Un discorso di incoraggiamento da parte di N.K. Jemisin

Il pep talk è un discorso fatto per motivare e incoraggiare chi ascolta. Per il NaNoWriMo, iniziativa online dedicata alla scrittura, molti autori e autrici hanno condiviso con i/le partecipanti alcune parole ed esperienze, per ispirare forza.

Quello che segue è il pep talk di Nora K. Jemisin, autrice di fantascienza considerata tra le migliori dell’ultima decade, e ci troverete una storia interessante.

Mettiamo le sue parole  nella “calza della Befana” di quest’anno: vi auguriamo un buon 2020 e tantissime belle stagioni di letture e scritture. Yak!

Jemisin a Barcelona nel 2017, foto di Jordi Cotrina

Dunque, storia vera:

In una fredda notte d’inverno, ho chiamato Kate Elliott, mia amica e mentoressa. Balbettando, ho ammesso che avevo la disperata paura di aver scritto il peggior romanzo mai esistito. Era troppo strano, troppo sconclusionato, un enorme casino, ed ero praticamente certa di non possedere l’abilità letteraria di raccontare quella storia come aveva bisogno di essere raccontata. Insomma, ho dichiarato: avrei chiamato il nostro editore comune e avrei chiesto di rescindere il mio contratto.

Kate ha ascoltato con pazienza, e poi mi ha detto qualcosa che ora io dirò a te: ogni scrittore passa attraverso una cosa simile. Ogni. Scrittore.
È nell’ordine di ciò che facciamo: per creare un mondo, popolarlo e renderlo reale, dobbiamo credere che abbiamo qualcosa di straordinario nelle nostre mani. Dobbiamo credere di essere fantastici — almeno per un momento, almeno abbastanza per tentare questa cosa incredibilmente difficile.
Questo è il punto più alto del processo creativo.

Però è difficile mantenere questa convinzione, quando passi sotto la macina che è la messa in pratica dell’idea. Il vigore crolla. E a un certo punto, verso la metà, avrai necessariamente una battuta d’arresto, riguarderai quello che hai scritto — e sarà un disastro, i romanzi in corso sono sempre un disastro, la creatività è questo, ed è a questo che serve la revisione — e farai un salto all’indietro, con orrore.
Questo è il nadir, il punto più basso dell’eccitazione che hai provato quando hai iniziato il romanzo. Questo è l’opposto del momento di stupore che ti ha spinto a iniziare il NaNoWriMo.
Questo è l’Abisso del Dubbio.

Raggiunto questo punto, ti si prospetta una scelta: puoi buttarti nell’abisso, abbandonare il tuo romanzo e sguazzare nel pensiero di quanto fai schifo.
Oppure puoi allontanarti dal bordo del burrone.
Farlo sarà difficile, perché hai già in moto il tipo sbagliato di slancio. Dovrai invertire i motori e bruciare un po ‘di carburante in più per contrastare l’inerzia. Dovrai risalire verso la vetta, o almeno raggiungere un’altezza sicura. Potresti metterci un po’ di tempo in più, ma va bene. Meglio tardi che mai.

E se può aiutarti, ricorda: è questo ciò che ti rende uno scrittore o una scrittrice. Sì, questo. Il male allo stomaco, la prostrazione, la ferma convinzione di essere La Peggiore e che tuo romanzo è Il Peggiore e che fa tutto schifo. È così che a volte si sentono scrittori e scrittrici. (È così che a volte si sentono tutti.) Ma scrittori e scrittrici non permettono che questa sensazione li travolga.

Com’è finito il mio incontro con l’Abisso del Dubbio?
Kate mi ha convinta a non abbandonare la scrittura del romanzo — davvero, ho detto che l’avrei cancellato, avrei bruciato il PC e hackerato Dropbox per assicurarmi che non ci fossero backup — prima di parlarne con il mio editore.

Saggia Kate: questa decisione mi ha imposto un paio di giorni di attesa, per pensarci e calmarmi. E quando ho raccontato la mia fiaba di dolore al mio editore, la sua risposta è stata: Ah, sì, succede. Prenditi una pausa e pensaci su, poi ne riparliamo.

L’ho fatto. Mi sono sentita meglio. E poi ho finito il romanzo. (La quinta stagione, pubblicato nell’agosto 2015.) Oggi come oggi, penso che sia la cosa migliore che abbia mai scritto.

Quindi. C’è l’abisso che sbadiglia davanti a te. C’è il bordo del burrone, sotto i tuoi piedi. Se hai raggiunto questo punto, significa che sei una vera scrittrice/un vero scrittore, indipendentemente da ciò che decidi: congratulazioni per questo traguardo.

E ora, vorresti continuare a essere un vero scrittore/una vera scrittrice?

Allora girati e torna al lavoro.

Jemisin ritira il Premio Hugo nel 2018. E il suo discorso è un’altra roba forte.

Articolo orginale qui: NaNoWriMo – Pep talk from N. K. Jemisin

Buon Anno e buoni abissi!

 

I mondi di Ursula K. Le Guin: cinque parole chiave

Lo scorso 22 gennaio è scomparsa, all’età di ottantotto anni, Ursula K. Le Guin. Un’autrice che ha lasciato, nella storia della letteratura fantascientifica, un’impronta indelebile. Che ha dato lustro e vigore alla cosiddetta “soft sci-fi”, portando l’antropologia, la sociologia, la psicologia nel genere. Che ha abbattuto le barriere letterarie spaziando tra i confini del fantastico in senso più ampio. Che ha parlato di ambientalismo, anarchia, identità di genere, influenzando autori e autrici che sarebbero venuti dopo di lei.

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La sua storia e la sua bibliografia sono ampie per trattarle in un solo articolo: andiamo quindi a ricordare Ursula K. Le Guin attraverso cinque parole chiave che ci schiudono, pur senza pretesa di esaustività, i suoi mondi.

Hopi Corn Dance“Hopi corn dance”, Tonita Peña

  1. LINGUAGGIO

Il linguaggio è una tematica importantissima nella narrativa di Le Guin: l’autrice creò vere utopie linguistiche, attraverso le quali parlò di lingua scritta e orale, percezione del mondo e dell’identità di genere, gerarchie, poesia, musica. Al suo romanzo “Sempre la valle” (Always coming home, 1986) accompagnò non solo un glossario e un dizionario dell’immaginaria lingua Kesh, ma anche un’audiocassetta che conteneva canti e poesie del popolo di cui aveva narrato.

My_World_is_not_Flat,_2011_by_M._Bagshaw“My world is not flat”, Margarete Bagshaw

  1. CALIFORNIA

E, più nello specifico, la California degli anni ’50 e ’60: un luogo di impressionante fermento artistico, culturale, rivoluzionario, che influenzò la formazione di Le Guin e le diede ampie chiavi di lettura del mondo. Frequentò la Berkeley High School insieme a Philip K. Dick (sebbene i due non si conoscessero), trascorse le sue estati in una fattoria chiamata “Kishamish” nella Napa Valley, tra colline e vigneti, ma soprattutto nel mezzo delle stimolanti frequentazioni dei suoi genitori: scrittori, poeti, scienziati, nativi americani… un contesto culturale che avrebbe caratterizzato l’identità della sua narrativa.

Flyingheadacorn“Flying head terrified of woman cooking and eating acorn”, David Cusick

  1. FEMMINISMO

Ruoli di genere, disparità sociali, maternità, patriarcato: sono temi centrali in quello che forse è il romanzo più importante di Le Guin, “La mano sinistra delle tenebre” (The left hand of darkness, 1969). Come sarebbe una società di ermafroditi, in cui i ruoli riproduttivi siano perfettamente interscambiabili? Da questa domanda parte un incredibile lavoro di world-building e una lunga riflessione sulla parità di genere, di cui la fantascienza diventa un campo d’indagine e di sperimentazione.

Blackhawk-spiritbeing“Dream or vision of himself changed to a destroyer and riding a buffalo eagle”, Black Hawk

  1. PACIFISMO

Antimilitarista e antimperialista, Ursula K. Le Guin trattò spesso questi argomenti attraverso i suoi romanzi. La sopraffazione, il valore della non-violenza e soprattutto della comunicazione sono elementi fondamentali nelle sue opere, così come la sperimentazione e l’analisi dell’utopia anarchica di un altro suo masterpiece, “I reietti dell’altro pianeta” (The dispossessed, 1974), storia di due pianeti gemelli e opposti: il feroce e capitalista Urras, l’anarchico Anarres.

At_the_Sand_Creek_Massacre,_1874-1875“The Sand Creek massacre”, Howling Wolf

  1. AMBIENTALISMO

La controcultura anni ‘60 e l’interesse di Le Guin per la storia dei nativi americani influenzarono l’etica ambientalista che emerge dai suoi romanzi, in cui guerra e imperialismo passano anche per le devastazioni ambientali. Le Guin è stata definita “ecofemminista”, laddove rimarca una cultura di prevaricazione storicamente maschile e gerarchica; e racconta di civiltà legate alla terra, in cui la parità sociale tra i generi si accompagna a profondo rispetto e simbiosi verso la natura.

Credere che la narrativa realistica sia per definizione superiore alla narrativa dell’immaginazione è come pensare che l’imitazione sia superiore all’invenzione.

Ursula Kroeber Le Guin, 1929-2018

Questo post a firma Elena Di Fazio è stato pubblicato su Andromeda – Rivista di Fantascienza, per la rubrica mensile “La fantascienza delle donne” curata da noi, il dodo.
Post originale qui: I mondi di Ursula K. Le Guin: cinque parole chiave

La fantascienza delle donne

Intervista a Leggere Distopico – Leggere fantascienza oggi

Venerdì scorso abbiamo pubblicato sul blog della nostra agenzia di servizi letterari Studio83 un’intervista che abbiamo realizzato con lo staff di Leggere distopico: un gruppo di lettori molto attivi e focalizzati sul (sotto?)genere fantascientifico della distopia.

Grazie alle loro risposte molto preparate e assolutamente non banali, abbiamo ricavato praticamente un pezzo sullo stato della distopia oggi: come è letta, come viene percepita e come è interpretata dai lettori e dalle lettrici attuali.

Sulla distopia si può ragionare con diverse chiavi di lettura.

Continua a leggere

Intervista a Kurt Vonnegut

Due giorni fa è stato l’anniversario della nascita di un genio della letteratura mondiale: Kurt Vonnegut, nato il 7 novembre 1922 a Indianapolis e mancato (così è la vita) l’11 aprile 2007 a New York . La sua opera è nota “per una originale mescolanza di elementi fantastici, satira politica, sociale e di costume, humor nero ed espressione di valori umanisti.”*

Si sa, le definizioni sono rapide a darsi e piuttosto aleatorie, specialmente se confezionate a posteriori e in assenza dei diretti interessati.
Per cui, come facemmo qualche tempo fa con Philip K.Dick, abbiamo deciso di far parlare direttamente lui, Kurt Vonnegut, in un’intervista esclusiva.

Sicura che sia così esclusiva?

Siamo riuscite a incontrare Kurt Vonnegut grazie alla preziosa collaborazione del dottor Welby, insigne luminare (diretto allievo del prof. Kevorkian, ovviamente) che mi ha assistita in un’esperienza di quasi morte.
Ed ecco quello che è accaduto, e quello che mi ha detto Kurt Vonnegut, quando l’ho incontrato.Dalla vostra inviata dall’aldilà:

Buongiorno, Mr, Vonnegut. Come se la passa? Lei è morto.

Così va la vita.

Giusto. Parlando di vita:  lei è stato uno scrittore e artista molto apprezzato. A posteriori, vuole dare lei una definizione di sé e della sua arte?

Sono un umanista, il che significa, in  parte, che ho cercato di comportarmi decorosamente senza pretendere, dopo che sarò morto, né ricompense né castighi.

Se non mi sbaglio, quando era in vita ha anche fatto parte dell’associazione omonima: la AHA, American Humanist Association.

Avevo preso il posto del defunto dottor Isaac Asimov, grande scrittore e scienziato di spettacolosa prolificità, in questa carica sostanzialmente inutile. Durante una commemorazione del mio predecessore, dichiarai: “Isaac adesso è in paradiso.” Era la cosa più ridicola che avrei potuto dire a un pubblico di umanisti, e infatti la mia frase li fece ridere a crepapelle.
Che ilarità!E riguardo alla fantascienza? Lei è stato più volte definito scrittore di fantascienza, si riconosce in questa definizione?

Sono diventato un cosiddetto scrittore di fantascienza quando qualcuno ha stabilito che ero uno scrittore di fantascienza. Non ci tenevo affatto a essere etichettato in quel modo, e mi chiedevo cosa avevo fatto di male per non vedermi riconosciuto come uno scrittore serio. Alla fine ho deciso che la mia colpa era quella di parlare di tecnologia nei miei libri, mentre la stragrande maggioranza dei migliori scrittori americani di tecnologia non sa un bel niente.

Pensa che, nonostante tutto, la fantascienza abbia qualcosa da insegnarci?

Smettete di pensare che i vostri nipoti saranno OK – per quanto distruttivi e spreconi possiate essere voi – perché potranno andare su un bel pianeta nuovo con una nave spaziale. Questo è veramente meschino e stupido.

Ok. E allora cosa dovremmo fare?

Gli uomini sono animali fatti per danzare. Quant’ bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare, non credete a chi vi dice altrimenti.

Siamo? Ma lei è morto.

Spero che voi direte: “Adesso Kurt è lassù in cielo.” È la mia battuta preferita.

Divertente. Ora parliamo ancora di lei e delle sue opere. Ricorda il suo primo manoscritto?

Ecco la trama. Una creatura di nome Zog arriva sulla terra su un disco volante per spiegare come evitare le guerre e curare il cancro. Porta queste sue informazioni da Margo, un pianeta i cui  abitanti conversano tra loro emettendo scoregge e ballando il tip-tap.
Zog sbarca di notte nel Connecticut. Ha appena messo piede a terra che vede una casa in fiamme. Vi si precipita dentro, scoreggiando e ballando il tip-tap, per avvertire gli abitanti del terribile pericolo che corrono.
Il padrone di casa gli spacca la testa con una mazza da golf.

E come andò? Che fortuna ebbe questo suo primo tentativo da esordiente?

Destini peggiori della morte.

“La vita è un pessimo trattamento da infliggere a un animale!” Kurt Vonnegut

Se lo dice lei deve essere vero. Ma come incoraggerebbe un artista alle prime armi?

Praticare un’arte, non importa a quale livello, è un modo per far crescere la propria anima, accidenti! Cantate sotto la doccia. Ballate ascoltando la radio. Raccontate storie. Scrivete una poesia a un amico, anche se non vi verrà una bella poesia. Voi scrivetela meglio che potete. Ne avrete una ricompensa enorme. Avrete creato qualcosa.

È così bello parlare con lei e ho ancora tante cose da chiederle.

Varcare le porte del Paradiso, per allettante che sia l’intervistato dall’altra parte, significa, come io stesso ho scoperto a mie spese, che l’irascibile San Pietro, in un accesso di malumore, possa non lasciarti mai più uscire. Pensa come sarebbero affranti i tuoi amici e i tuoi familiari se, varcando le porte del Paradiso per parlare, diciamo, con Napoleone, in pratica ti suicidassi.

Significa che dobbiamo salutarci? Ci dia un ultimo messaggio!

Auguro a ognuno una vita lunga e felice, checché gli possa capitare dopo. Usate le creme antisolari! Non fumate sigarette.

Ting-a-ling, mr. Vonnegut!

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Milena Debenedetti: il maschilismo si annida nei dettagli

Riprendiamo un discorso iniziato nel post di qualche settimana fa.
In La fantascienza delle donne italiane e poi nel resoconto La fantascienza è delle donne, stiamo cercando di aprire un dibattito sul tema della fantascienza delle donne.

L’autrice Milena Debenedetti è intervenuta sul tema nel post “O ti ghettizzi o ti ghettizzano“, ospitato (come i nostri) nella Bottega del Barbieri.
L’abbiamo contattata e le abbiamo chiesto di approfondire e di raccontarci la sua esperienza personale: quella di autrice di fantascienza, di scrittrice tout court, di femminista, in questi anni di scrittura e partecipazione.
Eccola. Buona lettura.

Il maschilismo si annida nei dettagli

di Milena Debenedetti

Fantascienza, donne, maschilismo. Negli ultimi tempi sono stata sollecitata a commentare sull’argomento, stimolata da articoli e convegni.

Ora ci ho preso gusto, e dopo, diciamo, trent’anni di silenzio e onesta militanza, mi fa piacere raccontare qualche aneddoto significativo; più che disquisire e spiegare, cosa che probabilmente lascia il tempo che trova e ciascuno sulle sue, oltre a richiedere, magari, competenze più ampie delle mie.
Aneddoti senza pretese, eh… solo piccole esperienze.

L’inizio

Ho iniziato a leggere fantascienza quando ero bambina, negli anni ’60, su ispirazione di mio padre e della sua vasta biblioteca di Urania. Mi sono appassionata subito a questa letteratura di immaginazione e idee.
Con qualche sofferenza “di genere”, però, perché a meno di immedesimarmi nel protagonista maschile delle storie, facevo fatica a trovare il giusto grado di coinvolgimento.

Il carattere prettamente maschile del genere fantascienza, almeno alle origini, deriva dal suo essere letteratura preferita, come scrittori o lettori, da adolescenti maschi amanti della scienza, nerd ante litteram, sognatori e introversi. Da cui, l’esigenza dell’eroe, le donne come contorno idealizzato, e quant’altro.

Una letteratura caratterizzata, insomma, e a braccetto col pulp. Col tempo, ovvio, si è evoluta e differenziata in mille rivoli, ma certi aspetti sono duri a morire e l’imprinting resta. In qualche caso, ben più di quanto dovrebbe.

La scrittura e la rete

Dall’adolescenza in poi ho iniziato pure a scriverne, di fantascienza. Dopo vari tentativi di romanzi molto acerbi, ho trovato spazio coi racconti, vincendo diversi concorsi e pubblicando, in rete e in antologie di vari autori.

Ecco, “in rete” è importante: la vera svolta, per me, la possibilità di interagire compiutamente, è iniziata con internet; da cui poi le mailing list, la partecipazione ai convegni con l’emozione di conoscere di persona le facce dietro i nickname. Soprattutto, quella bella esperienza che era ed è tuttora il sito fantascienza.com, con tutto quello che ne è conseguito, come le iniziative Delos.

La rete, come ben sa Zuckerberg, è il paradiso dei nerd asociali, compreso chi è nato troppo presto come me. Il fatto di potersi presentare con quel che scrivi e che pensi, prima ancora che con un corpo e una faccia, fa sì che l’altro sia portato a giudicare il tuo essere, la tua essenza, prima che la tua apparenza, l’età, il sesso eccetera, e abbatte molte barriere di pregiudizio e timidezza. E con una sorta di apertura e cameratismo tipici degli ambienti più piccoli e “sfortunati”, che supera il genere sessuale di appartenenza. Insomma, un ambiente stimolante e piacevole, che in qualche modo si era inserito come sovrastruttura positiva sul precedente substrato un po’ ingessato.

Ho sempre potuto collaborare alle iniziative, dialogare, scherzare, incontrare virtualmente e fisicamente tante persone capaci di arricchirmi di nuove idee ed esperienze. Tanto che poi ti abitui così, ed è uno shock tornare al mondo reale con tutti i suoi iperpregiudizi e l’esasperazione dei sessi.

Femminismo, classificazione, ghetto

Una parentesi. Sono sempre stata femminista, fin dagli anni ’70, e non ho mai smesso di esserlo, ma a modo mio. Ho una certa allergia per i ghetti, anche quando sono recinti protetti, per le quote rosa, per la valorizzazione dei generi in quanto tali, per le classificazioni rigide, per il boldrinismo di stretta osservanza.

Detesto le forzature politically correct, e una storia forzatamente al femminile idealizzato e non plausibile mi irrita quanto la sua controparte di genere.

Mi piace battermi ad armi pari, a scuola come nella vita, e sconfiggere il pregiudizio coi fatti.

Non partecipo volentieri ad antologie “al femminile”, a meno che non ci sia un buon progetto dietro, che non sia solo diamo voce all’altra metà del cielo in quanto tale.

Al contrario, quando ho partecipato ad antologie di racconti, essendo quasi sempre l’unica donna (di recente le cose sono migliorate, siamo anche due magari), invariabilmente la cosa veniva fatta notare da qualcuno, e riceveva spiegazioni da altri. Paternalistiche.

Un giorno un amico, un collega di lavoro, mi ha fissato a lungo con occhi a uovo fritto per lo stupore, perché in una antologia di racconti da edicola, una delle due mitiche antologie “i mondi di Delos” , aveva trovato anche me, e per di più con un racconto di fs militare.

Ecco, per me quando non ci sarà più bisogno di parlare di fs femminile vs maschile, sarà un buon giorno. Mi spingo oltre, (benché queste mie idee sacrileghe e minoritarie mi abbiano causato anatemi da varie persone tutte le volte che ne ho accennato): quando si parlerà solo di letteratura di immaginazione, dividendola magari in sottogeneri, fantastico puro, speculazione scientifica, filosofia, sociale eccetera, senza barriere rigide e precostituite… per me sarà solo un gran passo avanti, per la libertà di chi scrive e per allargare l’esigua platea di chi legge.

Pregiudizi inconsapevoli

Pur nell’ambiente senz’altro positivo che descrivevo sopra, a volte ho dovuto fronteggiare retaggi di pregiudizio, anche quando meno me l’aspettavo, anche da parte di persone che, in buona fede, avrebbero giurato e spergiurato di non averne. E a dirla tutta, quando si arriva al dunque, al sodo, spesso sono quelli a prevalere.

A volte mi sono sentita giudicata non come autore in generale, ma in quanto donna, scrittrice. Spesso nelle recensioni: dove, se anche avessi descritto uno sbudellamento nei dettagli iperrealistici, qualcuno avrebbe senz’altro detto di vedervi la tipica sensibilità e delicatezza femminile.

Di recente ho sentito criticare un dibattito fra donne sulla fs femminile, dicendo che, se sentivano il bisogno di dibatterne fra loro, erano loro stesse che creavano il problema.

Direi che questo fa il paio con le infinite volte che ho visto e letto di uomini che dibattevano fra loro all’infinito sul perché poche donne leggano o scrivano fs, senza chiedere peraltro alle dirette interessate il loro parere.

Ecco, sono i dettagli che colpiscono di più. E di dettagli vorrei parlare, con tre piccoli esempi.

1 . L’aggettivo

Scrivo una storia, fs militare. Protagonista è un uomo, un soldato in crisi, fra visioni e dubbi: incontra una controparte femminile che crede reale, mentre è solo una proiezione. L’editor a cui la mostro mi dice: perché non la rovesci? Perché non metti una protagonista donna, in cui ti sia più facile immedesimarti?
Già questa affermazione mi appare discutibile, (lo avrebbe chiesto a un uomo che scriva con protagonista donna?) ma potrebbe anche essere presa in positivo, come tentativo di originalità, e avere un suo perché. Io non sono gelosa delle mie storie, accetto l’editing di buon grado.

Quindi lo faccio: riscrivo. Al momento della correzione per la pubblicazione, mi accorgo che l’editor, di sua iniziativa, ha cambiato una parola: un aggettivo. Un singolo aggettivo, ma che modifica completamente il significato.
La figura-proiezione, che in questo caso, rovesciando il racconto, è un uomo, sta per affrontare il nemico, soverchiante, in una battaglia che sa sarà l’ultima.
Io lo avevo descritto come sgomento, consapevole, giustamente angosciato.
L’editor me lo cambia dotandolo di uno sguardo “determinato”. Insomma, baldo e virile fino in fondo. Ho cancellato la correzione. Lui me l’ha rimessa.

Pareva brutto far vedere uno che è uomo, ma non è un eroe, è stanco, ha paura, sa di essere alla fine? Per me non migliorava il racconto, non era in carattere con lo spirito della storia e la rendeva solo più stereotipata.

2. Un piccolo delirio

Faccio parte della giuria finale per un concorso di racconti.
Vince una donna, una autrice che di solito stimo parecchio, ma che in quel racconto non mi aveva colpita particolarmente. Analizzando i voti dei giurati, quasi tutti l’hanno messa al primo posto, tranne due: io e l’altra donna in giuria.

Ai giurati erano noti solo i titoli, non i nomi né tanto meno il genere degli scrittori, non era certo un dato statistico, e neppure significativo. Il nostro doppio no quindi fu un caso, dovuto a semplici gusti personali che casualmente coincidevano.

Ebbene, uno degli altri giurati, al momento di consegnare i premi, si è lanciato in un ipotetico spiegone, arbitrario, superfluo e campato per aria, sul perché i racconti scritti da donne non piacciano alle altre donne. E non parlava solo di giudizi di gusto: insinuava in qualche modo una minore capacità, da parte delle donne, di giudicare obiettivamente, una qualche inferiorità da inesperienza. Leggasi pure: il nostro giudizio è quello che conta, siete voi che non capite, siete ancora immature sul genere.

Io e l’altra giurata abbiamo protestato per questa assurdità intrinseca, sentendoci denigrate. Ne è nata una polemica: dove noi facevamo la parte delle isteriche esagerate, e gli offesi erano pure gli organizzatori. Ecco.

3. Le donne scrivono di sentimenti?

Non ho pretese statistiche, sarà pure un caso e basta, però mi ha colpito una cosa: in diverse antologie a cui ho partecipato, in racconti che arrivavano sì e no a una trentina di pagine, la maggior parte degli autori uomini riusciva a inserire nella storia, fosse a carattere di thriller, speculativa o semplicemente d’ambientazione, un protagonista sofferente oltre misura, romanticismi decadenti d’antan, e una storia d’amore ossessiva, idealizzata, angosciante. Preferibilmente per donna più bella e più giovane. Magari morta.

Per quanto mi riguarda, nei racconti brevi fs non ho la tendenza a parlare d’amore, tutt’altro. Mi viene da essere più concreta, raccontare una storia con un concetto. Nel racconto, a meno che non sia proprio parte dell’idea di base, l’amore non mi pare così fondamentale e imprescindibile.

Certo, gli aneddoti lasciano il tempo che trovano. Sono storielle e non si possono generalizzare.

Ma sono comunque cose che sono successe. A me.
Per questo le volevo raccontare.

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… il dodo ringrazia!