Gilda Musa – Un incontro e Un piccolo ritratto, di Vittorio Curtoni / con intro di Nino Martino

Pubblichiamo oggi un post dedicato alla scrittrice Gilda Musa, poetessa, germanista e autrice di fantascienza fino alla fine degli anni ’70.

Gli articoli sono entrambi a firma di Vittorio Curtoni: uno è un’intervista a Musa, uscita sul numero 21 (anno 1977) della rivista di fantascienza ROBOT, che a quei tempi era edita da Armenia.

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Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra

A volte mi sento fortunata, come una che sia scampata a un abuso per puro caso: una che ha perso quell’autobus, o ha declinato distrattamente un certo passaggio in macchina, ma la sua amica no e le è andata peggio e poi si può solo raccontare e raccogliere i pezzi, tanto della sopravvissuta che della scampata.

Mi sento fortunata perché sono scampata ai romanzi di Marion Zimmer Bradley.

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La comunità SFF vacilla di fronte alle accuse contro Marion Zimmer Bradley

Questa è la mia traduzione al post di The Guardian “SFF community reeling after Marion Zimmer Bradley’s daughter accuses her of abuse”
Lo pubblichiamo qui come “appendice” al post “Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra” scritto in occasione del “caso Montanelli”, per ragionare insieme di idoli da abbattere e di cui sperabilmente liberarci.

La comunità della SFF vacilla dopo che la figlia di Marion Zimmer Bradley la accusa di abuso

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Posso godermi l’arte e denunciare l’artista? – Roxane Gay

Questa è la mia traduzione al post di Can I enjoy the art and denounce the artist? di Roxane Gay, per Marie Claire (6 febbraio 2018).
Lo pubblichiamo qui come “appendice” al post “Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra” scritto in occasione del “caso Montanelli”, per ragionare insieme di idoli da abbattere e di cui sperabilmente liberarci.

Posso godermi l’arte e denunciare l’artista?

di Roxane Gay

Crescendo, ho adorato The Cosby Show. A me e ai miei fratelli era concessa solo un’ora di televisione alla settimana, ciò significava trascorrere del tempo con Bill Cosby e la sua famiglia televisiva. Da ragazza nera della classe media, mi veniva detto che lì c’era qualcosa della mia vita, che tornava di riflesso. Tale rappresentazione era sfuggente, necessaria e incredibilmente significativa. Non potrei descrivere in modo più netto di questo l’impatto che Cosby ha avuto su di me.

Quando sono cresciuta e ho iniziato a sentire storie sull’abitudine di Cosby alle aggressioni sessuali, ho avuto il desiderio di distogliere lo sguardo. Non poteva essere possibile che l’uomo che ci ha dato il personaggio di Cliff Huxtable potesse anche essere un predatore sessuale. Ma io cerco sempre di credere alle persone quando raccontano quanto hanno sofferto. So quanto costa il farsi avanti in veste di vittima di violenza sessuale, e quando il responsabile è famoso, il costo è massimo, e ciò che si ottiene è davvero poco. Mentre l’entità delle sue violenze veniva alla luce, anche solo il numero di donne che Cosby ha perseguitato mi ha sconcertata, come la volontà di alcune persone di tenere ancora in considerazione la sua eredità artistica, nonostante il male che ha fatto.

Ogni volta che penso al lavoro di Cosby, ricordo le donne che ha perseguitate, e come il loro silenzio sia stato imposto dalla trappola dorata della sua fama. Per me, l’eredità artistica di Cosby è insignificante di fronte al dolore che ha causato. Deve esserlo. Prima Cosby ha dato un grande contributo artistico,  e poi lo ha distrutto. La responsabilità della distruzione è sua e solo sua. Siamo liber* di piangerne, ma non a spese delle sue vittime.

Verso la fine del 2017, la diga del silenzio si è infranta, e donne e uomini sono venute allo scoperto, in quantità senza precedenti, dando voce a come furono aggredite, molestate, intimidite, messe a tacere e sminuite in molti modi da uomini creativi di potere. Molte eredità sono state rese insignificanti da queste testimonianze, anche se il dibattito sull’eventualità che ciò avvenga continua, in modo inspiegabile.

Non possiamo più inchinarci all’altare del genio creativo ignorando il prezzo troppo spesso pagato per quel genio. A dire il vero, avremmo dovuto imparare questa lezione molto tempo fa, ma subiamo la fascinazione culturale di uomini creativi e potenti che sono anche “mercuriali” o “volatili”: di uomini che si comportano male.

A questi uomini viene dato ampio spazio. La loro importanza conferisce loro una certa immunità. Perdoniamo le loro trasgressioni, perché creano cose così brillanti, perché sono così carismatici, perché c’è un tale fascino per le persone che sfidano le convenzioni culturali e che osano fare tutto ciò che vogliono. Sia che stiamo parlando di Bill Cosby o Woody Allen o Roman Polanski o Johnny Depp o Kevin Spacey o Harvey Weinstein o Russell Simmons o di qualsiasi uomo che abbia costruito il suo successo sulle schiene di donne e uomini la cui sofferenza è stata ignorata per il bene di quello stesso successo, è tempo di dire che nessun’opera d’arte, nessuna eredità è tanto grande da farci scegliere di guardare dall’altra parte.

Non faccio più fatica con le eredità artistiche. Non è così difficile rigettare il lavoro di predatori e uomini arrabbiati, perché soffrire per l’eredità di un predatore significherebbe che c’è un prezzo che sono disposta a lasciare che le vittime paghino per amore della buona arte, mentre la verità è che non esiste mezz’ora di TV così eccellente da valere il prezzo della sofferenza di chicchessia. Al suo posto, ricordo quante carriere di donne sono state rovinate; penso a coloro che hanno rinunciato ai loro sogni perché alcuni “geni” hanno deciso di indulgere alla propria sete di potere e di controllo, considerandola più importante dell’ambizione e della dignità altrui. Ricordo tutto il silenzio, i decenni e decenni di silenzio forzato, intimidazioni e manipolazioni che hanno permesso ai malvagi di prosperare. E nel fare tutto ciò, per me è abbastanza facile per me non darmi pensiero della presunta grande arte di uomini cattivi.

Esistono persone creative di ogni tipo, che sono brillanti, originali, misteriose e in grado di trattare gli altri con rispetto. Il genio creativo non scarseggia di certo, ed è questo il tipo di opere alle quali invece possiamo e dobbiamo rivolgerci.

Roxane Gay

Versione originale del post: Can I enjoy the art and denounce the artist? di Roxane Gay, per Marie Claire (6 febbraio 2018).

Un discorso di incoraggiamento da parte di N.K. Jemisin

Il pep talk è un discorso fatto per motivare e incoraggiare chi ascolta. Per il NaNoWriMo, iniziativa online dedicata alla scrittura, molti autori e autrici hanno condiviso con i/le partecipanti alcune parole ed esperienze, per ispirare forza.

Quello che segue è il pep talk di Nora K. Jemisin, autrice di fantascienza considerata tra le migliori dell’ultima decade, e ci troverete una storia interessante.

Mettiamo le sue parole  nella “calza della Befana” di quest’anno: vi auguriamo un buon 2020 e tantissime belle stagioni di letture e scritture. Yak!

Jemisin a Barcelona nel 2017, foto di Jordi Cotrina

Dunque, storia vera:

In una fredda notte d’inverno, ho chiamato Kate Elliott, mia amica e mentoressa. Balbettando, ho ammesso che avevo la disperata paura di aver scritto il peggior romanzo mai esistito. Era troppo strano, troppo sconclusionato, un enorme casino, ed ero praticamente certa di non possedere l’abilità letteraria di raccontare quella storia come aveva bisogno di essere raccontata. Insomma, ho dichiarato: avrei chiamato il nostro editore comune e avrei chiesto di rescindere il mio contratto.

Kate ha ascoltato con pazienza, e poi mi ha detto qualcosa che ora io dirò a te: ogni scrittore passa attraverso una cosa simile. Ogni. Scrittore.
È nell’ordine di ciò che facciamo: per creare un mondo, popolarlo e renderlo reale, dobbiamo credere che abbiamo qualcosa di straordinario nelle nostre mani. Dobbiamo credere di essere fantastici — almeno per un momento, almeno abbastanza per tentare questa cosa incredibilmente difficile.
Questo è il punto più alto del processo creativo.

Però è difficile mantenere questa convinzione, quando passi sotto la macina che è la messa in pratica dell’idea. Il vigore crolla. E a un certo punto, verso la metà, avrai necessariamente una battuta d’arresto, riguarderai quello che hai scritto — e sarà un disastro, i romanzi in corso sono sempre un disastro, la creatività è questo, ed è a questo che serve la revisione — e farai un salto all’indietro, con orrore.
Questo è il nadir, il punto più basso dell’eccitazione che hai provato quando hai iniziato il romanzo. Questo è l’opposto del momento di stupore che ti ha spinto a iniziare il NaNoWriMo.
Questo è l’Abisso del Dubbio.

Raggiunto questo punto, ti si prospetta una scelta: puoi buttarti nell’abisso, abbandonare il tuo romanzo e sguazzare nel pensiero di quanto fai schifo.
Oppure puoi allontanarti dal bordo del burrone.
Farlo sarà difficile, perché hai già in moto il tipo sbagliato di slancio. Dovrai invertire i motori e bruciare un po ‘di carburante in più per contrastare l’inerzia. Dovrai risalire verso la vetta, o almeno raggiungere un’altezza sicura. Potresti metterci un po’ di tempo in più, ma va bene. Meglio tardi che mai.

E se può aiutarti, ricorda: è questo ciò che ti rende uno scrittore o una scrittrice. Sì, questo. Il male allo stomaco, la prostrazione, la ferma convinzione di essere La Peggiore e che tuo romanzo è Il Peggiore e che fa tutto schifo. È così che a volte si sentono scrittori e scrittrici. (È così che a volte si sentono tutti.) Ma scrittori e scrittrici non permettono che questa sensazione li travolga.

Com’è finito il mio incontro con l’Abisso del Dubbio?
Kate mi ha convinta a non abbandonare la scrittura del romanzo — davvero, ho detto che l’avrei cancellato, avrei bruciato il PC e hackerato Dropbox per assicurarmi che non ci fossero backup — prima di parlarne con il mio editore.

Saggia Kate: questa decisione mi ha imposto un paio di giorni di attesa, per pensarci e calmarmi. E quando ho raccontato la mia fiaba di dolore al mio editore, la sua risposta è stata: Ah, sì, succede. Prenditi una pausa e pensaci su, poi ne riparliamo.

L’ho fatto. Mi sono sentita meglio. E poi ho finito il romanzo. (La quinta stagione, pubblicato nell’agosto 2015.) Oggi come oggi, penso che sia la cosa migliore che abbia mai scritto.

Quindi. C’è l’abisso che sbadiglia davanti a te. C’è il bordo del burrone, sotto i tuoi piedi. Se hai raggiunto questo punto, significa che sei una vera scrittrice/un vero scrittore, indipendentemente da ciò che decidi: congratulazioni per questo traguardo.

E ora, vorresti continuare a essere un vero scrittore/una vera scrittrice?

Allora girati e torna al lavoro.

Jemisin ritira il Premio Hugo nel 2018. E il suo discorso è un’altra roba forte.

Articolo orginale qui: NaNoWriMo – Pep talk from N. K. Jemisin

Buon Anno e buoni abissi!

 

I mondi di Ursula K. Le Guin: cinque parole chiave

Lo scorso 22 gennaio è scomparsa, all’età di ottantotto anni, Ursula K. Le Guin. Un’autrice che ha lasciato, nella storia della letteratura fantascientifica, un’impronta indelebile. Che ha dato lustro e vigore alla cosiddetta “soft sci-fi”, portando l’antropologia, la sociologia, la psicologia nel genere. Che ha abbattuto le barriere letterarie spaziando tra i confini del fantastico in senso più ampio. Che ha parlato di ambientalismo, anarchia, identità di genere, influenzando autori e autrici che sarebbero venuti dopo di lei.

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La sua storia e la sua bibliografia sono ampie per trattarle in un solo articolo: andiamo quindi a ricordare Ursula K. Le Guin attraverso cinque parole chiave che ci schiudono, pur senza pretesa di esaustività, i suoi mondi.

Hopi Corn Dance“Hopi corn dance”, Tonita Peña

  1. LINGUAGGIO

Il linguaggio è una tematica importantissima nella narrativa di Le Guin: l’autrice creò vere utopie linguistiche, attraverso le quali parlò di lingua scritta e orale, percezione del mondo e dell’identità di genere, gerarchie, poesia, musica. Al suo romanzo “Sempre la valle” (Always coming home, 1986) accompagnò non solo un glossario e un dizionario dell’immaginaria lingua Kesh, ma anche un’audiocassetta che conteneva canti e poesie del popolo di cui aveva narrato.

My_World_is_not_Flat,_2011_by_M._Bagshaw“My world is not flat”, Margarete Bagshaw

  1. CALIFORNIA

E, più nello specifico, la California degli anni ’50 e ’60: un luogo di impressionante fermento artistico, culturale, rivoluzionario, che influenzò la formazione di Le Guin e le diede ampie chiavi di lettura del mondo. Frequentò la Berkeley High School insieme a Philip K. Dick (sebbene i due non si conoscessero), trascorse le sue estati in una fattoria chiamata “Kishamish” nella Napa Valley, tra colline e vigneti, ma soprattutto nel mezzo delle stimolanti frequentazioni dei suoi genitori: scrittori, poeti, scienziati, nativi americani… un contesto culturale che avrebbe caratterizzato l’identità della sua narrativa.

Flyingheadacorn“Flying head terrified of woman cooking and eating acorn”, David Cusick

  1. FEMMINISMO

Ruoli di genere, disparità sociali, maternità, patriarcato: sono temi centrali in quello che forse è il romanzo più importante di Le Guin, “La mano sinistra delle tenebre” (The left hand of darkness, 1969). Come sarebbe una società di ermafroditi, in cui i ruoli riproduttivi siano perfettamente interscambiabili? Da questa domanda parte un incredibile lavoro di world-building e una lunga riflessione sulla parità di genere, di cui la fantascienza diventa un campo d’indagine e di sperimentazione.

Blackhawk-spiritbeing“Dream or vision of himself changed to a destroyer and riding a buffalo eagle”, Black Hawk

  1. PACIFISMO

Antimilitarista e antimperialista, Ursula K. Le Guin trattò spesso questi argomenti attraverso i suoi romanzi. La sopraffazione, il valore della non-violenza e soprattutto della comunicazione sono elementi fondamentali nelle sue opere, così come la sperimentazione e l’analisi dell’utopia anarchica di un altro suo masterpiece, “I reietti dell’altro pianeta” (The dispossessed, 1974), storia di due pianeti gemelli e opposti: il feroce e capitalista Urras, l’anarchico Anarres.

At_the_Sand_Creek_Massacre,_1874-1875“The Sand Creek massacre”, Howling Wolf

  1. AMBIENTALISMO

La controcultura anni ‘60 e l’interesse di Le Guin per la storia dei nativi americani influenzarono l’etica ambientalista che emerge dai suoi romanzi, in cui guerra e imperialismo passano anche per le devastazioni ambientali. Le Guin è stata definita “ecofemminista”, laddove rimarca una cultura di prevaricazione storicamente maschile e gerarchica; e racconta di civiltà legate alla terra, in cui la parità sociale tra i generi si accompagna a profondo rispetto e simbiosi verso la natura.

Credere che la narrativa realistica sia per definizione superiore alla narrativa dell’immaginazione è come pensare che l’imitazione sia superiore all’invenzione.

Ursula Kroeber Le Guin, 1929-2018

Questo post a firma Elena Di Fazio è stato pubblicato su Andromeda – Rivista di Fantascienza, per la rubrica mensile “La fantascienza delle donne” curata da noi, il dodo.
Post originale qui: I mondi di Ursula K. Le Guin: cinque parole chiave

La fantascienza delle donne

Milena Debenedetti: il maschilismo si annida nei dettagli

Riprendiamo un discorso iniziato nel post di qualche settimana fa.
In La fantascienza delle donne italiane e poi nel resoconto La fantascienza è delle donne, stiamo cercando di aprire un dibattito sul tema della fantascienza delle donne.

L’autrice Milena Debenedetti è intervenuta sul tema nel post “O ti ghettizzi o ti ghettizzano“, ospitato (come i nostri) nella Bottega del Barbieri.
L’abbiamo contattata e le abbiamo chiesto di approfondire e di raccontarci la sua esperienza personale: quella di autrice di fantascienza, di scrittrice tout court, di femminista, in questi anni di scrittura e partecipazione.
Eccola. Buona lettura.

Il maschilismo si annida nei dettagli

di Milena Debenedetti

Fantascienza, donne, maschilismo. Negli ultimi tempi sono stata sollecitata a commentare sull’argomento, stimolata da articoli e convegni.

Ora ci ho preso gusto, e dopo, diciamo, trent’anni di silenzio e onesta militanza, mi fa piacere raccontare qualche aneddoto significativo; più che disquisire e spiegare, cosa che probabilmente lascia il tempo che trova e ciascuno sulle sue, oltre a richiedere, magari, competenze più ampie delle mie.
Aneddoti senza pretese, eh… solo piccole esperienze.

L’inizio

Ho iniziato a leggere fantascienza quando ero bambina, negli anni ’60, su ispirazione di mio padre e della sua vasta biblioteca di Urania. Mi sono appassionata subito a questa letteratura di immaginazione e idee.
Con qualche sofferenza “di genere”, però, perché a meno di immedesimarmi nel protagonista maschile delle storie, facevo fatica a trovare il giusto grado di coinvolgimento.

Il carattere prettamente maschile del genere fantascienza, almeno alle origini, deriva dal suo essere letteratura preferita, come scrittori o lettori, da adolescenti maschi amanti della scienza, nerd ante litteram, sognatori e introversi. Da cui, l’esigenza dell’eroe, le donne come contorno idealizzato, e quant’altro.

Una letteratura caratterizzata, insomma, e a braccetto col pulp. Col tempo, ovvio, si è evoluta e differenziata in mille rivoli, ma certi aspetti sono duri a morire e l’imprinting resta. In qualche caso, ben più di quanto dovrebbe.

La scrittura e la rete

Dall’adolescenza in poi ho iniziato pure a scriverne, di fantascienza. Dopo vari tentativi di romanzi molto acerbi, ho trovato spazio coi racconti, vincendo diversi concorsi e pubblicando, in rete e in antologie di vari autori.

Ecco, “in rete” è importante: la vera svolta, per me, la possibilità di interagire compiutamente, è iniziata con internet; da cui poi le mailing list, la partecipazione ai convegni con l’emozione di conoscere di persona le facce dietro i nickname. Soprattutto, quella bella esperienza che era ed è tuttora il sito fantascienza.com, con tutto quello che ne è conseguito, come le iniziative Delos.

La rete, come ben sa Zuckerberg, è il paradiso dei nerd asociali, compreso chi è nato troppo presto come me. Il fatto di potersi presentare con quel che scrivi e che pensi, prima ancora che con un corpo e una faccia, fa sì che l’altro sia portato a giudicare il tuo essere, la tua essenza, prima che la tua apparenza, l’età, il sesso eccetera, e abbatte molte barriere di pregiudizio e timidezza. E con una sorta di apertura e cameratismo tipici degli ambienti più piccoli e “sfortunati”, che supera il genere sessuale di appartenenza. Insomma, un ambiente stimolante e piacevole, che in qualche modo si era inserito come sovrastruttura positiva sul precedente substrato un po’ ingessato.

Ho sempre potuto collaborare alle iniziative, dialogare, scherzare, incontrare virtualmente e fisicamente tante persone capaci di arricchirmi di nuove idee ed esperienze. Tanto che poi ti abitui così, ed è uno shock tornare al mondo reale con tutti i suoi iperpregiudizi e l’esasperazione dei sessi.

Femminismo, classificazione, ghetto

Una parentesi. Sono sempre stata femminista, fin dagli anni ’70, e non ho mai smesso di esserlo, ma a modo mio. Ho una certa allergia per i ghetti, anche quando sono recinti protetti, per le quote rosa, per la valorizzazione dei generi in quanto tali, per le classificazioni rigide, per il boldrinismo di stretta osservanza.

Detesto le forzature politically correct, e una storia forzatamente al femminile idealizzato e non plausibile mi irrita quanto la sua controparte di genere.

Mi piace battermi ad armi pari, a scuola come nella vita, e sconfiggere il pregiudizio coi fatti.

Non partecipo volentieri ad antologie “al femminile”, a meno che non ci sia un buon progetto dietro, che non sia solo diamo voce all’altra metà del cielo in quanto tale.

Al contrario, quando ho partecipato ad antologie di racconti, essendo quasi sempre l’unica donna (di recente le cose sono migliorate, siamo anche due magari), invariabilmente la cosa veniva fatta notare da qualcuno, e riceveva spiegazioni da altri. Paternalistiche.

Un giorno un amico, un collega di lavoro, mi ha fissato a lungo con occhi a uovo fritto per lo stupore, perché in una antologia di racconti da edicola, una delle due mitiche antologie “i mondi di Delos” , aveva trovato anche me, e per di più con un racconto di fs militare.

Ecco, per me quando non ci sarà più bisogno di parlare di fs femminile vs maschile, sarà un buon giorno. Mi spingo oltre, (benché queste mie idee sacrileghe e minoritarie mi abbiano causato anatemi da varie persone tutte le volte che ne ho accennato): quando si parlerà solo di letteratura di immaginazione, dividendola magari in sottogeneri, fantastico puro, speculazione scientifica, filosofia, sociale eccetera, senza barriere rigide e precostituite… per me sarà solo un gran passo avanti, per la libertà di chi scrive e per allargare l’esigua platea di chi legge.

Pregiudizi inconsapevoli

Pur nell’ambiente senz’altro positivo che descrivevo sopra, a volte ho dovuto fronteggiare retaggi di pregiudizio, anche quando meno me l’aspettavo, anche da parte di persone che, in buona fede, avrebbero giurato e spergiurato di non averne. E a dirla tutta, quando si arriva al dunque, al sodo, spesso sono quelli a prevalere.

A volte mi sono sentita giudicata non come autore in generale, ma in quanto donna, scrittrice. Spesso nelle recensioni: dove, se anche avessi descritto uno sbudellamento nei dettagli iperrealistici, qualcuno avrebbe senz’altro detto di vedervi la tipica sensibilità e delicatezza femminile.

Di recente ho sentito criticare un dibattito fra donne sulla fs femminile, dicendo che, se sentivano il bisogno di dibatterne fra loro, erano loro stesse che creavano il problema.

Direi che questo fa il paio con le infinite volte che ho visto e letto di uomini che dibattevano fra loro all’infinito sul perché poche donne leggano o scrivano fs, senza chiedere peraltro alle dirette interessate il loro parere.

Ecco, sono i dettagli che colpiscono di più. E di dettagli vorrei parlare, con tre piccoli esempi.

1 . L’aggettivo

Scrivo una storia, fs militare. Protagonista è un uomo, un soldato in crisi, fra visioni e dubbi: incontra una controparte femminile che crede reale, mentre è solo una proiezione. L’editor a cui la mostro mi dice: perché non la rovesci? Perché non metti una protagonista donna, in cui ti sia più facile immedesimarti?
Già questa affermazione mi appare discutibile, (lo avrebbe chiesto a un uomo che scriva con protagonista donna?) ma potrebbe anche essere presa in positivo, come tentativo di originalità, e avere un suo perché. Io non sono gelosa delle mie storie, accetto l’editing di buon grado.

Quindi lo faccio: riscrivo. Al momento della correzione per la pubblicazione, mi accorgo che l’editor, di sua iniziativa, ha cambiato una parola: un aggettivo. Un singolo aggettivo, ma che modifica completamente il significato.
La figura-proiezione, che in questo caso, rovesciando il racconto, è un uomo, sta per affrontare il nemico, soverchiante, in una battaglia che sa sarà l’ultima.
Io lo avevo descritto come sgomento, consapevole, giustamente angosciato.
L’editor me lo cambia dotandolo di uno sguardo “determinato”. Insomma, baldo e virile fino in fondo. Ho cancellato la correzione. Lui me l’ha rimessa.

Pareva brutto far vedere uno che è uomo, ma non è un eroe, è stanco, ha paura, sa di essere alla fine? Per me non migliorava il racconto, non era in carattere con lo spirito della storia e la rendeva solo più stereotipata.

2. Un piccolo delirio

Faccio parte della giuria finale per un concorso di racconti.
Vince una donna, una autrice che di solito stimo parecchio, ma che in quel racconto non mi aveva colpita particolarmente. Analizzando i voti dei giurati, quasi tutti l’hanno messa al primo posto, tranne due: io e l’altra donna in giuria.

Ai giurati erano noti solo i titoli, non i nomi né tanto meno il genere degli scrittori, non era certo un dato statistico, e neppure significativo. Il nostro doppio no quindi fu un caso, dovuto a semplici gusti personali che casualmente coincidevano.

Ebbene, uno degli altri giurati, al momento di consegnare i premi, si è lanciato in un ipotetico spiegone, arbitrario, superfluo e campato per aria, sul perché i racconti scritti da donne non piacciano alle altre donne. E non parlava solo di giudizi di gusto: insinuava in qualche modo una minore capacità, da parte delle donne, di giudicare obiettivamente, una qualche inferiorità da inesperienza. Leggasi pure: il nostro giudizio è quello che conta, siete voi che non capite, siete ancora immature sul genere.

Io e l’altra giurata abbiamo protestato per questa assurdità intrinseca, sentendoci denigrate. Ne è nata una polemica: dove noi facevamo la parte delle isteriche esagerate, e gli offesi erano pure gli organizzatori. Ecco.

3. Le donne scrivono di sentimenti?

Non ho pretese statistiche, sarà pure un caso e basta, però mi ha colpito una cosa: in diverse antologie a cui ho partecipato, in racconti che arrivavano sì e no a una trentina di pagine, la maggior parte degli autori uomini riusciva a inserire nella storia, fosse a carattere di thriller, speculativa o semplicemente d’ambientazione, un protagonista sofferente oltre misura, romanticismi decadenti d’antan, e una storia d’amore ossessiva, idealizzata, angosciante. Preferibilmente per donna più bella e più giovane. Magari morta.

Per quanto mi riguarda, nei racconti brevi fs non ho la tendenza a parlare d’amore, tutt’altro. Mi viene da essere più concreta, raccontare una storia con un concetto. Nel racconto, a meno che non sia proprio parte dell’idea di base, l’amore non mi pare così fondamentale e imprescindibile.

Certo, gli aneddoti lasciano il tempo che trovano. Sono storielle e non si possono generalizzare.

Ma sono comunque cose che sono successe. A me.
Per questo le volevo raccontare.

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… il dodo ringrazia!