Antologie al femminile: è discriminazione?

Ogni tanto esce qualche nuova antologia. Ogni tanto (più raramente) esce qualche nuova antologia dedicata alla fantascienza delle donne, quindi con racconti scritti esclusivamente da donne.

Negli ultimi anni in Italia iniziano a esserci timidi tentativi, con antologie deliberatamente tutte al femminile: come “Rosa Sangue” (a cura di Donato Altomare, Altrimedia, 2016), che comprendeva anche racconti di fantascienza; nello stesso anno Gian Filippo Pizzo ha presentato “Oltre Venere” (La Ponga). A fine 2017, invece, è stato il momento di Delos Digital, che ha presentato “Materia Oscura”, a cura di Emanuela Valentini.

L’invasione delle fantascientiste – di Mariasilvia Iovine, PULP

E ogni tanto (puntualmente) parte la critica: sole donne? Ma questa è discriminazione!

Di solito, a rivolgere questa critica sono per lo più uomini. Ma (più raramente) l’argomentazione è sollevata anche dalle donne e dagli altri cinque sessi tralfamadoriani (sono in incognito qui sulla Terra, quindi questa si tratta di una dodosupposizione per la parità di percentuale).

Dragon Pride by Kaenith – SERIE

Ecco quindi un dodovademecum, ovvero una serie di considerazioni utili a mettere la questione in una prospettiva più ampia. Per aiutare la discussione e facilitare chi non ha ben chiaro cosa sia una discriminazione: il che non è una colpa, ma una ignoranza anche provvidenziale (non sei mai stat* discriminat* e non hai mai assistito a una discriminazione di genere? Evviva, beat* te!) che può essere colmata grazie a una riflessione aperta e onesta.

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Star Wars – Gli ultimi Jedi – Recensione

Spoiler: questa recensione è piena di metafore alimentari, non leggetela se avete la gastrite.

Mai come in passato recensire un nuovo capitolo di Star Wars è stato così complicato: perché al commento sull’opera in sé si aggiunge tutto il dibattito di contorno, lo scisma interno al fandom che vede gli appassionati della saga di Lucas spaccati in due tra chi acclama il film e chi firma petizioni per toglierlo dal canone ufficiale. (Poi ci sono tutti quelli che hanno un’opinione a metà tra i due estremi, ma è una maggioranza silenziosa rimasta fuori dall’arena.)

Una caratteristica che ho notato in questo dibattito è che, mentre i detrattori commentano il film nel merito, i difensori commentano i detrattori, accusandoli di ogni possibile nefandezza: vecchi, rompicazzo, poco obiettivi, incontentabili, alla ricerca di qualcosa di inesistente (talmente inesistente che dal ’77 al 2005 ci hanno fatto sopra sei film).

Mi incuriosiscono molto queste definizioni, visto che (spoiler!) mi posiziono fra i detrattori. Sarei “vecchia”, ma non ero neppure nata quando è uscita la prima trilogia. Se fossi “poco obiettiva”, amerei incondizionatamente qualunque cacata esca sotto il marchio “Star Wars”, a prescindere dalla sua qualità. Se fossi incontentabile avrei smesso di guardare SW dopo “La minaccia fantasma”.

Parliamo però del film in sé, seguito del capitolo VII “Il risveglio della Forza”, che riprende la storia esattamente dove la roba di J.J. Abrams l’aveva interrotta. Rey porge a Luke Skywalker la sua lightsaber, Finn si è salvato per miracolo dalla battaglia contro Kylo Ren e Poe Dameron – che la volta scorsa abbiamo visto praticamente di sfuggita – combatte spavaldo sotto il comando della Generale Organa. Nelle poche ore intercorse, il leader supremo Snoke e il Primo Ordine hanno avuto il tempo di instaurare un nuovo Impero e fiaccare la Resistenza nello spirito e nel corpo.

Il leader supremo Snoke

Ma l’interrogativo più grande in sospeso era proprio quello relativo a Luke Skywalker, ritiratosi su un’isola in mezzo al nulla dopo il fallimento come maestro di Ben Solo.

Stavolta la regia e parte della scrittura del film sono state affidate a Rian Johnson, già noto per “Looper” (storia un po’ pasticciata di viaggi nel tempo) e alcuni episodi di “Breaking Bad”. Johnson ha collaborato anche alla sceneggiatura di episodio IX e pare sarà lui a dirigere la trilogia che verrà dopo di questa.

L’assenza di J.J. Abrams e il cambio di timone non passano inosservati, anzi, possiamo dire che rispetto a “Il risveglio della Forza” è stato fatto un enorme passo avanti da ogni punto di vista. Invece di essere la copia carbone sciatta di un film già visto quarant’anni fa, “Gli ultimi Jedi” ha il pregio di mettere in tavola qualcosa un po’ più originale, un tentativo, almeno, di raccontarci una storia nuova. Purtroppo il film ha una lunga serie di limiti che lo rendono un altro capitolo fallimentare del Disney’s Star Wars, che andremo ad analizzare nel dettaglio.

(Spoiler: Oscar Isaac lo mettiamo tra i pregi)

Le cose carine

Prima però voglio iniziare con i pregi. Li elenco di seguito:

  1. l’estetica generale, con ambientazioni interessanti e anche qualche apprezzabile sequenza visionaria;
  2. Oscar Isaac: gran tocco di fregno;
  3. un certo coraggio nel prendere personaggi e situazioni storiche per plasmarli alla propria volontà: ma resta un pregio solo finché non sconfina nella hybris;
  4. un lontano e lievissimo sottotesto antimperialista e animalista.

I difetti

È tuttavia evidente il cinema di riferimento verso cui la Disney sta cercando di portare Star Wars: il Marvel Cinematic Universe, con la sua assoluta leggerezza di forma e contenuti, e personaggi graziosi, non troppo complessi, caratterizzati da traumi e conflitti interiori take-away e facilmente digeribili anche dal pubblico giovanissimo. Star Wars è diventato, in sostanza, un franchise per famiglie, privo di drammi troppo difficili da capire, dotato di un ritmo narrativo pop, rapido, immediato. Basta riguardare il pur malriuscito “La minaccia fantasma” per notare l’abissale differenza: non ci sono più quei tempi narrativi calmi, eleganti e riflessivi, magari spezzati da sequenze più dinamiche; tutto deve essere rapido, colorato, una baraonda di suoni e luci divertenti.

Ai personaggi si può applicare la stessa identica parabola semplificatrice. È tutto frullato e omogeneizzato per stare in due ore e mezza di film: prese di coscienza, conflitti, tentazioni, Lato Chiaro/Lato Oscuro, alleanze e tradimenti; elementi presi di peso dalla saga di Lucas e sminuzzati, pressati, trasformati in comode monoporzioni hamburger+patatine+bibita a scelta. In questo processo sono andate perse caratteristiche fondamentali come il carisma, assente in praticamente tutti i protagonisti (perfino quelli storici!), e più in generale l’epica e la mistica della saga, passata da epopea science-fantasy a filmetto d’azione con le astronavi e le battutine sceme. Si sente anche la mancanza di veri antagonisti, visto che questi qui sembrano usciti da un episodio di Scooby Doo.

L’intreccio poi è molto confuso, non si capisce bene come abbia fatto a crollare la Repubblica in poche ore e a essere soppiantata al volo dal nuovo Impero, o a cosa servisse una Resistenza tanto capillare trent’anni dopo la Battaglia di Endor. Qui la colpa non è tutta di Johnson, che ha ereditato i buchi logici e le forzature dal predecessore e ci ha dovuto costruire sopra la sua trama.

L’intero film ricorda, più che un sequel, una fanfiction: pedissequa, semplificata, prevedibile, magari anche simpatica e divertente, ma priva di un’identità vera e propria, costruita sulle briciole di Lucas, “ci voglio mettere anch’io il Jedi tormentatoH, mo’ me ne invento uno!”.

Sul set: Oscar Isaac e Carrie Fisher ❤

Da un grande marchio derivano grandi responsabilità

Ogni volta che esce il sequel di un’opera storica, e quel sequel ha dei difetti oggettivamente riscontrabili, chi li fa notare viene subito accusato di essere un ultranerd nostalgico, un fedayyin incontentabile infarcito di pregiudizi. L’argomentazione più battuta dai difensori a spada tratta è sempre: “Eh, ma non devi confrontarlo con l’originale”. Sono curiosa, quindi: con cosa dovrei confrontare un film che si intitola “Star Wars”? Col film delle Winx? Se si toglie il “vestito Star Wars” a “Gli ultimi Jedi”, resta un filmetto per bambini con le battutine. Magari anche divertente e bello esteticamente, anche ben diretto, per carità, ma poco più di un Happy Meal col giochino dentro. Quanti sarebbero andati a vederlo se non ci avessero appiccicato sopra il marchio Star Wars? Gli è piaciuto usare quel marchio quando era il momento di prendersi i soldi? E allora si assumano anche la responsabilità del suo uso.

Per tutti i motivi sopra elencati, il mio voto su “Gli ultimi Jedi” è insufficiente e continuo a non considerare il Disney’s Star Wars parte del canone ufficiale. Sicuramente è migliore de “Il risveglio della Forza” (non che ci volesse molto, eh), ma ancora lontano parsec dalla saga leggendaria di cui ambisce a fare parte.

Margaret Atwood allo IULM di Milano – Ecco com’è andata!

Mercoledì 6 dicembre Milano ha accolto Margaret Atwood, autrice di fama internazionale, per conferirle il prestigioso premio Raymond Chandler alla carriera e accoglierla nella convention Noir in Festival.

La scrittrice ha ricevuto il premio alle 18:00 presso la Fondazione Feltrinelli dove è stata introdotta dalla scrittrice e intellettuale Chiara Valerio.

Ma… poche ore prima, alle 12:00, Atwood è stata ospite all’Università delle Lingue e Scienze della Comunicazione, ovvero lo IULM, per un incontro con il pubblico presentato da Antonio Scurati, tradotto da Giovanna Sommerman e nel quale è intervenuta Nicoletta Vallorani.

Il dodo era lì!

6

Evitandomi la ressa feltrinelliana, sono andata ad ascoltare la lectio nella “Sala dei 146”, dove il tutto esaurito tra le poltroncine non mi ha impedito di trovare un ottimo punto di osservazione su un confortevole scalino a pochi metri dal consesso dei relatori (provocandomi anche una piccola fitta di nostalgia verso la mia vita universitaria, ormai persa nelle nebbie del tempo.)

Parto con il report!

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“Errore di prospettiva” di Nino Martino – Recensione

Nino Martino ha parlato del suo romanzo, “Errore di prospettiva”, alla scorsa Stranimondi (per chi fosse appena atterrato sul nostro pianeta: festival del libro fantastico che si è tenuto a ottobre a Milano. Qui un consistente resoconto!). Ha raccontato dei retroscena e soprattutto dei suoi obiettivi, che riassumono molto la sua poetica fantascientifica.


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“Alieni coprofagi dallo spazio profondo” di Marco Crescizz – Recensione

“Diciam che la cacca fa schifo / ma ciò non è un dato oggettivo”, cantavano Elio e le Storie Tese. Un concetto simile è alla base di “Alieni coprofagi dallo spazio profondo”: e se quelli che per noi sono rifiuti immondi fossero manicaretti appetitosi per alieni venuti dallo spazio profondo? Nella fattispecie, vere e proprie sostanze stupefacenti? Lo scopre a proprie spese Nunzio, il protagonista: un ragazzo affetto da una grave obesità che, proprio a causa della sua malattia, fa molta gola agli omini verdi. Riuscirà a salvarsi da chi vuole sfruttarlo come una vera e propria “mucca da merda”?


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Intervista a Kurt Vonnegut

Due giorni fa è stato l’anniversario della nascita di un genio della letteratura mondiale: Kurt Vonnegut, nato il 7 novembre 1922 a Indianapolis e mancato (così è la vita) l’11 aprile 2007 a New York . La sua opera è nota “per una originale mescolanza di elementi fantastici, satira politica, sociale e di costume, humor nero ed espressione di valori umanisti.”*

Si sa, le definizioni sono rapide a darsi e piuttosto aleatorie, specialmente se confezionate a posteriori e in assenza dei diretti interessati.
Per cui, come facemmo qualche tempo fa con Philip K.Dick, abbiamo deciso di far parlare direttamente lui, Kurt Vonnegut, in un’intervista esclusiva.

Sicura che sia così esclusiva?

Siamo riuscite a incontrare Kurt Vonnegut grazie alla preziosa collaborazione del dottor Welby, insigne luminare (diretto allievo del prof. Kevorkian, ovviamente) che mi ha assistita in un’esperienza di quasi morte.
Ed ecco quello che è accaduto, e quello che mi ha detto Kurt Vonnegut, quando l’ho incontrato.Dalla vostra inviata dall’aldilà:

Buongiorno, Mr, Vonnegut. Come se la passa? Lei è morto.

Così va la vita.

Giusto. Parlando di vita:  lei è stato uno scrittore e artista molto apprezzato. A posteriori, vuole dare lei una definizione di sé e della sua arte?

Sono un umanista, il che significa, in  parte, che ho cercato di comportarmi decorosamente senza pretendere, dopo che sarò morto, né ricompense né castighi.

Se non mi sbaglio, quando era in vita ha anche fatto parte dell’associazione omonima: la AHA, American Humanist Association.

Avevo preso il posto del defunto dottor Isaac Asimov, grande scrittore e scienziato di spettacolosa prolificità, in questa carica sostanzialmente inutile. Durante una commemorazione del mio predecessore, dichiarai: “Isaac adesso è in paradiso.” Era la cosa più ridicola che avrei potuto dire a un pubblico di umanisti, e infatti la mia frase li fece ridere a crepapelle.
Che ilarità!E riguardo alla fantascienza? Lei è stato più volte definito scrittore di fantascienza, si riconosce in questa definizione?

Sono diventato un cosiddetto scrittore di fantascienza quando qualcuno ha stabilito che ero uno scrittore di fantascienza. Non ci tenevo affatto a essere etichettato in quel modo, e mi chiedevo cosa avevo fatto di male per non vedermi riconosciuto come uno scrittore serio. Alla fine ho deciso che la mia colpa era quella di parlare di tecnologia nei miei libri, mentre la stragrande maggioranza dei migliori scrittori americani di tecnologia non sa un bel niente.

Pensa che, nonostante tutto, la fantascienza abbia qualcosa da insegnarci?

Smettete di pensare che i vostri nipoti saranno OK – per quanto distruttivi e spreconi possiate essere voi – perché potranno andare su un bel pianeta nuovo con una nave spaziale. Questo è veramente meschino e stupido.

Ok. E allora cosa dovremmo fare?

Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’ bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare, non credete a chi vi dice altrimenti.

Siamo? Ma lei è morto.

Spero che voi direte: “Adesso Kurt è lassù in cielo.” È la mia battuta preferita.

Divertente. Ora parliamo ancora di lei e delle sue opere. Ricorda il suo primo manoscritto?

Ecco la trama. Una creatura di nome Zog arriva sulla terra su un disco volante per spiegare come evitare le guerre e curare il cancro. Porta queste sue informazioni da Margo, un pianeta i cui  abitanti conversano tra loro emettendo scoregge e ballando il tip-tap.
Zog sbarca di notte nel Connecticut. Ha appena messo piede a terra che vede una casa in fiamme. Vi si precipita dentro, scoreggiando e ballando il tip-tap, per avvertire gli abitanti del terribile pericolo che corrono.
Il padrone di casa gli spacca la testa con una mazza da golf.

E come andò? Che fortuna ebbe questo suo primo tentativo da esordiente?

Destini peggiori della morte.

“La vita è un pessimo trattamento da infliggere a un animale!” Kurt Vonnegut

Se lo dice lei deve essere vero. Ma come incoraggerebbe un artista alle prime armi?

Praticare un’arte, non importa a quale livello, è un modo per far crescere la propria anima, accidenti! Cantate sotto la doccia. Ballate ascoltando la radio. Raccontate storie. Scrivete una poesia a un amico, anche se non vi verrà una bella poesia. Voi scrivetela meglio che potete. Ne avrete una ricompensa enorme. Avrete creato qualcosa.

È così bello parlare con lei e ho ancora tante cose da chiederle.

Varcare le porte del Paradiso, per allettante che sia l’intervistato dall’altra parte, significa, come io stesso ho scoperto a mie spese, che l’irascibile San Pietro, in un accesso di malumore, possa non lasciarti mai più uscire. Pensa come sarebbero affranti i tuoi amici e i tuoi familiari se, varcando le porte del Paradiso per parlare, diciamo, con Napoleone, in pratica ti suicidassi.

Significa che dobbiamo salutarci? Ci dia un ultimo messaggio!

Auguro a ognuno una vita lunga e felice, checché gli possa capitare dopo. Usate le creme antisolari! Non fumate sigarette.

Ting-a-ling, mr. Vonnegut!

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Blade Runner 2049 – Recensione

“So che ogni singolo fan entrerà al cinema armato di mazza da baseball. Ne sono consapevole e lo rispetto, perché si tratta di arte. L’arte è rischio e io devo correrlo.” Parole di Denis Villeneuve su “Blade Runner 2049”.

Villeneuve parla di “fan armati”, come se i doveri di BR2049 fossero nei confronti di questi ultimi. Personalmente non sono d’accordo: i doveri sono nei confronti di Blade Runner stesso, del suo peso nel corso della fantascienza tutta (che non sarebbe stata tale se il film di Scott non avesse anticipato, con lucidità e grande lungimiranza, l’estetica, le atmosfere e le tematiche del cyberpunk, prendendo la sf e portandola di fatto nella sua nuova era). Se accetti di dirigere il seguito di una simile pietra miliare accetti implicitamente confrontarti con 35 anni di mitologia e non si può in alcun modo prescindere dai confronti col capostipite.
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