Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra

A volte mi sento fortunata, come una che sia scampata a un abuso per puro caso: una che ha perso quell’autobus, o ha declinato distrattamente un certo passaggio in macchina, ma la sua amica no e le è andata peggio e poi si può solo raccontare e raccogliere i pezzi, tanto della sopravvissuta che della scampata.

Mi sento fortunata perché sono scampata ai romanzi di Marion Zimmer Bradley.

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La comunità SFF vacilla di fronte alle accuse contro Marion Zimmer Bradley

Questa è la mia traduzione al post di The Guardian “SFF community reeling after Marion Zimmer Bradley’s daughter accuses her of abuse”
Lo pubblichiamo qui come “appendice” al post “Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra” scritto in occasione del “caso Montanelli”, per ragionare insieme di idoli da abbattere e di cui sperabilmente liberarci.

La comunità della SFF vacilla dopo che la figlia di Marion Zimmer Bradley la accusa di abuso

Le affermazioni di Moira Greyland secondo cui è stata molestata dalla scrittrice fantasy hanno fatto inorridire lettori e scrittori che erano stati ispirati dal suo lavoro.

Il mondo della fantascienza e del fantasy è sconvolto, in seguito alle notizie secondo cui la figlia dell’autrice fantasy bestseller Marion Zimmer Bradley ha accusato sua madre di averla abusata da bambina. Autori come John Scalzi, G. Willow Wilson e Jim Hines hanno reagito con orrore alle accuse contro una donna che era stata considerata un pilastro della comunità SFF. La scrittrice Janni Lee Simner ha annunciato che donerà i suoi guadagni di una storia ambientata in un mondo immaginario creato da Bradley a un’organizzazione benefica anti-abuso.
Moira Greyland, la figlia di Bradley, ha resa pubblica la sua accusa sul blog della scrittrice Deirdre Saoirse Moen, all’inizio di questo mese, dando a Moen il permesso di citare un’e-mail in cui ha scritto:

“La prima volta che mi ha molestata, avevo tre anni. l’ultima volta avevo 12 anni ed ero in grado di andarmene … Era crudele e violenta, oltre che sessualmente del tutto fuori di testa. Non sono la sua unica vittima, né le sue uniche vittime erano ragazzine. “

Greyland è la figlia di Bradley e Walter Breen, che è stato incarcerato per molestie di bambini ed è morto in prigione. Greyland ha scritto, nella sua e-mail a Moen:

“Ho mandato Walter in prigione per aver molestato un ragazzo … Walter era uno stupratore seriale con molte, molte, molte vittime (ne ho riferite 22 ai poliziotti) ma Marion era molto, molto peggio”.

I fan di SFF vacillano a questa notizia. Bradley, morta nel 1999, è stata una celebre autrice, amata per “Le nebbie di Avalon”, la sua interpretazione della leggenda arturiana, che raccontava la storia dalle prospettive delle donne dietro il trono, e per le storie di Darkover: ambientato su un pianeta colonizzato dagli umani, il mondo di Darkover è stato ripreso anche in antologie scritte da altri autori.

Le accuse hanno già portato una di queste autrici, Janni Lee Simner, ad annunciare che donerà i diritti d’autore e i proventi delle sue storie di Darkover all’ente benefico anti-abuso RAINN. Simner ha scritto sul suo blog:

“rimango orgogliosa delle storie di Darkover che ho scritto e rispetto i molti colleghi scrittori che hanno iniziato proprio sulle pagine delle antologie di MZB e sulla sua rivista. MZB ha avuto un ruolo enorme in molte delle nostre carriere, e non è mia intenzione negarlo o negare quanto profondamente i lettori siano stati toccati – e in alcuni casi salvati – dall’opera di MZB. Ma non posso nemmeno negare il danno causato dalla creatrice imperfetta di quell’opera. Quello che posso fare è fare in modo che il mio aver scritto nei suoi mondi vada a combattere quelle stesse ferite e abusi nei luoghi in cui stanno accadendo adesso. “

Altri hanno dichiarato che non leggeranno più i romanzi di Bradley. L’autore vincitore del premio Hugo John Scalzi su Twitter ha definito le accuse “orribili”, mentre il vincitore del premio World Fantasy G Willow Wilson ha dichiarato di essere “senza parole”.

“Posso perdonare gli artisti per non aver rispettato i loro ideali”, ha twittato, “ma non per ABUSO INFANTILE. Non consiglierò mai più nessuna delle sue opere. Non puoi coprire merda in foglia d’oro e poi affermare che non puzza.”

Jim Hines, che ha ricevuto la sua “prima lettera di rifiuto” da Bradley, e ha continuato a vendere storie a Fantasy Magazine di Marion Zimmer Bradley e alla sua antologia Sword & Sorceress XXI, ha scritto sul suo blog:

“Sono orgoglioso di queste storie. Credo che la serie Sword & Sorceress sia stata importante, e sono grato a Bradley per averla creata. Credo che la sua rivista abbia aiutato molti nuovi scrittori e che i suoi libri abbiano aiutato innumerevoli lettori. Tutto ciò rende ancora più tragiche le rivelazioni su Marion Zimmer Bradley che protegge un noto stupratore e molesta sua figlia e altri.”

Greyland, scrivendo al Guardian via e-mail, ha dichiarato di non aver parlato prima

“perché pensavo che i fan di mia madre si sarebbero arrabbiati con me per aver detto qualcosa contro qualcuno che aveva difeso i diritti delle donne e fatto sentire così tanti di loro in modo diverso su se stessi e le loro vite. Non volevo ferire nessuno che lei avesse aiutato, quindi ho tenuto la bocca chiusa.”

Greyland, arpista, cantante e regista d’opera, ha affermato che ormai le era chiaro che

“un motivo per cui non ho mai detto nulla è che consideravo la sua vita più importante della mia: più importante era la sua fama, più importanti sicuramente i sentimenti dei suoi fan. Chi mi conosce, conosce la verità su di lei, ma oltre a ciò, non reputavo rilevante quello che mi ha fatto, finché il suo lavoro e la sua reputazione continuavano.”

Greyland ha salutato l'”effusione dell’amore e del sostegno” seguito alle sue rivelazioni.

“Ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni, a quanto pare, è che lo stupro e l’abuso sui bambinisono stati abbastanza sotto gli occhi dell’opinione pubblica per essere intesi come tali, e ora si crede alle vittime e ai sopravvissuti, e ci sono così tanti sopravvissuti tra i fan di mia madre, così come sostenitori di sopravvissuti e persone decenti che hanno a cuore la verità che mia madre è ora chiamata a rispondere agli stessi standard di cui ha scritto”, ha continuato nella sua email. “Sono così felice di aver parlato, perché sul blog, così tante persone hanno condiviso le loro PROPRIE storie di abuso, incesto e dolore. Continuerò a parlarne, anche solo per far sì che le persone che hanno bisogno di condividere le proprie le storie lo faranno ora “.

Dopo che Greyland ha parlato, all’inizio di questo mese, Deborah J Ross, autrice ed editrice di antologie di Darkover, ha twittato in risposta a una domanda sulle sue affermazioni:

“Viene raccontata solo metà della storia. Si prega di fare attenzione a credere alle voci sensazionalistiche online”.

Ross, che ha lavorato con Bradley nei romanzi di Darkover, si è successivamente scusata per il tweet in un blog definendolo “sconsiderato”.

“Ho sbagliato sulla storia e ho sbagliato a dire quello che ho detto. Sono profondamente dispiaciuta per il dolore che ho causato”, ha scritto Ross. “Sono rimasta scioccata e sconvolta dalla storia raccontata dalla figlia di Marion. Non avevo alcuna conoscenza preliminare di eventuali misfatti da parte di Marion, ed è stato del tutto inappropriato per me commentare. Nulla di ciò che ho detto dovrebbe essere preso come giustificazione o difesa verso l’abuso sui bambini. Per quanto riguarda Walter Breen, come molti altri, sono stata indotta in errore a credere che non avesse agito sulle sue inclinazioni. Quando ho scoperto la verità, ero inorridita e ho assistito la polizia nelle indagini sulla seconda serie di accuse. Ciò ha provocato la sua incarcerazione. Chiedo la vostra comprensione e pazienza con me per il tempo che ho impiegato a rispondere. Offro alle vittime il mio pieno sostegno e le mie preghiere per la guarigione “.

Russell Galen, l’agente letterario del Marion Zimmer Bradley Literary Works Trust, ente che detiene i diritti d’autore sulle opere letterarie di Marion Zimmer Bradley e che è amministrato da un fiduciario esterno, ha detto che lui e il fiduciario erano “consapevoli delle accuse che sono state fatte”.

“Marion è deceduta e non siamo in grado di chiederle la sua versione della storia, né abbiamo alcuna conoscenza personale degli eventi che vengono descritti. Tutto ciò che possiamo dire è che durante i decenni in cui abbiamo lavorato con lei, abbiamo trovato in Marion una grande amica e una persona estremamente gentile. Era molto amata da molti amici, specialmente nella comunità letteraria, dove sosteneva le carriere di molti scrittori sostenendo anche spese personali considerevoli. Questa è solo una dichiarazione di fatto basata sulla conoscenza personale, e non intende rispondere a queste accuse”,

ha detto Galen al Guardian.

[Articolo uscito il 27 giugno del 2014 su The Guardian, qui il link all’originale: “SFF community reeling after Marion Zimmer Bradley’s daughter accuses her of abuse” ]

 

Posso godermi l’arte e denunciare l’artista? – Roxane Gay

Questa è la mia traduzione al post di Can I enjoy the art and denounce the artist? di Roxane Gay, per Marie Claire (6 febbraio 2018).
Lo pubblichiamo qui come “appendice” al post “Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra” scritto in occasione del “caso Montanelli”, per ragionare insieme di idoli da abbattere e di cui sperabilmente liberarci.

Posso godermi l’arte e denunciare l’artista?

di Roxane Gay

Crescendo, ho adorato The Cosby Show. A me e ai miei fratelli era concessa solo un’ora di televisione alla settimana, ciò significava trascorrere del tempo con Bill Cosby e la sua famiglia televisiva. Da ragazza nera della classe media, mi veniva detto che lì c’era qualcosa della mia vita, che tornava di riflesso. Tale rappresentazione era sfuggente, necessaria e incredibilmente significativa. Non potrei descrivere in modo più netto di questo l’impatto che Cosby ha avuto su di me.

Quando sono cresciuta e ho iniziato a sentire storie sull’abitudine di Cosby alle aggressioni sessuali, ho avuto il desiderio di distogliere lo sguardo. Non poteva essere possibile che l’uomo che ci ha dato il personaggio di Cliff Huxtable potesse anche essere un predatore sessuale. Ma io cerco sempre di credere alle persone quando raccontano quanto hanno sofferto. So quanto costa il farsi avanti in veste di vittima di violenza sessuale, e quando il responsabile è famoso, il costo è massimo, e ciò che si ottiene è davvero poco. Mentre l’entità delle sue violenze veniva alla luce, anche solo il numero di donne che Cosby ha perseguitato mi ha sconcertata, come la volontà di alcune persone di tenere ancora in considerazione la sua eredità artistica, nonostante il male che ha fatto.

Ogni volta che penso al lavoro di Cosby, ricordo le donne che ha perseguitate, e come il loro silenzio sia stato imposto dalla trappola dorata della sua fama. Per me, l’eredità artistica di Cosby è insignificante di fronte al dolore che ha causato. Deve esserlo. Prima Cosby ha dato un grande contributo artistico,  e poi lo ha distrutto. La responsabilità della distruzione è sua e solo sua. Siamo liber* di piangerne, ma non a spese delle sue vittime.

Verso la fine del 2017, la diga del silenzio si è infranta, e donne e uomini sono venute allo scoperto, in quantità senza precedenti, dando voce a come furono aggredite, molestate, intimidite, messe a tacere e sminuite in molti modi da uomini creativi di potere. Molte eredità sono state rese insignificanti da queste testimonianze, anche se il dibattito sull’eventualità che ciò avvenga continua, in modo inspiegabile.

Non possiamo più inchinarci all’altare del genio creativo ignorando il prezzo troppo spesso pagato per quel genio. A dire il vero, avremmo dovuto imparare questa lezione molto tempo fa, ma subiamo la fascinazione culturale di uomini creativi e potenti che sono anche “mercuriali” o “volatili”: di uomini che si comportano male.

A questi uomini viene dato ampio spazio. La loro importanza conferisce loro una certa immunità. Perdoniamo le loro trasgressioni, perché creano cose così brillanti, perché sono così carismatici, perché c’è un tale fascino per le persone che sfidano le convenzioni culturali e che osano fare tutto ciò che vogliono. Sia che stiamo parlando di Bill Cosby o Woody Allen o Roman Polanski o Johnny Depp o Kevin Spacey o Harvey Weinstein o Russell Simmons o di qualsiasi uomo che abbia costruito il suo successo sulle schiene di donne e uomini la cui sofferenza è stata ignorata per il bene di quello stesso successo, è tempo di dire che nessun’opera d’arte, nessuna eredità è tanto grande da farci scegliere di guardare dall’altra parte.

Non faccio più fatica con le eredità artistiche. Non è così difficile rigettare il lavoro di predatori e uomini arrabbiati, perché soffrire per l’eredità di un predatore significherebbe che c’è un prezzo che sono disposta a lasciare che le vittime paghino per amore della buona arte, mentre la verità è che non esiste mezz’ora di TV così eccellente da valere il prezzo della sofferenza di chicchessia. Al suo posto, ricordo quante carriere di donne sono state rovinate; penso a coloro che hanno rinunciato ai loro sogni perché alcuni “geni” hanno deciso di indulgere alla propria sete di potere e di controllo, considerandola più importante dell’ambizione e della dignità altrui. Ricordo tutto il silenzio, i decenni e decenni di silenzio forzato, intimidazioni e manipolazioni che hanno permesso ai malvagi di prosperare. E nel fare tutto ciò, per me è abbastanza facile per me non darmi pensiero della presunta grande arte di uomini cattivi.

Esistono persone creative di ogni tipo, che sono brillanti, originali, misteriose e in grado di trattare gli altri con rispetto. Il genio creativo non scarseggia di certo, ed è questo il tipo di opere alle quali invece possiamo e dobbiamo rivolgerci.

Roxane Gay

Versione originale del post: Can I enjoy the art and denounce the artist? di Roxane Gay, per Marie Claire (6 febbraio 2018).

Un discorso di incoraggiamento da parte di N.K. Jemisin

Il pep talk è un discorso fatto per motivare e incoraggiare chi ascolta. Per il NaNoWriMo, iniziativa online dedicata alla scrittura, molti autori e autrici hanno condiviso con i/le partecipanti alcune parole ed esperienze, per ispirare forza.

Quello che segue è il pep talk di Nora K. Jemisin, autrice di fantascienza considerata tra le migliori dell’ultima decade, e ci troverete una storia interessante.

Mettiamo le sue parole  nella “calza della Befana” di quest’anno: vi auguriamo un buon 2020 e tantissime belle stagioni di letture e scritture. Yak!

Jemisin a Barcelona nel 2017, foto di Jordi Cotrina

Dunque, storia vera:

In una fredda notte d’inverno, ho chiamato Kate Elliott, mia amica e mentoressa. Balbettando, ho ammesso che avevo la disperata paura di aver scritto il peggior romanzo mai esistito. Era troppo strano, troppo sconclusionato, un enorme casino, ed ero praticamente certa di non possedere l’abilità letteraria di raccontare quella storia come aveva bisogno di essere raccontata. Insomma, ho dichiarato: avrei chiamato il nostro editore comune e avrei chiesto di rescindere il mio contratto.

Kate ha ascoltato con pazienza, e poi mi ha detto qualcosa che ora io dirò a te: ogni scrittore passa attraverso una cosa simile. Ogni. Scrittore.
È nell’ordine di ciò che facciamo: per creare un mondo, popolarlo e renderlo reale, dobbiamo credere che abbiamo qualcosa di straordinario nelle nostre mani. Dobbiamo credere di essere fantastici — almeno per un momento, almeno abbastanza per tentare questa cosa incredibilmente difficile.
Questo è il punto più alto del processo creativo.

Però è difficile mantenere questa convinzione, quando passi sotto la macina che è la messa in pratica dell’idea. Il vigore crolla. E a un certo punto, verso la metà, avrai necessariamente una battuta d’arresto, riguarderai quello che hai scritto — e sarà un disastro, i romanzi in corso sono sempre un disastro, la creatività è questo, ed è a questo che serve la revisione — e farai un salto all’indietro, con orrore.
Questo è il nadir, il punto più basso dell’eccitazione che hai provato quando hai iniziato il romanzo. Questo è l’opposto del momento di stupore che ti ha spinto a iniziare il NaNoWriMo.
Questo è l’Abisso del Dubbio.

Raggiunto questo punto, ti si prospetta una scelta: puoi buttarti nell’abisso, abbandonare il tuo romanzo e sguazzare nel pensiero di quanto fai schifo.
Oppure puoi allontanarti dal bordo del burrone.
Farlo sarà difficile, perché hai già in moto il tipo sbagliato di slancio. Dovrai invertire i motori e bruciare un po ‘di carburante in più per contrastare l’inerzia. Dovrai risalire verso la vetta, o almeno raggiungere un’altezza sicura. Potresti metterci un po’ di tempo in più, ma va bene. Meglio tardi che mai.

E se può aiutarti, ricorda: è questo ciò che ti rende uno scrittore o una scrittrice. Sì, questo. Il male allo stomaco, la prostrazione, la ferma convinzione di essere La Peggiore e che tuo romanzo è Il Peggiore e che fa tutto schifo. È così che a volte si sentono scrittori e scrittrici. (È così che a volte si sentono tutti.) Ma scrittori e scrittrici non permettono che questa sensazione li travolga.

Com’è finito il mio incontro con l’Abisso del Dubbio?
Kate mi ha convinta a non abbandonare la scrittura del romanzo — davvero, ho detto che l’avrei cancellato, avrei bruciato il PC e hackerato Dropbox per assicurarmi che non ci fossero backup — prima di parlarne con il mio editore.

Saggia Kate: questa decisione mi ha imposto un paio di giorni di attesa, per pensarci e calmarmi. E quando ho raccontato la mia fiaba di dolore al mio editore, la sua risposta è stata: Ah, sì, succede. Prenditi una pausa e pensaci su, poi ne riparliamo.

L’ho fatto. Mi sono sentita meglio. E poi ho finito il romanzo. (La quinta stagione, pubblicato nell’agosto 2015.) Oggi come oggi, penso che sia la cosa migliore che abbia mai scritto.

Quindi. C’è l’abisso che sbadiglia davanti a te. C’è il bordo del burrone, sotto i tuoi piedi. Se hai raggiunto questo punto, significa che sei una vera scrittrice/un vero scrittore, indipendentemente da ciò che decidi: congratulazioni per questo traguardo.

E ora, vorresti continuare a essere un vero scrittore/una vera scrittrice?

Allora girati e torna al lavoro.

Jemisin ritira il Premio Hugo nel 2018. E il suo discorso è un’altra roba forte.

Articolo orginale qui: NaNoWriMo – Pep talk from N. K. Jemisin

Buon Anno e buoni abissi!

 

I mondi di Ursula K. Le Guin: cinque parole chiave

Lo scorso 22 gennaio è scomparsa, all’età di ottantotto anni, Ursula K. Le Guin. Un’autrice che ha lasciato, nella storia della letteratura fantascientifica, un’impronta indelebile. Che ha dato lustro e vigore alla cosiddetta “soft sci-fi”, portando l’antropologia, la sociologia, la psicologia nel genere. Che ha abbattuto le barriere letterarie spaziando tra i confini del fantastico in senso più ampio. Che ha parlato di ambientalismo, anarchia, identità di genere, influenzando autori e autrici che sarebbero venuti dopo di lei.

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La sua storia e la sua bibliografia sono ampie per trattarle in un solo articolo: andiamo quindi a ricordare Ursula K. Le Guin attraverso cinque parole chiave che ci schiudono, pur senza pretesa di esaustività, i suoi mondi.

Hopi Corn Dance“Hopi corn dance”, Tonita Peña

  1. LINGUAGGIO

Il linguaggio è una tematica importantissima nella narrativa di Le Guin: l’autrice creò vere utopie linguistiche, attraverso le quali parlò di lingua scritta e orale, percezione del mondo e dell’identità di genere, gerarchie, poesia, musica. Al suo romanzo “Sempre la valle” (Always coming home, 1986) accompagnò non solo un glossario e un dizionario dell’immaginaria lingua Kesh, ma anche un’audiocassetta che conteneva canti e poesie del popolo di cui aveva narrato.

My_World_is_not_Flat,_2011_by_M._Bagshaw“My world is not flat”, Margarete Bagshaw

  1. CALIFORNIA

E, più nello specifico, la California degli anni ’50 e ’60: un luogo di impressionante fermento artistico, culturale, rivoluzionario, che influenzò la formazione di Le Guin e le diede ampie chiavi di lettura del mondo. Frequentò la Berkeley High School insieme a Philip K. Dick (sebbene i due non si conoscessero), trascorse le sue estati in una fattoria chiamata “Kishamish” nella Napa Valley, tra colline e vigneti, ma soprattutto nel mezzo delle stimolanti frequentazioni dei suoi genitori: scrittori, poeti, scienziati, nativi americani… un contesto culturale che avrebbe caratterizzato l’identità della sua narrativa.

Flyingheadacorn“Flying head terrified of woman cooking and eating acorn”, David Cusick

  1. FEMMINISMO

Ruoli di genere, disparità sociali, maternità, patriarcato: sono temi centrali in quello che forse è il romanzo più importante di Le Guin, “La mano sinistra delle tenebre” (The left hand of darkness, 1969). Come sarebbe una società di ermafroditi, in cui i ruoli riproduttivi siano perfettamente interscambiabili? Da questa domanda parte un incredibile lavoro di world-building e una lunga riflessione sulla parità di genere, di cui la fantascienza diventa un campo d’indagine e di sperimentazione.

Blackhawk-spiritbeing“Dream or vision of himself changed to a destroyer and riding a buffalo eagle”, Black Hawk

  1. PACIFISMO

Antimilitarista e antimperialista, Ursula K. Le Guin trattò spesso questi argomenti attraverso i suoi romanzi. La sopraffazione, il valore della non-violenza e soprattutto della comunicazione sono elementi fondamentali nelle sue opere, così come la sperimentazione e l’analisi dell’utopia anarchica di un altro suo masterpiece, “I reietti dell’altro pianeta” (The dispossessed, 1974), storia di due pianeti gemelli e opposti: il feroce e capitalista Urras, l’anarchico Anarres.

At_the_Sand_Creek_Massacre,_1874-1875“The Sand Creek massacre”, Howling Wolf

  1. AMBIENTALISMO

La controcultura anni ‘60 e l’interesse di Le Guin per la storia dei nativi americani influenzarono l’etica ambientalista che emerge dai suoi romanzi, in cui guerra e imperialismo passano anche per le devastazioni ambientali. Le Guin è stata definita “ecofemminista”, laddove rimarca una cultura di prevaricazione storicamente maschile e gerarchica; e racconta di civiltà legate alla terra, in cui la parità sociale tra i generi si accompagna a profondo rispetto e simbiosi verso la natura.

Credere che la narrativa realistica sia per definizione superiore alla narrativa dell’immaginazione è come pensare che l’imitazione sia superiore all’invenzione.

Ursula Kroeber Le Guin, 1929-2018

Questo post a firma Elena Di Fazio è stato pubblicato su Andromeda – Rivista di Fantascienza, per la rubrica mensile “La fantascienza delle donne” curata da noi, il dodo.
Post originale qui: I mondi di Ursula K. Le Guin: cinque parole chiave

La fantascienza delle donne

Milena Debenedetti: il maschilismo si annida nei dettagli

Riprendiamo un discorso iniziato nel post di qualche settimana fa.
In La fantascienza delle donne italiane e poi nel resoconto La fantascienza è delle donne, stiamo cercando di aprire un dibattito sul tema della fantascienza delle donne.

L’autrice Milena Debenedetti è intervenuta sul tema nel post “O ti ghettizzi o ti ghettizzano“, ospitato (come i nostri) nella Bottega del Barbieri.
L’abbiamo contattata e le abbiamo chiesto di approfondire e di raccontarci la sua esperienza personale: quella di autrice di fantascienza, di scrittrice tout court, di femminista, in questi anni di scrittura e partecipazione.
Eccola. Buona lettura.

Il maschilismo si annida nei dettagli

di Milena Debenedetti

Fantascienza, donne, maschilismo. Negli ultimi tempi sono stata sollecitata a commentare sull’argomento, stimolata da articoli e convegni.

Ora ci ho preso gusto, e dopo, diciamo, trent’anni di silenzio e onesta militanza, mi fa piacere raccontare qualche aneddoto significativo; più che disquisire e spiegare, cosa che probabilmente lascia il tempo che trova e ciascuno sulle sue, oltre a richiedere, magari, competenze più ampie delle mie.
Aneddoti senza pretese, eh… solo piccole esperienze.

L’inizio

Ho iniziato a leggere fantascienza quando ero bambina, negli anni ’60, su ispirazione di mio padre e della sua vasta biblioteca di Urania. Mi sono appassionata subito a questa letteratura di immaginazione e idee.
Con qualche sofferenza “di genere”, però, perché a meno di immedesimarmi nel protagonista maschile delle storie, facevo fatica a trovare il giusto grado di coinvolgimento.

Il carattere prettamente maschile del genere fantascienza, almeno alle origini, deriva dal suo essere letteratura preferita, come scrittori o lettori, da adolescenti maschi amanti della scienza, nerd ante litteram, sognatori e introversi. Da cui, l’esigenza dell’eroe, le donne come contorno idealizzato, e quant’altro.

Una letteratura caratterizzata, insomma, e a braccetto col pulp. Col tempo, ovvio, si è evoluta e differenziata in mille rivoli, ma certi aspetti sono duri a morire e l’imprinting resta. In qualche caso, ben più di quanto dovrebbe.

La scrittura e la rete

Dall’adolescenza in poi ho iniziato pure a scriverne, di fantascienza. Dopo vari tentativi di romanzi molto acerbi, ho trovato spazio coi racconti, vincendo diversi concorsi e pubblicando, in rete e in antologie di vari autori.

Ecco, “in rete” è importante: la vera svolta, per me, la possibilità di interagire compiutamente, è iniziata con internet; da cui poi le mailing list, la partecipazione ai convegni con l’emozione di conoscere di persona le facce dietro i nickname. Soprattutto, quella bella esperienza che era ed è tuttora il sito fantascienza.com, con tutto quello che ne è conseguito, come le iniziative Delos.

La rete, come ben sa Zuckerberg, è il paradiso dei nerd asociali, compreso chi è nato troppo presto come me. Il fatto di potersi presentare con quel che scrivi e che pensi, prima ancora che con un corpo e una faccia, fa sì che l’altro sia portato a giudicare il tuo essere, la tua essenza, prima che la tua apparenza, l’età, il sesso eccetera, e abbatte molte barriere di pregiudizio e timidezza. E con una sorta di apertura e cameratismo tipici degli ambienti più piccoli e “sfortunati”, che supera il genere sessuale di appartenenza. Insomma, un ambiente stimolante e piacevole, che in qualche modo si era inserito come sovrastruttura positiva sul precedente substrato un po’ ingessato.

Ho sempre potuto collaborare alle iniziative, dialogare, scherzare, incontrare virtualmente e fisicamente tante persone capaci di arricchirmi di nuove idee ed esperienze. Tanto che poi ti abitui così, ed è uno shock tornare al mondo reale con tutti i suoi iperpregiudizi e l’esasperazione dei sessi.

Femminismo, classificazione, ghetto

Una parentesi. Sono sempre stata femminista, fin dagli anni ’70, e non ho mai smesso di esserlo, ma a modo mio. Ho una certa allergia per i ghetti, anche quando sono recinti protetti, per le quote rosa, per la valorizzazione dei generi in quanto tali, per le classificazioni rigide, per il boldrinismo di stretta osservanza.

Detesto le forzature politically correct, e una storia forzatamente al femminile idealizzato e non plausibile mi irrita quanto la sua controparte di genere.

Mi piace battermi ad armi pari, a scuola come nella vita, e sconfiggere il pregiudizio coi fatti.

Non partecipo volentieri ad antologie “al femminile”, a meno che non ci sia un buon progetto dietro, che non sia solo diamo voce all’altra metà del cielo in quanto tale.

Al contrario, quando ho partecipato ad antologie di racconti, essendo quasi sempre l’unica donna (di recente le cose sono migliorate, siamo anche due magari), invariabilmente la cosa veniva fatta notare da qualcuno, e riceveva spiegazioni da altri. Paternalistiche.

Un giorno un amico, un collega di lavoro, mi ha fissato a lungo con occhi a uovo fritto per lo stupore, perché in una antologia di racconti da edicola, una delle due mitiche antologie “i mondi di Delos” , aveva trovato anche me, e per di più con un racconto di fs militare.

Ecco, per me quando non ci sarà più bisogno di parlare di fs femminile vs maschile, sarà un buon giorno. Mi spingo oltre, (benché queste mie idee sacrileghe e minoritarie mi abbiano causato anatemi da varie persone tutte le volte che ne ho accennato): quando si parlerà solo di letteratura di immaginazione, dividendola magari in sottogeneri, fantastico puro, speculazione scientifica, filosofia, sociale eccetera, senza barriere rigide e precostituite… per me sarà solo un gran passo avanti, per la libertà di chi scrive e per allargare l’esigua platea di chi legge.

Pregiudizi inconsapevoli

Pur nell’ambiente senz’altro positivo che descrivevo sopra, a volte ho dovuto fronteggiare retaggi di pregiudizio, anche quando meno me l’aspettavo, anche da parte di persone che, in buona fede, avrebbero giurato e spergiurato di non averne. E a dirla tutta, quando si arriva al dunque, al sodo, spesso sono quelli a prevalere.

A volte mi sono sentita giudicata non come autore in generale, ma in quanto donna, scrittrice. Spesso nelle recensioni: dove, se anche avessi descritto uno sbudellamento nei dettagli iperrealistici, qualcuno avrebbe senz’altro detto di vedervi la tipica sensibilità e delicatezza femminile.

Di recente ho sentito criticare un dibattito fra donne sulla fs femminile, dicendo che, se sentivano il bisogno di dibatterne fra loro, erano loro stesse che creavano il problema.

Direi che questo fa il paio con le infinite volte che ho visto e letto di uomini che dibattevano fra loro all’infinito sul perché poche donne leggano o scrivano fs, senza chiedere peraltro alle dirette interessate il loro parere.

Ecco, sono i dettagli che colpiscono di più. E di dettagli vorrei parlare, con tre piccoli esempi.

1 . L’aggettivo

Scrivo una storia, fs militare. Protagonista è un uomo, un soldato in crisi, fra visioni e dubbi: incontra una controparte femminile che crede reale, mentre è solo una proiezione. L’editor a cui la mostro mi dice: perché non la rovesci? Perché non metti una protagonista donna, in cui ti sia più facile immedesimarti?
Già questa affermazione mi appare discutibile, (lo avrebbe chiesto a un uomo che scriva con protagonista donna?) ma potrebbe anche essere presa in positivo, come tentativo di originalità, e avere un suo perché. Io non sono gelosa delle mie storie, accetto l’editing di buon grado.

Quindi lo faccio: riscrivo. Al momento della correzione per la pubblicazione, mi accorgo che l’editor, di sua iniziativa, ha cambiato una parola: un aggettivo. Un singolo aggettivo, ma che modifica completamente il significato.
La figura-proiezione, che in questo caso, rovesciando il racconto, è un uomo, sta per affrontare il nemico, soverchiante, in una battaglia che sa sarà l’ultima.
Io lo avevo descritto come sgomento, consapevole, giustamente angosciato.
L’editor me lo cambia dotandolo di uno sguardo “determinato”. Insomma, baldo e virile fino in fondo. Ho cancellato la correzione. Lui me l’ha rimessa.

Pareva brutto far vedere uno che è uomo, ma non è un eroe, è stanco, ha paura, sa di essere alla fine? Per me non migliorava il racconto, non era in carattere con lo spirito della storia e la rendeva solo più stereotipata.

2. Un piccolo delirio

Faccio parte della giuria finale per un concorso di racconti.
Vince una donna, una autrice che di solito stimo parecchio, ma che in quel racconto non mi aveva colpita particolarmente. Analizzando i voti dei giurati, quasi tutti l’hanno messa al primo posto, tranne due: io e l’altra donna in giuria.

Ai giurati erano noti solo i titoli, non i nomi né tanto meno il genere degli scrittori, non era certo un dato statistico, e neppure significativo. Il nostro doppio no quindi fu un caso, dovuto a semplici gusti personali che casualmente coincidevano.

Ebbene, uno degli altri giurati, al momento di consegnare i premi, si è lanciato in un ipotetico spiegone, arbitrario, superfluo e campato per aria, sul perché i racconti scritti da donne non piacciano alle altre donne. E non parlava solo di giudizi di gusto: insinuava in qualche modo una minore capacità, da parte delle donne, di giudicare obiettivamente, una qualche inferiorità da inesperienza. Leggasi pure: il nostro giudizio è quello che conta, siete voi che non capite, siete ancora immature sul genere.

Io e l’altra giurata abbiamo protestato per questa assurdità intrinseca, sentendoci denigrate. Ne è nata una polemica: dove noi facevamo la parte delle isteriche esagerate, e gli offesi erano pure gli organizzatori. Ecco.

3. Le donne scrivono di sentimenti?

Non ho pretese statistiche, sarà pure un caso e basta, però mi ha colpito una cosa: in diverse antologie a cui ho partecipato, in racconti che arrivavano sì e no a una trentina di pagine, la maggior parte degli autori uomini riusciva a inserire nella storia, fosse a carattere di thriller, speculativa o semplicemente d’ambientazione, un protagonista sofferente oltre misura, romanticismi decadenti d’antan, e una storia d’amore ossessiva, idealizzata, angosciante. Preferibilmente per donna più bella e più giovane. Magari morta.

Per quanto mi riguarda, nei racconti brevi fs non ho la tendenza a parlare d’amore, tutt’altro. Mi viene da essere più concreta, raccontare una storia con un concetto. Nel racconto, a meno che non sia proprio parte dell’idea di base, l’amore non mi pare così fondamentale e imprescindibile.

Certo, gli aneddoti lasciano il tempo che trovano. Sono storielle e non si possono generalizzare.

Ma sono comunque cose che sono successe. A me.
Per questo le volevo raccontare.

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… il dodo ringrazia!