Italcon 2019 – Il dodoreport

Sabato 4 maggio 2019 sono stata alla Italcon, convention del fantastico e della fantascienza.

In questa cornice, appassionat* e operator* del settore si riuniscono e vengono assegnati i Premi Italia, ovvero i riconoscimenti del fandom per i contributi migliori dell’anno appena trascorso, suddivisi in varie categorie.

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Didattica della fantascienza – Panel @Stranimondi sulla scrittura di fantascienza con Giulia Abbate, Emanuele Manco e Franco Ricciardiello

Il 6 ottobre 2018 il dodo è stato alla convention Stranimondi, dedicata al libro fantastico e di fantascienza.

Oltre ad aver rimediato tre Premi Italia, abbiamo partecipato ad alcuni panel e incontri interessanti sulla fantascienza italiana qui e ora. La mezzadodo Giulia Abbate ha tenuto una breve presentazione insieme a Franco Ricciardiello ed Emanuele Manco, dal titolo: “Didattica della fantascienza”.
Un incontro per parlare di scrittura fantascientifica da diversi punti di vista, alcuni anche molto critici, e riflettere su nuove strade da prendere e su buone pratiche da adottare per proporre al pubblico una fantascienza sempre migliore.

La prima parte del panel è stata di Franco Ricciardiello, che ha espresso un’opinione nettamente sfavorevole sullo stato dell’arte e su alcune tendenze presenti nella fantascienza italiana che abbassano la qualità degli scritti. Poi ho preso la parola io, Giulia Abbate, per fare il “poliziotto buono”: ho esposto consigli e possibili strategie per scrivere meglio, con più metodo, meno fatica e un’efficacia migliore in generale.

Ecco la trascrizione del mio intervento!

Mi occupo di fantascienza per passione, e di scrittura tout court per lavoro. Posso dire, ricollegandomi a quanto detto da Franco Ricciardiello e alla mia esperienza diretta di editor indipendente, che una certa cultura della scrittura facile e una certa mancanza di alcuni strumenti non è prerogativa solo della fantascienza, in Italia, ma di tanti altri generi. E più in generale, è una mancanza che riguarda una grandissima massa di persone che amano scrivere. Quest’ultimo fatto, la passione generalizzata per la scrittura, lo  considero positivo, in sé: non solo perché mi dà da lavorare, ma perché dà da ragionare a tante persone. Scrivere fa crescere, ed è un’occupazione più che nobile.

Il fatto però è che tantissimi coloro che amano scrivere non hanno la percezione di quanto la scrittura possa, anzi debba essere un’abilità che si impara. Quando si dice il mestiere si intende proprio questo: l’abilità di usare sempre meglio i vari elementi della narrazione; abilità che si può imparare e che ha un grande valore pratico. Ce ne accorgiamo nel momento in cui ci sono tante idee, e non c’è però il modo di esprimerle efficacemente, con eleganza e proprietà: perché non ci sono strumenti né conoscenza del mestiere, e quindi diventa più difficile sviluppare le tante belle idee e le trovate narrative, che comunque in Italia ci sono.

In considerazione di questa carenza, Franco e io abbiamo pensato di affrontare l’argomento fantascienza dal punto di vista della scrittura creativa.

La scrittura creativa ha tanto da dare alla fantascienza, ed è anche il contrario: la fantascienza ha tantissimo da dare alla scrittura creativa, sia come approccio, che come contenuti.

Mi spiego. Per scrivere un romanzo – anche un racconto, ma soprattutto un romanzo, che è un percorso lungo –  ci vuole molta abilità e soprattutto un metodo. Si può anche scrivere senza: ideare e finire un romanzo in due mesi, di getto e ispirazione, succede ed è una cosa meravigliosa.

Ma nel momento in cui ho un’idea e la devo sviluppare è sicuramente meglio che io abbia un metodo.
È sicuramente meglio che prima di iniziare la scrittura io metta in atto una serie di accorgimenti basati su una strategia che stabilisco a priori.

La strategia si può elaborare sulla base di molte e diverse considerazioni: sulla base ad esempio del nostro peculiare modo di lavorare, delle inclinazioni e attitudini personali. Ma esistono anche dei punti fermi, simili per tutti, che possono essere il nostro leit motiv e la base vera sulla quale innestare poi successive peculiarità: ovvero, come funziona il cervello.

Tenere conto di come funziona il cervello significa rendersi conto che ci sono delle pratiche e delle strategie che sono più valide di altre, in molti più casi di altri.
Ciò non significa che voglio imporre un metodo, non sono il tipo: semplicemente mi sono accorta, in tanti anni di attività – affiancamento a scrittori e scrittrici, scritture personali e studio accademico e specialistico – che alcune pratiche sono migliori di altre nella maggior parte delle volte.

Questo vale specialmente nella fantascienza: dico specialmente perché la fantascienza è il genere più difficile di tutti.

Se vuoi scrivere bene fantascienza, se riesci a scrivere bene un romanzo di fantascienza, tutto quello che scriverai dopo (a meno che non sia un trattato di fisica quantistica!), tutta la fiction che scriverai dopo… sarà una passeggiata di salute.

È facile scrivere fiction mainstream dopo essermi misurata con paradossi spaziotemporali etecnicismi hard che però devo infilare nel racconto in modo coerente – ad esempio senza far parlare i personaggi in questo modo: Intendi dire la famosa legge del gatto di Schroedinger? Quella che postula bla, bla bla.

[Ho parlato dell’infodump in diversi post, qui: L’infodump: una panoramica e come evitarlo]

Dunque nel momento in cui imparo a gestire delle specifiche criticità proprie della fantascienza, tutto il resto è molto meno problematico! Ci si sente proprio sollevati!

interviene Emanuele Manco: –  Davvero? Io non saprei, non ho mai scritto mainstream!
Giulia Abbate: –  è un’esperienza che va fatta!
Emanuele Manco: –  Piuttosto mi chiedo come si possa scrivere mainstream.
Giulia Abbate: – Ok, questo dilemma invece te lo lascio tutto.

Sicuramente è vero anche il contrario: alla fantascienza serve un metodo di scrittura creativa, ambito specialistico che i fantascientisti, soprattutto qui in Italia, conoscono poco.
Magari perché si sono formati con letture esclusivamente fantascientifiche, trascurando quindi aspetti narratologici più ampi e più approfonditi; magari perché si limitano a scrivere in modo amatoriale, accontentandosi di una dialettica tutta interna al fandom; magari perché qui in Italia la cultura della scrittura creativa non é così diffusa in generale. Negli USA si insegna nelle università, mentre qui siamo affidati alle anime buone che tengono corsi privati: pochi sono davvero validi, in un mare di offerte di livelli molto diversi, e poco coerenti tra loro nei principi di base.

L’impostazione della scrittura creativa aiuta la fantascienza. La fantascienza aiuta la scrittura creativa. Perché come già detto è un genere difficile, e quello che si scrive dopo è meno pesante e laborioso. E anche perché la fantascienza, e quella speculativa specialmente, dà uno sguardo, un’attenzione, un pensiero laterale che poi servono anche al romanziere in generale.

Noi fantascientisti dobbiamo farci delle domande intrinseche al nostro genere. E SE? Domande del genere servono alla pratica della scrittura tout court: perché si impara a porsele anche nelle scritture “normali”, o in ambiti specifici della narrazione dove esse sono davvero utili, ad esempio per quanto riguarda i personaggi, o l’elaborazione dei twist narrativi.

Lo sguardo che la fantascienza ci aiuta a sviluppare scaturisce dal suo essere letteratura delle implicazioni: e spesso è proprio la cura per l’implicazione ciò che in generale distingue una narrazione attenta e accurata da una che invece è tirata via alla carlona.

Ora:  per concludere questa piccola panoramica, nella quale ho collegato la scrittura creativa con la fantascienza, vado a fare qualche esempio e a delineare qualche consiglio pratico di scrittura, che può servire espressamente al fantascientista.

La relazione tra le due sfere è un ciclo, uno scambio alla pari, perché, lo ripeto:

  1. dandoci un metodo basato sull’impianto teorico della scrittura creativa rinforziamo la narratività e la qualità della nostra fantascienza;
  2. imparando a scrivere bene fantascienza ci facciamo le ossa sulla profondità di scrittura e sullo sguardo che è necessario avere: attento, estroso, accurato nei dettagli, pronto a cogliere le implicazioni.

Cosa ci aiuta a scrivere bene fantascienza?

Come già detto, l’alleata principale è la pianificazione.
Dobbiamo studiare la scrittura creativa e la possibilità di un metodo per la pianificazione. Riprendendo il discorso fatto in apertura: si può scrivere un romanzo di getto, in effetti. Ma di solito, almeno sulla base della mia esperienza di editor con autori e autrici di tutti i tipi, il romanzo iniziato di getto quando arriva a tre quarti si arena. Lo chiamano blocco dello scrittore, in realtà è un vicolo cieco che noi imbocchiamo volontariamente, perché abbiamo poca consapevolezza di come funziona il cervello quando dispiega la sua creatività – e di quanto è lungo in realtà il percorso di un romanzo.

Ecco quindi un consiglio spassionato che darei a chi ha una bella idea e vuole scriverci un romanzo – una bella idea o dei personaggi, qualche situazione, chi scrive sa che cosa succede quando hai quel certo materiale vivo che ti eccita molto, e quindi è bello, vorresti sederti subito e buttaro fuori, metterti a scrivere… NO. Il consiglio è questo: NO.
Non farlo.

Stendi piuttosto una mappa mentale.

È un procedimento creativo, non la definirei tecnica: devi scrivere il nucleo della storia, la cosa più importante che vuoi dire attraverso di essa, e poi disegnare delle ramificazioni a essa correlate, che vuoi comunque inserire  (come scenari, personaggi, avvenimenti, ecc.) e che ti vengono in mente quasi spontanee.

Con la mappa mentale si lavora in modo quasi automatico, dando molto spazio al subconscio: è un brainstorming con noi stessi, mettiamola così. Disegniamo al centro la cosa che eccita di più, che riteniamo più importante trasferire nella storia e a chi leggerà:  quell’idea è il nucleo, la radice di tutto il resto.

Non dimentichiamo mai che la fantascienza è una letteratura fatta di messaggi. Tanti romanzi fantascientifici sono romanzi a tesi. E il romanzo a tesi è pericolosissimo, proprio perché corre il rischio di mettere la tesi in primo piano, nel tentativo esplicito di convincere, di convertire quasi, a scapito della storia. In effetti, comunicare un messaggio è uno dei motivi per cui si scrive, ma chi legge non deve percepire la comunicazione come un qualcosa di insistente, di normativo, altrimenti si sentirà manipolato o peggio sopraffatto e quindi si ritirerà dalla relazione.

Per raggiungere i nostri scopi, ovvero una tesi presente ma non soverchiante in una storia che sia aperta, la mappa mentale è molto utile.
Metterò al centro del foglio la tesi: senza ragionarci troppo, solo con la consapevolezza quell’idea è quella che ci appassiona di più, e dovrà vivere nelle nostre righe. Esplicitandola da subito a noi stessi, rendiamo più facile un fatto quasi inspiegabile con le categorie della mera razionalità: ovvero che questa idea centrale, al centro della ramificazione di altre idee correlate, vivrà davvero nelle righe, verrà infusa nell’intera storia, sempre presente anche nei successivi passaggi creativi, anche in quelli più inconsapevoli. E noi nello scrivere resteremo coerenti con essa, e non ce la dimenticheremo, ad esempio, come capita in alcuni manoscritti che mi arrivano: dove  il primo capitolo o una prima parte prefigura qualcosa, ma poi il resto va da tutt’altra parte. L’idea non è al centro, la storia scantona, e quindi bisogna sistemare o compattare con un editing fatto bene.

Quindi: la mappa mentale è un lavoro a metà tra istinto e volontà, precede qualsiasi altro lavoro di pianificazione ed è dunque un caldo consiglio.

Dopo la mappa, arriva il momento della vera costruzione: il plotting. Dobbiamo tirare giù l’intreccio.
E di nuovo: tanti intrecci si scrivono quasi da soli, buttiamo giù uno schemino al volo ma poi ci gettiamo subito nella scrittura, e nella prima stesura tutto torna, che bello! A volte succede.

Tante altre volte, invece succede che uno inizia a scrivere e poi non sa più dove andare. Tante volte uno fa una scaletta così, tanto per farla, perché l’insegnante o l’influencer dice che va fatta… ma non la cura, non la sviluppa o rifinisce, la tratta male, come un’incombenza da togliersi di dosso.

…e poi si trova nel bel mezzo dell’incubo dello scrittore e della scrittrice: «E ADESSO?»

Ritrovarsi a chiedersi «E adesso?» dopo aver già scritto una certa quantità di materiale è un fatto tragico per chi scrive giallo, o avventura, o qualsiasi altro genere…  per il fantascientista è peggio, è un gorgo di morte e disperazione. Perché il fantascentista ha un’altra implicazione da considerare, ovvero gli eventuali errori.

Quando facciamo un errore in un romanzo mainstream abbiamo la possibilità di riaccomodare le cose abbastanza facilmente. Succede proprio nell’editing: io leggo, rilevo quasi sempre degli errori e propongo aggiustamenti per eliminarli, tamponarli, modificarli e correggerli, e ci si leva d’impiccio.

Con la fantascienza le cose non sono così semplici.
Se basiamo l’intero nostro romanzo su una particolare legge fisica della quale però non considiamo adeguatamente il corollario o le implicazioni che poi fanno crollare tutto l’impianto narrativo… che si fa? Se ideiamo un paradosso spaziotemporale che però a un certo momento si confonde, si incarta, e magari viene fuori che è tutto molto più complicato oppure tutto troppo semplice per reggere l’intreccio… che si fa?

Quello che voglio dire è che nella fantascienza l’errore strutturale è un problema molto più presente e frequente, perché la fantascienza non mette solo in campo delle storie, ma sviluppa delle idee. In questi casi, è molto più difficile andare a intervenire dopo.

Dunque nel momento in cui si fa la scaletta bisogna averne ben presente la necessita, e applicarsi nel plotting con molta attenzione e un’attitudine razionale.

Insieme alla scaletta, altro consiglio: stendi anche la cronologia degli eventi.
È uno strumento molto importante, io lo consiglio anche a chi scrive romanzi storici, nel momento in cui si ha la necessità di ricollegarsi a fatti realmente accaduti. Nella fantascienza essa è vitale, specialmente se si lavora con il tempo.

La cronologia non è la stessa cosa della scaletta: la scaletta segue l’intreccio, quindi la sgraniamo capitolo per capitolo, con salti avanti e indietro che segniamo esattamente come appariranno poi nella storia  finale:

Capitolo 1 – Anno spaziale 2345, la scoperta di un misterioso delitto
Capitolo 2 – Il passato: i ricordi d’infanzia del personaggio, il tenebroso investigatore cyberpunk con il trauma
Capitolo 3- Si torna all’Anno spaziale 2345, dove il protagonista inizia le sue indagini

La cronologia è il calendario cronologico e temporale: può avere note a margine e rimaneggiamenti, ma di base è lineare e in un unico senso temporale di marcia. Può sembrare un lavoro pleonastico, non lo è: aiuta tantissimo sia nell’ideazione che nella scrittura in sé.

Il tempo che passiamo sulla pianificazione è tutto tempo che noi mettiamo in cassaforte. Anche se magari è meno eccitante della scrittura tout court. Ma più stiamo nel momento razionale e freddo di costruzione cosciente della nostra idea, e più poi scrivere sarà bello, sarà facile: potremo davvero lasciarci andare alla scrittura, perché la pianificazione ci dà una cornice, e quella cornice ci protegge. Grazie a essa non ci avventuriamo alla cieca in territori che poi ci rendiamo conto essere infidi o anche inutili: magari dopo avere scritto scene e capitoli che poi saremo costretti a eliminare dal testo finale. Un altro trauma per chi scrive!

Uno spreco del genere capita anche quando non ci si documenta abbastanza, e si scopre a posteriori che quello che si è scritto è sbagliato, quindi non vale nulla. Cancellare una scena è un grande dispendio di energie.

Concludo con un ultimo spunto, una cosa di cui mi sono accorta lavorando sia come scrittrice che come editor: non bisogna mai confondere le fasi del lavoro di scrittura.

Conosciamo tutti la famosa citazione di King e molti altri: tu non sei editor di te stesso.

È un consiglio molto, molto citato, ma poco seguito.

Nella scrittura di un romanzo ci sono dei momenti diversi: siamo in un percorso lungo, e ognuno di quei momenti coinvolge facoltà diverse del nostro cervello. Raccomando caldamente di non confondere tra loro i momenti diversi, almeno non nella stessa sessione di lavoro.

A questo proposito, una parentesi. Oltre alla scaletta del romanzo può esserci anche una scaletta del tempo di lavoro. Faccio un esempio pratico, basato sulla mia attività di scrittrice di contenuti su richiesta.

Caso: mi si chiede un racconto o un pezzo specialistico con la consegna da ora a sei mesi. Ecco un’idea di scaletta:

  1. Un mese per l’idea.
  2. Un mese per la scaletta
  3. Due mesi per la scrittura
  4. Un mese per la revisione
  5. …dopo due settimane di stacco.

Farsi un calendario delle fasi di lavoro aiuta a strutturare la propria strada. Ed è a sua volta un esercizio razionale: che si fa in un momento ben definito, preferibilmente prima di tutto il resto.

Invece nel momento in cui scriviamo, dopo aver fatto tutto il lavoro di pianificazione razionale possibile, dobbiamo sentirci davvero liberi. Lasciamo la creatività a briglia sciolta e consegniamoci alle immagini che ci vengono su, alle parole che i personaggi si dicono e ci suggeriscono liberamente. Ci verrà più facile farlo se sapremo già dove dobbiamo andare, senza temere svolte inaspettate in un vicolo cieco.

È molto importante non interrompere questo flusso creativo: nemmeno nel momento in cui non ci viene una parola, nemmeno nel momento in cui ci rendiamo di doverci documentare di più su una certa cosa – fatto che nella fantascienza capita spesso: sei nello spazio e ti accorgi che devi saperne più su un particolare casco; oppure strutturi una distopia sociale e ti poni domande su dettagli i più vari (i biglietti dell’autobus ci sono? I rubinetti dell’acqua corrente?)… Può capitare, insomma, di dover approfondire molti aspetti dei quali ci accorgiamo in corsa.

Ecco un altro consiglio: NON facciamolo mentre stiamo scrivendo. Piuttosto prendiamo nota e programmiamo un momento diverso, in una sessione separata, per approfondire quel certo dettaglio; e intanto proseguiamo con la scrittura.

Meglio, molto meglio lasciare una X nel testo e andare avanti fino alla conclusione del capitolo, piuttosto che aprire cinquanta pagine su google per la definizione esatta di un dettaglio che possiamo integrare dopo.
In questo modo non si confondono tipi di lavoro diversi, quello creativo e quello razionale.

Il mio intervento finisce qui: lascio la parola a Emanuele Manco, puoi ascoltare qui la sua viva voce, nella registrazione postata sul suo blog.

Dopo il panel, abbiamo lasciato un momento aperto alle domande: ci sono stati diversi interventi e anche delle discussioni interessanti, con critiche e confronti che non escludo di mettere online appena posso. In questa ultimissima parte della conferenza il poliziotto cattivo l’ho fatto io, stigmatizzando alcuni comportamenti che rilevo di frequente e che a mio avviso abbassano la qualità e dunque le possibilità della fantascienza. Ne parleremo in un prossimo post, magari!

Grazie intanto per l’attenzione!

Questa piccola conferenza non è che un assaggio, un microscopico abstract di quello che Franco e io abbiamo messo nel manuale di scrittura di fantascienza che abbiamo scritto insieme, e che uscirà tra poche settimane.

Se vuoi essere informat* dell’uscita del manuale e dei prossimi post in tema:

See ya! Yak!

“Frankenstein” di Mary Shelley: oggi sono 200 anni!

Esattamente l’11 marzo del 1818, uno strano libro appariva nelle vetrine delle librerie londinesi: si trattava di “Frankenstein o il moderno Prometeo”, di autore anonimo, e conquistò presto l’attenzione, i discorsi e le recensioni del tempo. Quando venne alla luce che a scriverlo era stata Mary Wollstonecraft Shelley, ventenne protagonista di scandali e fughe, e moglie del poeta Percy Bysshe Shelley, il libro divenne un vero e proprio caso letterario destinato a far parlare di sé ancora a lungo.

“Frankenstein” è il pilastro di più generi letterari e Mary Shelley una vera e propria eroina romantica. In questi giorni ne abbiamo parlato in diversi post: eccoli!

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Milena Debenedetti: il maschilismo si annida nei dettagli

Riprendiamo un discorso iniziato nel post di qualche settimana fa.
In La fantascienza delle donne italiane e poi nel resoconto La fantascienza è delle donne, stiamo cercando di aprire un dibattito sul tema della fantascienza delle donne.

L’autrice Milena Debenedetti è intervenuta sul tema nel post “O ti ghettizzi o ti ghettizzano“, ospitato (come i nostri) nella Bottega del Barbieri.
L’abbiamo contattata e le abbiamo chiesto di approfondire e di raccontarci la sua esperienza personale: quella di autrice di fantascienza, di scrittrice tout court, di femminista, in questi anni di scrittura e partecipazione.
Eccola. Buona lettura.

Il maschilismo si annida nei dettagli

di Milena Debenedetti

Fantascienza, donne, maschilismo. Negli ultimi tempi sono stata sollecitata a commentare sull’argomento, stimolata da articoli e convegni.

Ora ci ho preso gusto, e dopo, diciamo, trent’anni di silenzio e onesta militanza, mi fa piacere raccontare qualche aneddoto significativo; più che disquisire e spiegare, cosa che probabilmente lascia il tempo che trova e ciascuno sulle sue, oltre a richiedere, magari, competenze più ampie delle mie.
Aneddoti senza pretese, eh… solo piccole esperienze.

L’inizio

Ho iniziato a leggere fantascienza quando ero bambina, negli anni ’60, su ispirazione di mio padre e della sua vasta biblioteca di Urania. Mi sono appassionata subito a questa letteratura di immaginazione e idee.
Con qualche sofferenza “di genere”, però, perché a meno di immedesimarmi nel protagonista maschile delle storie, facevo fatica a trovare il giusto grado di coinvolgimento.

Il carattere prettamente maschile del genere fantascienza, almeno alle origini, deriva dal suo essere letteratura preferita, come scrittori o lettori, da adolescenti maschi amanti della scienza, nerd ante litteram, sognatori e introversi. Da cui, l’esigenza dell’eroe, le donne come contorno idealizzato, e quant’altro.

Una letteratura caratterizzata, insomma, e a braccetto col pulp. Col tempo, ovvio, si è evoluta e differenziata in mille rivoli, ma certi aspetti sono duri a morire e l’imprinting resta. In qualche caso, ben più di quanto dovrebbe.

La scrittura e la rete

Dall’adolescenza in poi ho iniziato pure a scriverne, di fantascienza. Dopo vari tentativi di romanzi molto acerbi, ho trovato spazio coi racconti, vincendo diversi concorsi e pubblicando, in rete e in antologie di vari autori.

Ecco, “in rete” è importante: la vera svolta, per me, la possibilità di interagire compiutamente, è iniziata con internet; da cui poi le mailing list, la partecipazione ai convegni con l’emozione di conoscere di persona le facce dietro i nickname. Soprattutto, quella bella esperienza che era ed è tuttora il sito fantascienza.com, con tutto quello che ne è conseguito, come le iniziative Delos.

La rete, come ben sa Zuckerberg, è il paradiso dei nerd asociali, compreso chi è nato troppo presto come me. Il fatto di potersi presentare con quel che scrivi e che pensi, prima ancora che con un corpo e una faccia, fa sì che l’altro sia portato a giudicare il tuo essere, la tua essenza, prima che la tua apparenza, l’età, il sesso eccetera, e abbatte molte barriere di pregiudizio e timidezza. E con una sorta di apertura e cameratismo tipici degli ambienti più piccoli e “sfortunati”, che supera il genere sessuale di appartenenza. Insomma, un ambiente stimolante e piacevole, che in qualche modo si era inserito come sovrastruttura positiva sul precedente substrato un po’ ingessato.

Ho sempre potuto collaborare alle iniziative, dialogare, scherzare, incontrare virtualmente e fisicamente tante persone capaci di arricchirmi di nuove idee ed esperienze. Tanto che poi ti abitui così, ed è uno shock tornare al mondo reale con tutti i suoi iperpregiudizi e l’esasperazione dei sessi.

Femminismo, classificazione, ghetto

Una parentesi. Sono sempre stata femminista, fin dagli anni ’70, e non ho mai smesso di esserlo, ma a modo mio. Ho una certa allergia per i ghetti, anche quando sono recinti protetti, per le quote rosa, per la valorizzazione dei generi in quanto tali, per le classificazioni rigide, per il boldrinismo di stretta osservanza.

Detesto le forzature politically correct, e una storia forzatamente al femminile idealizzato e non plausibile mi irrita quanto la sua controparte di genere.

Mi piace battermi ad armi pari, a scuola come nella vita, e sconfiggere il pregiudizio coi fatti.

Non partecipo volentieri ad antologie “al femminile”, a meno che non ci sia un buon progetto dietro, che non sia solo diamo voce all’altra metà del cielo in quanto tale.

Al contrario, quando ho partecipato ad antologie di racconti, essendo quasi sempre l’unica donna (di recente le cose sono migliorate, siamo anche due magari), invariabilmente la cosa veniva fatta notare da qualcuno, e riceveva spiegazioni da altri. Paternalistiche.

Un giorno un amico, un collega di lavoro, mi ha fissato a lungo con occhi a uovo fritto per lo stupore, perché in una antologia di racconti da edicola, una delle due mitiche antologie “i mondi di Delos” , aveva trovato anche me, e per di più con un racconto di fs militare.

Ecco, per me quando non ci sarà più bisogno di parlare di fs femminile vs maschile, sarà un buon giorno. Mi spingo oltre, (benché queste mie idee sacrileghe e minoritarie mi abbiano causato anatemi da varie persone tutte le volte che ne ho accennato): quando si parlerà solo di letteratura di immaginazione, dividendola magari in sottogeneri, fantastico puro, speculazione scientifica, filosofia, sociale eccetera, senza barriere rigide e precostituite… per me sarà solo un gran passo avanti, per la libertà di chi scrive e per allargare l’esigua platea di chi legge.

Pregiudizi inconsapevoli

Pur nell’ambiente senz’altro positivo che descrivevo sopra, a volte ho dovuto fronteggiare retaggi di pregiudizio, anche quando meno me l’aspettavo, anche da parte di persone che, in buona fede, avrebbero giurato e spergiurato di non averne. E a dirla tutta, quando si arriva al dunque, al sodo, spesso sono quelli a prevalere.

A volte mi sono sentita giudicata non come autore in generale, ma in quanto donna, scrittrice. Spesso nelle recensioni: dove, se anche avessi descritto uno sbudellamento nei dettagli iperrealistici, qualcuno avrebbe senz’altro detto di vedervi la tipica sensibilità e delicatezza femminile.

Di recente ho sentito criticare un dibattito fra donne sulla fs femminile, dicendo che, se sentivano il bisogno di dibatterne fra loro, erano loro stesse che creavano il problema.

Direi che questo fa il paio con le infinite volte che ho visto e letto di uomini che dibattevano fra loro all’infinito sul perché poche donne leggano o scrivano fs, senza chiedere peraltro alle dirette interessate il loro parere.

Ecco, sono i dettagli che colpiscono di più. E di dettagli vorrei parlare, con tre piccoli esempi.

1 . L’aggettivo

Scrivo una storia, fs militare. Protagonista è un uomo, un soldato in crisi, fra visioni e dubbi: incontra una controparte femminile che crede reale, mentre è solo una proiezione. L’editor a cui la mostro mi dice: perché non la rovesci? Perché non metti una protagonista donna, in cui ti sia più facile immedesimarti?
Già questa affermazione mi appare discutibile, (lo avrebbe chiesto a un uomo che scriva con protagonista donna?) ma potrebbe anche essere presa in positivo, come tentativo di originalità, e avere un suo perché. Io non sono gelosa delle mie storie, accetto l’editing di buon grado.

Quindi lo faccio: riscrivo. Al momento della correzione per la pubblicazione, mi accorgo che l’editor, di sua iniziativa, ha cambiato una parola: un aggettivo. Un singolo aggettivo, ma che modifica completamente il significato.
La figura-proiezione, che in questo caso, rovesciando il racconto, è un uomo, sta per affrontare il nemico, soverchiante, in una battaglia che sa sarà l’ultima.
Io lo avevo descritto come sgomento, consapevole, giustamente angosciato.
L’editor me lo cambia dotandolo di uno sguardo “determinato”. Insomma, baldo e virile fino in fondo. Ho cancellato la correzione. Lui me l’ha rimessa.

Pareva brutto far vedere uno che è uomo, ma non è un eroe, è stanco, ha paura, sa di essere alla fine? Per me non migliorava il racconto, non era in carattere con lo spirito della storia e la rendeva solo più stereotipata.

2. Un piccolo delirio

Faccio parte della giuria finale per un concorso di racconti.
Vince una donna, una autrice che di solito stimo parecchio, ma che in quel racconto non mi aveva colpita particolarmente. Analizzando i voti dei giurati, quasi tutti l’hanno messa al primo posto, tranne due: io e l’altra donna in giuria.

Ai giurati erano noti solo i titoli, non i nomi né tanto meno il genere degli scrittori, non era certo un dato statistico, e neppure significativo. Il nostro doppio no quindi fu un caso, dovuto a semplici gusti personali che casualmente coincidevano.

Ebbene, uno degli altri giurati, al momento di consegnare i premi, si è lanciato in un ipotetico spiegone, arbitrario, superfluo e campato per aria, sul perché i racconti scritti da donne non piacciano alle altre donne. E non parlava solo di giudizi di gusto: insinuava in qualche modo una minore capacità, da parte delle donne, di giudicare obiettivamente, una qualche inferiorità da inesperienza. Leggasi pure: il nostro giudizio è quello che conta, siete voi che non capite, siete ancora immature sul genere.

Io e l’altra giurata abbiamo protestato per questa assurdità intrinseca, sentendoci denigrate. Ne è nata una polemica: dove noi facevamo la parte delle isteriche esagerate, e gli offesi erano pure gli organizzatori. Ecco.

3. Le donne scrivono di sentimenti?

Non ho pretese statistiche, sarà pure un caso e basta, però mi ha colpito una cosa: in diverse antologie a cui ho partecipato, in racconti che arrivavano sì e no a una trentina di pagine, la maggior parte degli autori uomini riusciva a inserire nella storia, fosse a carattere di thriller, speculativa o semplicemente d’ambientazione, un protagonista sofferente oltre misura, romanticismi decadenti d’antan, e una storia d’amore ossessiva, idealizzata, angosciante. Preferibilmente per donna più bella e più giovane. Magari morta.

Per quanto mi riguarda, nei racconti brevi fs non ho la tendenza a parlare d’amore, tutt’altro. Mi viene da essere più concreta, raccontare una storia con un concetto. Nel racconto, a meno che non sia proprio parte dell’idea di base, l’amore non mi pare così fondamentale e imprescindibile.

Certo, gli aneddoti lasciano il tempo che trovano. Sono storielle e non si possono generalizzare.

Ma sono comunque cose che sono successe. A me.
Per questo le volevo raccontare.

alicethedodo-johntenniel
… il dodo ringrazia!

De bello alieno – Recensione

Ecco com’è andata: ce l’avevo sul comodino da diversi mesi. Da Stranimondi, dove l’ho comprato insieme ad altri (che sono ancora tutti lì… sob). Avevo iniziato a leggerlo quasi subito, ero molto curiosa… Poi già dalle prime righe è scattato il panico da vittima del liceo classico, seguito da paralisi temporanea della paratassi e della facoltà di provare piacere.
È successo più volte: lo aprivo, leggevo cose che riecheggiavano troppo da vicino le tremende versioni in lungue oscure che ho resettato completamente dal giorno succesivo alla maturità… e con un brivido posavo tutto, intontita e bisognosa di una puntata di roba di e con mariadefilippi.

Poi mi è venuto un sospetto, confermato ora che ho finalmente letto il libro.

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Sotto la pelle – Recensione

“Sotto la pelle” è l’esordio di Michel Faber, che in Italia è stato pubblicato dopo il suo bestseller “Il petalo cremisi e il bianco”.
È un romanzo che mi ha colpita profondamente. Lo considero uno dei migliore che ho letto ultimamente, e ne do un giudizio più che positivo. Nonostante abbia qualche difettuccio, che andrò a descrivere, ne consiglio caldamente la lettura, perché oltre a uno stile particolare, evocativo ed efficace, Faber è riuscito a creare con poco una storia di altissimo impatto emotivo.

La vicenda si apre con la descrizione di una misteriosa automobilista, Isserley, che viaggia ininterrottamente per le autostrade della Scozia orientale caricando quanti più autostoppisti possibile: li vede sulla carreggiata, li valuta velocemente, e se li considera fisicamente adatti ai suoi scopi segreti fa inversione alla prima svolta e torna indietro. Li fa salire, li interroga velocemente per capire se sono abbastanza soli, sconosciuti  e lontani da casa, dopo di che li stordisce e li porta nel suo cottage.

Questo è ciò che trovate nel primo capitolo: di più non posso dire. E vi invito caldamente, se avete in mente di leggere il libro, a non lasciarvi scoraggiare dalle primissime pagine un po’ noiose, e soprattutto a non indagare oltre: le recensioni in rete (compresa quella di IBS, attenzione!) sono zeppe di spoiler.
La rivelazione che toglie il fiato, infatti, è situata quasi in apertura del romanzo, insieme alla svolta che dà origine alla storia principale. Faber ci rivela la natura e gli scopi di Isserley  per poi dedicare spazio alla sua storia, alla sua evoluzione e al proseguimento dell’intreccio, che continua a coinvolgere, nonostante il “colpo” principale sia già stato inferto.

La storia di “Sotto la pelle” è abbastanza prevedibile, a dire il vero: un lettore accorto non avrà difficoltà ad anticipare le principali svolte narrative e a capire il significato dei vari particolari disseminati nel testo, che si riveleranno indizi sviluppati in seguito. Tuttavia, lo stile di Faber e soprattutto la sua potente abilità descrittiva compensano questo difetto, e rendono la lettura un’esperienza ugualmente ricca. Leggendo, sappiamo dove si va a parare, ma è il come che conta, è la narrazione che ci spinge a continuare e a rabbrividire.

L’idea di base del testo, infatti, è raggelante nella sua semplicità. Molti altri hanno scritto cose simili: un altro tallone di Achille, ma Faber lo usa a proprio favore, approfondisce il topos e ne trae pagine toccanti, e una lezione profonda, a suo modo disturbante.
(…Devo ammettere che la descrizione dei vodsel mestrali è un’immagine che fatico a togliermi dalla testa, mi spunta fuori in continuazione, insieme alle importanti implicazioni che porta con sé.)

Sì, perché qui non parliamo di fantasia, ma di fantascienza: una fantascienza che Faber tratta in modo particolare, in modo forte e debole allo stesso tempo.
Debole, perché se entriamo nel merito troviamo i dettagli sci-fi abbastanza vaghi e conditi di parecchie ingenuità: Faber non è un fantascientista, e si vede. Tuttavia, esiste una fantascienza che non è un sottogenere, ma una chiave di lettura narrativa, che può essere raggiunta anche da scrittori mainstream particolarmente dotati o nella giusta “luna”, come in questo caso.
La sci-fi di “Sotto la pelle” è anche forte, secondo me. È la fantascienza che preferisco, perché non mette in campo coccodrilloidi tentacolati, né leggi fisiche spiegate alla bell’e meglio da dilettanti: ma va a toccare temi cardinali, che riguardano noi e la nostra organizzazione, metono in discussione i punti chiave della definizione di umano e pongono un interrogativo forte, prepotente: è giusto quello che facciamo?

La domanda di “Sotto la pelle” sarebbe molto più specifica di questa, ma lo ripeto: non voglio rivelare assolutamente nulla, penso che questo romanzo meriti un’esplorazione autonoma e personale.
Leggete, scoprite. Pensateci, e fatemi sapere.

[Recensione a cura di Giulia Abbate pubblicata in origine sul sito di Studio83 – “Sotto la pelle” Recensione]