienza delle donne” curata da Elena Di Fazio e Giulia Abbate (cioè il dodo al completo, noi che curiamo anche questo sito!) è stato pubblicato originariamente qui:

In seguito è stato ripubblicato nella versione cartacea di Andromeda: “Lost Tales – Andromeda”, curata come la “web-sorella” da Alessandro Iascy e pubblicata da Letterelettriche.

Grazie a tutti quelli che hanno votato questo post e grazie a chi lo leggerà e condividerà.

Continuiamo a pensare, ora come ieri, che l’empatia sia fisiologica e che quando manca ci si ammala. E continuiamo a essere convinte che i libri di Octavia Butler siano necessari, ora più di ieri.

Octavia Butler: l’allegoria dell’empatia, una visione necessaria

Alcune immagini di questo post sono tratte da foto scattate durante le proteste femminili e femministe che hanno percorso il Sudamerica nell’ottobre 2016, e che hanno inaugurato una nuova ondata di proteste di piazza e di lotte per i diritti delle donne e la libertà dalla violenza di genere.
Fonte diretta: 27 Powerful Images Of Women Protesting Against Femicide In Latin America

Il 22 giugno 2017 è stato il settantesimo anniversario della nascita di Octavia Estelle Butler, scrittrice e madre ideale dell’afrofuturismo.

Butler, ahinoi, è morta a soli 58 anni, il 24 febbraio del 2006. Ci ha lasciato in eredità le radici di un movimento filosofico e rivoluzionario, un archivio di documenti e manoscritti preziosissimo (recuperato e catalogato dai suoi estimatori in una collezione a lei dedicata) e alcuni romanzi indimenticabili.

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[Da Radio Imagination: Octavia E. Butler’s Los Angeles]

Il suo romanzo tra i più citati e famosi, “La parabola del seminatore”, contiene una quantità enorme di visioni, di letture e di idee di futuro e per il futuro. Basterà dire che proprio questo, insieme al suo Kindred, è considerato una delle basi ideologiche dell’afrofuturismo. Una impostazione culturale che oggi sta prendendo un vigore forse mai avuto, e sta uscendo dai confini della propria nicchia, grazie a un’agguerrita new wave africana e afroamericana, fantascientista, anticolonialista e femminista intersezionale.

Ne “La parabola del seminatore” ci sono quindi idee e concetti molto ripresi e molto ragionati nel merito. La religione di Earthseed, lo splendido Seme della Terra (da quando lessi Butler mi resi conto era anche la mia: la ritrovai in me stessa). Oppure la distopia e l’ammonimento sociale: il disastro climatico causato dall’umanità, il senso di isolamento individualista/consumista, il fondamentalismo religioso, la politica piegata ai personalismi, e molto altro.

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[Da : Two newly discovered Octavia Butler stories to be published as e-book]

Un aspetto rispetto ad altri mi pare meno affrontato e riguarda una caratteristica che è alla base del personaggio principale, ma che allo stesso tempo non pare rilevante, perché non è necessaria all’economia dell’intreccio.

Per questa ragione a me pareva quasi un difetto, di un libro comunque meraviglioso, ma pur sempre un di più, forse di troppo.

Ragionandoci, mi sono accorta che, pur essendo un “di più” rispetto all’intreccio in senso stretto, questo elemento è costitutivo del romanzo e della saga. Sto parlando della “malattia dell’empatia”, che Butler chiama “sindrome da iperempatia”.

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.”

Questa ovviamente non è Butler. È Jose Saramago, Nobel alla Letteratura, che incentra il suo romanzo “Cecità” proprio su questa allegoria: la cecità è morale, è la mancanza di umanità, di solidarietà, di… empatia verso gli altri.

Non posso far niente riguardo alla mia iperempatia, per quanto papà lo desideri. Sento quello che vedo sentire agli altri, o quello che credo sentano. I dottori la definiscono una ‘sindrome organica illusoria’. Stronzate. Fa male, ecco tutto quello che so.

[…] In ogni caso i miei neurotrasmettitori sono alterati e tali resteranno, ma posso cavarmela bene, purché gli altri non ne sappiano niente.

[…] A volte la gente dice che ho un’aria cupa o arrabbiata; preferisco che pensino questo, piuttosto che sappiano la verità. Che pensino qualsiasi cosa, purché non sappiano com’è facile farmi soffrire.

[Da “La parabola del seminatore” di Octavia E. Butler]

La piccola, forte Olamina ha lo stesso problema della moglie del dottore di Saramago, ma rovesciato: la moglie del dottore non ha la cecità, quindi è sana e in un certo senso salva e si salva. Olamina invece ha l’(iper?)empatia, quindi è malata, e il suo percorso è più accidentato e difficile, più doloroso.

Curioso: anche l’iperempatia di Olamina ha molto a che fare con il vedere: lei vede una persona soffrire, e anche se essa finge, Olamina soffre lo stesso.

L’empatia può anche essere indicata come rispecchiamento: vediamo gli altri come noi e pur sapendo che siamo distinti possiamo identificarci in loro e sentire come loro. Nel mondo “reale”, l’empatia è una caratteristica umana fisiologica: l’incapacità di provare empatia è un disturbo mentale e della personalità, uno stato patologico.

Da questo punto di vista, Butler ci vede molto lungo.

Rifletti ora anche su quest’altro punto. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile […] E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri […] Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose. […]

Tratto dal mito della caverna. Platone, “Opere”, vol. II

È così: quando ci troviamo in un mondo “malato” (una famiglia disfunzionale, un gruppo di coetanei aggressivi, una società bulimica incentrata sull’accumulo distruttivo) e noi non siamo così, siamo “normali”, non allineati, non collaborativi, in realtà la nostra diversità in quello specifico contesto ci fa apparire malati, ci fa essere quelli che soffrono e manifestano il disagio, il disagio che gli altri non avvertono più. Tu resti l’unico sensore. E la strada è tutta in salita.

#niunamenos2

Andiamo per un attimo nel biografismo. Voler a tutti i costi identificare chi scrive con la sua opera è rischioso e spesso fallace, ma a volte può anche darci qualcosa in più.

Octavia Estelle Butler ha sofferto di bullismo, lo ha poi raccontato diverse volte. Aveva una forma di dislessia, era molto alta e si sentiva sgraziata. Era nera, en passant.

“Certo, parlo della mia esperienza personale. Ma è un’esperienza comune a chiunque ricordi bene i giorni di scuola. Naturalmente non tutti sono stati bulli o vittime di bullismo. Ma tutti abbiamo visto verificarsi del bullismo, e guardandolo abbiamo risposto in qualche modo: partecipandovi o rifiutandolo, ridendoci su o restando in silenzio, sentendoci disgustati, o sentendocene attratti…”

Octavia Butler, da 15 fascinating facts about Octavia Butler

Viviamo insieme. E siamo comunque legat* gli uni alle altre, vicini e interdipendenti. Violare questo legame, tradirlo, arrestarsi all’homini lupus, non vedere più gli altri in noi, è un grave vulnus: che quando è comune, porta paradossalmente l’empatia a diventare una malattia, un problema per chi la vive.

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Butler si dimostra incredibilmente attenta in un caso ancora più estremo: il racconto dello stupro subito da un personaggio iperempatico nel secondo libro della saga, “La parabola dei talenti”. (Dire chi è il personaggio non sarebbe un grande spoiler, ma evito lo stesso. Leggete il libro!)

La donna viene violentata da un fondamentalista cristiano, in una situazione di sopraffazione palese: non è addormentata né drogata, viene picchiata brutalmente, nella piena consapevolezza del brutto che sta succedendo. Ma c’è un altro problema:

“Io ero l’unica empatica delle quattro, così che ho dovuto sopportare non solo il dolore e l’umiliazione, ma anche il selvaggio, intenso piacere del mio stupratore. Non ci sono parole per descrivere la contorta, schizoide laidezza di tutto ciò.”

Alla luce di quanto detto, questa può sembrare un’estremizzazione, una conseguenza nefasta della “sindrome iperempatica” inventata da Butler, e di nuovo qualcosa che comunque non influisce sull’intreccio, accade e basta, quasi incidentalmente, e viene poi lasciato lì. Invece, ancora una volta Butler fa centro. Purtroppo, mi verrebbe da dire. Perché anche qui c’è molta più verità di quanto sembra e di quanto ci augureremmo.

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[“Non è che hanno gradito la violenza: [le persone che hanno subito la violenza] si sentono in guerra con loro stesse, perché il corpo ha risposto come se lo avesse gradito. Come se il corpo le avesse tradite.”

@_clvrarose ha spiegato in 11 tweet questo aspetto poco considerato della violenza sessuale. Gli altri tweet qui: Girl explane rape in 11 tweet, and everybody must read them]

Quando subiamo una violenza sessuale, il nostro corpo attua dei meccanismi di difesa per limitare i danni: l’atto sessuale imposto va comunque a stimolare le aree erogene, che agiscono meccanicamente, ci fanno nascere delle sensazioni spurie ma fisiologiche. Tutto si confonde. La volontà dice no, il corpo reagisce per la sopravvivenza, come può, in quel momento.

«Perché ho provato piacere? Come ho potuto? Allora è colpa mia, è stata colpa anche mia, allora non ho subito una vera violenza, c’entro anche io!»

No. Tu non c’entri. Tu sei la persona sana. In un contesto malato, paghi la tua integrità con più sofferenza, con più domande, con più dolore.

#niunamenos1

Qui non ho appigli per un facile autobiografismo. Butler a quanto ne so non ha mai parlato di questi argomenti e la violenza sessuale è un tema presente, parte di un discorso generale legato alla sopraffazione (in Seme selvaggio è molto presente, ad esempio, nella sua forma psicologica). Ignoro se nella sua vita possa esserci qualcosa che va in questo senso, Butler è stata attivista per molte cose, ad esempio, ma non mi pare per le vittime di violenza sessuale in particolare.

Ma come dicevo in apertura, la biografia è un di più.

La letteratura ha la sua ragione di esistere al di là dell’esperienza contingente, e nella sua finzione mette in scena più verità di quanto pensiamo, a volte più di quanto vorremmo.

Le parole, le storie di Butler ci chiedono di pensare alle nostre specificità e a “noi nel mondo”. Di guardarci intorno, di andare avanti lottando a testa alta, di non rompere la connnessione con gli altri, senza cercare di “guarire”.

Se la sindrome da iperempatia fosse più comune, queste cose non avverrebbero. La gente potrebbe uccidere, e sopportarne il dolore o venirne distrutta. Ma se ciascuno avvertisse il dolore altrui, chi si metterebbe a torturare un altro? Chi causerebbe una sofferenza superflua? Finora non avevo mai considerato il mio problema come qualcosa di positivo, ma data la situazione attuale, comincio a pensare che potrebbe essere utile. Vorrei passarlo ad altri, o, in mancanza di questo, trovare altre persone come me e vivere tra loro. Una coscienza biologica è meglio di nessuna coscienza.

[Da “La parabola del seminatore” di Octavia E. Butler]

Diversamente da molte altre distopie postapocalittiche statunitensi, dove il nichilismo e il canemangiacane raggiungono vette atroci di nulla e distruzione morale, le Parabole di Octavia Butler contengono e si basano su un messaggio di speranza. E ci donano delle immagini dure, violente, crudeli, solo per dirci che non è così che dovrebbe essere, non è così che dovrà essere, se restiamo uniti e connessi.

#niunamenos3

L’universo è il seme di Dio.

Solo noi siamo il Seme della terra.

E il destino del Seme della terra

è di mettere radici tra le stelle.

[Lauren Olamina, “I libri dei vivi”- da “La parabola del seminatore” di Octavia Butler]

Buon compleanno, Octavia! Ci manchi! Non possiamo fare altro, da questa parte dello specchio, che mandarti un grazie per le tue allegorie intense, necessarie e guaritrici.

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[Dall’archivio privato “rivelato” di Octavia Butler. Fonte: Celebrating Octavia Butler]

Giulia Abbate