Corpo cammina con me – Incontro alla Libreria “Il Covo della ladra” per #tempodidonne

[A cura di Giulia Abbate]

Questa mattina sono stata a una presentazione interessante: “Corpo cammina con me – Manipolazioni, trasmutazioni e fantascienze”, con Nicoletta Vallorani, Caterina Mortillaro e Alberto Grandi, condotto da Mariana Marenghi, presso la libreria di quest’ultima: il “Covo della Ladra di libri”, un luogo relativamente nuovo, ma già conosciuto e direi ormai imprescindibile per chi ami leggere e conversare di letture qui a Milano.

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“Seme selvaggio” di Octavia Butler – Recensione

Oggi sarebbe stato il compleanno di Octavia Butler, mancata nel 2006 all’età di 58 anni. Per l’occasione posto una recensione di un suo romanzo poco conosciuto, ma decisivo per la fantascienza tutta: “Seme selvaggio”.
Di qualche mese fa la notizia che da “Seme selvaggio” e dal ciclo di romanzi cui appartiene, quello dei Patternisti, verrà tratta una serie che avrà anche la scrittura di Nnedi Okorafor.

Buon compleanno, Octavia! E grazie per tutta la splendida letteratura che ci hai donato!

Uscito negli USA nel 1980 e pubblicato in Italia solo nel 1991, Wild Seed è un romanzo sicuramente da riscoprire.

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“Di futuri ce n’è tanti”, di Daniele Barbieri e Roberto Mancini

Dopo qualche anno di corrispondenza e di scritture per il suo blog, e pur non avendolo mai incontrato di persona, considero Daniele Barbieri un amico: mai direi male di lui e di ciò che scrive!
Eppure il suo e loro libro è stato per me gradevole in un modo che mi ha comunque sorpresa, quindi parlarne bene non mi sarà difficile.
Spero con questa premessa di aver rispettato una regola importante per una buona recensione: se non puoi essere oggettiva (ma si può essere oggettivi, in generale?), sii almeno trasparente.

Di futuri ce n’è tanti

Daniele Barbieri e Riccardo Mancini
Avverbi edizioni, 2006

Bello questo libro, devo proprio dirlo! Fin dalla prima pagina, tanto il tono quanto i contenuti mi hanno rapita per lo spessore e insieme per la leggerezza.

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Duecento anni di Frankenstein e sei racconti romantici & gotici su Mary Shelley e il suo Prometeo moderno

L’articolo originale è stato pubblicato in occasione dei duecento anni della prima pubblicazione di “Frankenstein”, per la rubrica “La fantascienza delle donne” di Giulia Abbate e Elena Di Fazio su Andromeda – Rivista di fantascienza – Articolo a cura di Giulia Abbate

Primo

La madre di Mary Shelley era Mary Wollstonecraft, filosofa e scrittrice considerata fondatrice del femminismo liberale.

Donna avventurosa e indipendente, va via di casa dopo un’infanzia segnata dai maltrattamenti del padre alcolista sulla madre e su fratelli e sorelle. Inizia a lavorare per mantenersi, e nel frattempo completa la sua istruzione da autodidatta. Insieme alla sorella Elizabeth e all’amica Fanny Blood, tenta più volte di aprire delle scuole a Londra.

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Dopo la morte di Fanny a causa di una gravidanza, Mary prosegue il suo percorso pubblicando nel frattempo libelli, articoli, saggi, libri per l’infanzia e traduzioni dei maggiori intellettuali europei suoi contemporanei. Dopo un legame con il pittore Füssli, al quale propone una convivenza inclusiva della moglie di lui (esperimento rifiutato dalla signora Füssli), Mary si sposta a Parigi proprio nel periodo rivoluzionario e vive lì i giorni del Terrore. Ha una figlia, Fanny, dall’avventuriero Imlay, dal quale però Mary si separa: tenta il suicidio a Londra, ma poi si riprende. Si lega al filosofo anarchico Willian Godwin: entrambi sono contrari all’istituzione del matrimonio, quindi portano avanti la loro relazione senza convivere.

Da questo amore, il 30 agosto 1797 nasce Mary Wollstonecraft Godwin, futura “Mary Shelley”. Che però non avrà il dono di conoscere la sua eccezionale madre: Mary Wollstonecraft muore pochi giorni dopo averla data alla luce, per una setticemia.

Vorrei che le donne avessero potere non sugli uomini, ma su loro stesse.”

[Mary Wollstonecraft, da “Rivendicazione dei diritti della donna”, 1792]

Secondo

Anche Mary Wollstonecraft Godwin visse una vita più libera delle sue contemporanee, nella quale combatté per la propria indipendenza e rifiutò le convenzioni imposte al suo genere: a prezzo di ristrettezze, fughe, incomprensioni, fatiche immani e una “perseveranza invincibile”, parole di suo padre.

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Cresciuta con una matrigna che non l’amava, interiorizza comunque le convinzioni antimatrimoniali e anticonvenzionali di suo padre. Cresce in casa di amici di Godwin, radicali a loro volta, e quando diciassettenne incontra il poeta Percy Shelley, si lega a lui (con un giuramento, si racconta, di fronte alla tomba di Mary Wollstonecraft) in un amore che segnerà la vita di entrambi e terminerà solo alla morte dell’uomo, in mare, nel 1822.

Secondo una leggenda, il poeta viene cremato, ma il suo cuore brucia solo in parte e verrà consegnato proprio a Mary: lei lo custodirà insieme alle ciocche dei tre figlioletti morti bimbi, e al poema inedito “Adonis”. Il tutto è ritrovato dopo la sua morte da Percy Florence, il quarto figlio di Mary e unico rimasto in vita, che le resta accanto e la assiste con amore insieme alla moglie. E che vorrà il cuore di suo padre sepolto nella propria stessa tomba.

Terzo

La vita di Mary è segnata dalla perdita dei suoi bambini nati e non nati. Nel suo diario, in un periodo di poco precedente alla stesura di Frankenstein, Mary racconta di un sogno: in esso, riesce a riportare in vita la sua prima figlioletta Clara, morta poco dopo la nascita, riscaldandone il corpicino senza vita.

E in un articolo circostanziato e convincente, la giornalista Ruth Franklin mette in relazione Frankenstein con il fatto che, negli stessi anni in cui fu composto, pubblicato e poi di nuovo revisionato, Mary ha a che fare con la maternità e con il lutto: nel 1815 perde Clara, e con quella ferita si prende cura del secondogenito William proprio nei giorni svizzeri in cui compone Frankenstein e nei quali dà alla luce Clara Everina. Entrambi i bimbi morranno di malattia nel giro di pochi anni: prima della seconda edizione di Frankenstein del 1831 a Mary resta solo il piccolo Percy Florence.

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Franklin trova diverse corrispondenze a sostegno di questa lettura “maternale” di Frankenstein, già affrontata da altr*. Ad esempio: nel romanzo alcuni termini come labor, travaglio, indicano anche la nascita della creatura. E William è anche il nome di un personaggio del libro, la prima vittima della creatura: un bambino.

Frankenstein non è solo la trovata letteraria di una figlia del proprio tempo, presa dallo straniamento e dal timore di fronte al progredire della scienza. Non è esclusivamente monito alla superbia umana che si vuole sostituire a Dio, ma è anche il canto stanco di una donna cresciuta nel lutto. Il tema del ritorno alla vita, così inquietante e grottesco, diviene forse tentativo di guargione: Mary è capace di avere bambini, ma le muoiono uno dopo l’altro – questa vitalità che svanisce in fretta, crudele.

[Da “Mary Shelley: la morte per compagna (e la vita come aspirazione)” di Alessia Ghisi Migliari su Psicolab]

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Quarto

Le circostanze della nascita del romanzo Frankenstein sono universalmente note.

“Nell’estate del 1816 visitammo la Svizzera e diventammo amici di Lord Byron […] Ma quella si rivelò un’estate umida e inclemente, e una pioggia che non finiva mai ci confinava spesso in casa per giorni.”

Mary Wollstonecraft Shelley, insieme a Percy Shelley, Lord Byron, Claire Clermont, James Polidori, gruppo di amici uniti da relazioni liquide che oggi chiameremmo forse poliamorose, iniziano su proposta di Byron un gioco letterario: ognuno di loro avrebbe dovuto scrivere una storia di fantasmi.

Proprio il 1816 è ricordato negli annali come “l’anno senza estate”: tre grandi eruzioni (nei Caraibi 1812, Filippine 1814, Indonesia 1815) hanno un forte impatto sul clima terrestre a causa del denso strato di ceneri riversate nell’atmosfera, che abbassa la temperatura globale e smorza l’azione della luce del sole, già tenue proprio in quel periodo incluso nel Minimo di Dalton.

È un po’ ingiusto dare alla pioggia il merito della nascita di Frankenstein, come fa Chiara Valerio nella sua lettura comunque appassionata e appassionante. Dopotutto, la scrittura fu una scelta precisa: con la pioggia e un gruppo di poliamore le possibilità alternative di impiegare il tempo erano praticamente infinite.

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Quinto

Mary sfrutta al meglio le suggestioni datele dagli inquietanti sviluppi del galvanismo: proprio in quegli anni, medici come Giovanni Aldini, allievo proprio di Luigi Galvani, sperimentavano l’elettricità sui cadaveri pubblicando poi articoli e resoconti entusiastici.

Frankenstein, il Prometeo moderno, non è la creatura, ma il dottore: Viktor, colpevole di ubris e nonostante tutto compianto dalla sua creatura, che sceglie di uccidersi solo dopo averne provocato e poi pianto la morte. Viktor Frantenstein (che si presenta come esperto anche di sartoria, non dimentichiamolo!) è preclaro allievo dell’Università di Ingolstad, quella che sforna anche il Faust di Christopher Marlowe. Viktor è anche un figlio che non accetta la morte di sua madre, e che da lì fa scaturire la sua ubris, inconcepibile da mente di uomo – ma di donna sì: di Mary.

Viktor è il Prometeo moderno, è l’ennesimo Prometeo dell’immaginazione occidentale: un simbolo ambivalente, un cristo malfattore, un titano benefattore, un trasgressore delle leggi divine, un portatore di fuoco punito con lo sventramento e il rappezzamento quotidiano. Rappresenta anche la creatività poetica e l’irriducibile ribellione al potere.

Titano! Ai quali occhi immortali

Le sofferenze terrene

Apparivano nella loro triste realtà,

e non in disprezzo come ad altri Divini;

Quale fu la ricompensa per questa tua pietà?

Solo una silenziosa e profonda sofferenza; […]

Come te, l’Uomo è in parte divino,

Un fiume tormentato ma con una fonte pura;

Ed in parte, egli può prevedere il suo futuro […]

e sa trionfare in ogni sua sfida,

Facendo della Morte una vera Vittoria.

[da “Prometeo”, Lord Byron, 1816, traduzione di Paolo Rolleri]

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Sesto

La notte di Villa Diodati resta comunque un pilastro della letteratura che verrà.

La creatura di Frankenstein è un personaggio capitale che verrà ripreso in innumerevoli altre opere. Frankenstein è un classico dell’orrore, un pilastro del gotico, un padre del weird, narrato in forma epistolare secondo la tradizione ottocentasca, ma con tre punti di vista contenuti l’uno nell’altro in scatole cinesi. Inutile specificare che è ormai ritenuto dai più come uno dei romanzi fondanti della letteratura fantascientifica.

Dalla sfida letteraria di Villa Diodati ha origine un altro personaggio imprescindibile: John Polidori infatti dà vita al Vampiro, che servirà anche a Bram Stoker nell’elaborazione del suo Conte Dracula.

Interessante notare come sia Polidori che Shelley stessa soffrirono di problemi di attribuzione delle loro opere. Polidori, giovane e timido medico del ben più famoso e fascinoso Lord Byron, vide cadere sotto l’ombra del compagno anche la propria creazione. E Mary Shelley… beh, Mary Shelley era donna, ventenne, compagna di un poeta affermato: per molto tempo la critica e il pubblico faticarono a credere che Frankenstein fosse davvero farina del suo sacco, e persino oggi si mette molto in risalto il fatto che Mary ebbe in sogno l’idea iniziale del romanzo e che fu incoraggiata dagli altri a svilupparla. “Un’opera eccellente per un uomo, ma addirittura straordinaria per una donna” uno dei commenti più lunsighieri del tempo. Tanto per dire.

Ciò detto, Mary riuscì a mantenersi per il resto della sua vita grazie alla sua scrittura e alla sua… non scrittura. Con i proventi dei suoi testi aiutò finanziariamente anche suo padre. E garantì il benessere del suo amato Percy Florence mediante un accordo con Timoty Shelley, nonno del ragazzo: la condizione era che lei evitasse di scrivere la biografia di Percy Shelley. Mary accettò e tenne fede a quell’impegno per sempre. Trovò pure il tempo di aiutare un’amica scrittrice, che pubblicava con pseudonimo maschile, a coronare positivamente una fuga d’amore con la sua compagna. E dopo Frankestein pubblicò molto altro: romanzi come “L’ultimo uomo”, forse uno dei primi survival fantascientifici (prima traduzione italiana: 1996. Tanto per dire); pezzi per enciclopedie e per riviste femminili; curatele, tra le quali quella delle poesie (almeno) di Percy Shelley.

Nel frattempo, tutti i partecipanti alla sfida di Villa Diodati erano morti giovani e tragicamente. Mary si spense per ultima più tardi: a cinquantaquattro anni, presumibilmente per un tumore al cervello. Ferita e indomita, nubile e libera, come sua madre.

E nella Storia.

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FONTI consultabili online:

IMMAGINI

“Mary Shelley, an illustrated Biography” by Derek Marks

http://www.derekmarks.net/mary-shelley-an-illustrated-biography/6sen4s7mfa40jzr20rc3l90v1hhiuh

TESTI E CITAZIONI

“Was ‘Frankenstein’ Really About Childbirth?” by Ruth Franklin

https://newrepublic.com/article/101435/mary-shelley-frankenstein-godwin-bodleian-oxford

Mary Shelley: la morte per compagna (e la vita come aspirazione) di Alessia

http://www.psicolab.net/2007/mary-shelley-la-morte-per-compagna-e-la-vita-come-aspirazione/

Mary Shelley, la vera storia dell’autrice di Frankenstein

https://www.robadadonne.it/552/mary-shelley-la-vera-storia-dell-autrice-di-frankestein/

8 cose su Frankenstein

https://www.ilpost.it/2016/06/16/frankenstein-mary-shelley

Chiara Valerio racconta Frankenstein di Mary Shelley

https://www.illibraio.it/frankenstein-mary-shelley-490360/

La figura di Prometeo nelle letterature moderne

http://www.rivistazetesis.it/prometeo.htm

Prometeo di Lord Byron, traduzione di Paolo Rolleri

http://www.prtanslations.com/it_IT/2018/01/11/prometeo-lord-byron/

Prometeo di Lord Byron, traduzione di Corrado Aiello

11 marzo: buon compleanno mr. Frankenstein

http://www.telesanterno.com/11-marzo-buon-compleanno-mr-frankenstein-0311.html

Shelley’s ghosth: reshaping the image of a literary family

http://shelleysghost.bodleian.ox.ac.uk/

“Next-Stream. Visioni di realtà contigue”, Kipple – Prefazione di Giulia Abbate

“Next-Stream. Visioni di realtà contigue” è una raccolta di racconti di autori e autrici italian* che si sono misurati con la fantasia per costruire storie avvincenti, che possano arrivare anche a chi normalmente non legge fantastico e fantascienza.

L’antologia è stata curata dall’editore Kipple e plurivincitore di premi letterari vari, Lukha B. Kremo, e da Giulia Abbate, vostra umile mezza dodo.

Contiene racconti di Alessandra Cristallini, Andrea Pomes, Domenico Mastrapasqua, Francesca Fichera, Franci Conforti, Giovanni de Matteo, Irene Drago, Laura Silvestri, Linda De Santi, Marco Milani, Matt Briar, Sandro Battisti, Stefano Trucco, Valeria Barbera. Con l’introduzione di Kremo e la copertina di Ksenja Laginja, contributi che valgono come due racconti in più.

Ecco qui di seguito la prefazione di Giulia Abbate: riassume un po’ il senso del lavoro fatto insieme, e il bello che c’è dentro questa Next-Stream!

A volte capita all’improvviso. Altre volte è il risultato di una sequenza di avvenimenti e relazioni, un percorso impercettibile che si rivela solo al compimento, e che dopo assume i crismi della necessità.

Capita di trovarsi all’improvviso in mezzo a una rivelazione. Di risvegliarsi in territori sconosciuti e chiedersi che tipo di bussola usare, e dove trovarla.
Capita a molti personaggi nei racconti di questa raccolta: vivono passaggi, irruzioni, epifanie; oppure arrivano alla realtà contigua passo dopo passo, dopo percorsi oscuri, ma intrinsecamente inevitabili.

È capitato anche a me, quando Kremo mi ha chiesto di curare insieme a lui il progetto connettivista della nuova Next Stream.

– Io non sono connettivista – ho risposto.
– Allora sei perfetta – ha detto lui.  – Ho bisogno di mainstream.
– Giusto cielo. Anche io! Dove lo trovo, dove?
– Ok, senti questa allora. Ho bisogno di autrici fantastiche.
– Quelle le trovo. Andata!

La questione femminile è un’altra delle rivelazioni che ti trovi addosso quando inizi a scrivere e a lavorare nell’editoria. Sembra che le femmine scarseggino, in questo aureo mondo. Basta aprire un indice qualsiasi, di un’antologia qualsiasi, per imbattersi in questa penuria di genere.

Era il 2017 quando Pat Cadigan ha affrontato la questione, durante un suo panel tenutosi alla convention del libro fantastico Stranimondi. Io c’ero e l’ho sentita. Ed ecco: un altro passaggio improvviso, un altro colpo rivelatore.

«Non puoi sempre pretendere e ottenere una esatta parità di genere nelle antologie. Io stessa non sono riuscita a essere sempre in un’antologia, perché avevo… avevo mia madre, da curare!
Sono consapevole del fatto che probabilmente si rivolge la call a più donne di quel che poi risulti, perché loro poi non possono esserci. Perché magari sono madri e devono prendersi cura dei loro figli, o hanno la responsabilità della cura dei loro genitori anziani…
Per questi motivi, da parte mia non sono severa, non voglio esattamente il cinquanta per cento di donne e uomini. A volte è semplicemente chiedere troppo.»

A volte è chiedere troppo.

È chiedere troppo che un’antologia possa appianare una discriminazione presente ben prima della selezione editoriale, che determina vite e mentalità, e di conseguenza appare anche negli indici dei libri.
È chiedere troppo che una donna possa dedicare alla scrittura la stessa cura che può infondervi un uomo, a parità di lavoro e di famiglia ma non sempre di tempo davvero libero.
Inoltre, è chiedere troppo che una donna lavori per un’antologia perché è una donna: perché poi allora non ti lamentare che non ci sono abbastanza donne. Magari il tema della raccolta non le interessa, la consegna non è nelle sue corde autoriali, e così via. Le occasioni sono poche, non per questo sono obbligatorie. È ingiusto che anche in questo campo il semplice no sia una risposta che scatena rappresaglie.
Dovrebbero esserci più occasioni per tutt*, e la libertà di prenderle o meno. Punto e basta.

E dovrebbero esserci tutt* coloro che lo vogliono: perché lo vogliono e perché a parità di qualità non ci siano altre disparità che alla radice impediscano di provarci.
Il mio ideale non è il cinquanta per cento di donne e il cinquanta per cento di uomini, tant’è che in questa antologia non va così.
Qui ci sono più donne che uomini. Mi spiace.
Il mio ideale è che appaiano e si trovino in giro più di due generi, tanti generi, diversi, complessi e assolutamente dichiarati e riconoscibili. C’è un concetto che viene spesso ripreso, quando si parla “solo” di uomini e donne e di cosiddette quote rosa: «In un mondo ideale e libero da pregiudizi il genere non si dovrebbe nemmeno notare!» Non è vero, è un sillogismo da tastiera che nega la complessità del mondo: il genere sarà sempre importante, sarà sempre tematizzato e problematizzato, perché saremo sempre noi e ciò che riteniamo davvero importante di noi, per noi. Solo, non dovrà essere giudicato nel suo valore, non dovrà essere soppresso, negato, insultato, ignorato o negletto.
Ci dovranno essere sempre più racconti e libri di persone di tutti i generi possibili. In modo che, da qualche parte, altre persone notino la loro esistenza e si dicano: «allora esisto anche io. Allora posso anche io.» E in modo che altre persone non li notino: magari lo facciano dopo essersi gustati la bellezza di una prosa… lo vedo capitare spesso, alcuni lettori ammettono la loro sorpresa nello scoprire che una certa cosa che hanno letto e gradito è stata scritta da una donna. Un’altra rivelazione, una destabilizzazione, un mondo contiguo nel quale muoversi a piccoli passi cercando nuove bussole.
E torniamo qui: a ciò che mettono in scena tanti racconti di questa raccolta.

Il bello è che noi non avevamo dato indicazioni di merito, tuttavia ci sono arrivate storie incredibilmente affini, adiacenti e correlate, richiamantesi con sincronicità affascinanti.
La realtà contigua è un altrove che è già qui: e l’irruzione del non familiare in un contesto già spiazzante, nel quale i personaggi si muovono attingendo a competenze misteriose, istintive, seguendo pulsioni di vita, confidando nella possibilità di cogliere qualcosa di vero ovunque si trovino a vagare.
Alcuni racconti mettono in scena da subito dei mondi iperreali, fantasmagorici e spalancati nei quali cadiamo senza appigli: Conforti e Fichera usano leggi del reale, la matematica, la musica, per darci delle esplosioni cenestetiche, intense e divertentissime, a loro modo struggenti. I personaggi di De Matteo, Trucco, Battisti, Bryar viaggiano in mondi alterati, forse spostati, nei quali le sensazioni di estraneità e familiarità sono altrettanto forti e le storie sono permeate di significati vicini, troppo vicini, non solo contigui: a vista. Barbera crea rivoli di possibilità, accende e spegne, entra ed esce da scenari paralleli che si autoescludono eppure esistono insieme. Drago dà una precisa collocazione alla sua ambientazione contigua, ma poi ne cambia la cornice, ed ecco che cambia anche il senso.

Un’altra linea narrativa comune è proprio il cambiamento: la mutazione non indolore dei personaggi. De Santi e Silvestri configurano modifiche fisiche strumentali, che poi diventano strutturali: incidono sulle biografie, alterano le sostanze. Mastrapasqua confonde e replica il suo stesso protagonista che non vuole, non può mutare, per non dissolversi. Cristallini e Pomes, con le loro flash novel sparpagliate nell’antologia a separare e riunire gli altri racconti, inseguono pezzo dopo pezzo un cambiamento che forse sarebbe stato meglio evitare.

L’ultimo racconto, quello di Laginja, è in copertina. Anche una sola frase di commento è superflua da parte mia, pensala tu, trova quel che ti serve. Io ci intravedo una luna, è impossibile, eppure eccola lì. Mi fa davvero felice.
E così il lavoro fatto per Next Stream. Non me lo aspettavo, non lo credevo possibile, e invece. A volte un invece capita all’improvviso, altre volte lo si costruisce… altre volte ancora, qualcosa da fuori chiede di agire per farti cambiare, e tu scopri che, giusto cielo, è giusto assecondare quel qualcosa.

Qui dentro ci sono un po’ tutte queste modalità, e anche di più, in storie avvincenti ed emozionanti. Spero che piacciano anche a te che leggi, spero che ti facciano felice, spero che ti accompagnino nelle loro realtà contigue e che ti diano lo slancio per vedere, creare, aprire le tue.

Buone visioni!

Il nastro di Sanchez – Recensione

Marco è un laureato nei suoi mid-twenties, cerca lavoro e nel frattempo sbarca il lunario dando ripetizioni e facendo il dog sitter. La sua vita è un disastro: ha appena rotto con la fidanzata, la padrona di casa vuole sfrattarlo e si trova a scontrarsi con personaggi decisamente irritanti.

“Il nastro di Sanchez”, Giovanna Repetto, Delos Digital 2016

Halcon vive sul pianeta Tequiero, istruito dallo zio Mentore. Gli abitanti di Tequiero hanno le ali e possono librarsi in volo sugli incredibili paesaggi del pianeta: ma l’apparente paradiso nasconde un segreto. Cosa lega le vite di Marco e Halcon?
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