Il DODO all’Italcon: the day after

Il Dodo è rientrato ieri dopo un weekend tra le fresche frasche di Chianciano Terme, dove si è tenuta l’Italcon, convention annuale dedicata alla letteratura fantascientifica e fantastica italiana. L’Italcon fa parte del trio Starcon, che include anche la Sticcon (convention dei fan di Star Trek) e YavinCon (convention di Star Wars).

Quest’anno le manifestazioni sono state slegate fisicamente una dall’altra e si sono tenute in differenti hotel di Chianciano. Noi abbiamo partecipato all’Italcon sia come pubblico che come relatrici.

Eravamo lì, infatti, anche per presentare insieme all’editore Silvio Sosio la collana di fantascienza sociale “Futuro Presente”, che dallo scorso anno curiamo per la casa editrice Delos Digital.

Inoltre, al termine della giornata era prevista la cerimonia di assegnazione del Premio Italia, riconoscimento annuale per romanzi editi, racconti, collane, curatori e altre categorie che operano nel fantastico italiano.

Anche noi eravamo candidate:

Di seguito parleremo dell’Italcon, dei vari panel e della giornata di sabato in generale: abbiamo seguito diverse presentazioni, preso appunti e riporteremo qui quello che ci ha colpite, sipirate, e il succo dei vari incontri ai quali abbiamo assistito.

Ci sono poi altre considerazioni da fare, più generali, e che contengono materiale potenzialmente esplosivo.

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Intervista a Philip K. Dick

Ogni anno, sono in molti a parlarne: il 2 marzo 1982 moriva Philip K. Dick, oggi mostro sacro della letteratura fantascientifica.

I suoi romanzi hanno mostrato un modo “altro” di intendere e vivere la fantascienza, partendo da un’indagine filosofica e non scientifica dei “mondi futuri immaginati”.

Non stiamo qui a ripercorrere vita e opere, di certo lo faranno in tanti e molto più accuratamente.

Noi abbiamo fatto di meglio.

In occasione del trentesimo anniversario dalla sua morte, avvenuta il 2 marzo 1982 a Santa Ana in California, siamo riusciti a incontrare Philip K. Dick e a sottoporgli il nostro format di sei domande, alle quali lo scrittore ha gentilmente risposto.

Studio83: Iniziamo con una domanda scontatissima. Philip, lei è morto da trent’anni: cosa si prova a trovarsi nella sua condizione?

Philip K. Dick: Io sono vivo. Voi siete tutti morti.

S83: Quando era in vita ha faticato molto per farsi conoscere e apprezzare, ma oggi è un autore di culto, amato profondamente da tantissimi lettori e scrittori di fantascienza. Si sente orgoglioso di quello che ha realizzato?

PKD:  Dei sette vizi capitali, l’orgoglio è il peggiore. È la rappresentazione della relazione soggettiva che una persona intrattiene con se stessa. È narcisismo portato all’estremo.

S83: Lo prendiamo per un sì.  Parliamo ora di fantascienza, della sua fantascienza. Ai suoi tempi questo genere letterario non era neppure considerato tale, e anche lei ha ammesso che, almeno all’inizio della carriera, avrebbe voluto sfondare come autore mainstream. Alcuni dei suoi romanzi rispecchiano le richieste del mercato dell’epoca o è sempre riuscito a metterci del proprio? Ci sono opere che rimpiange di aver scritto?

PKD: Dovunque tu vada, ti sarà richiesto di fare cose che ritieni sbagliate. È una condizione costante della vita quella di essere costretti a violare la propria identità. Una volta o l’altra, ogni creatura vivente si trova costretta ad agire così. È l’ultima ombra, la disfatta della creazione. Questa è una maledizione che alimenta tutta la vita. Dappertutto nell’universo.

S83: Un tema che ha affrontato spesso è quello della realtà: cosa è reale, cosa percepiamo come tale, e cosa percepiamo come tale perché così ci viene mostrato. Il mondo e la tecnologia si sono evoluti da allora: pensa che le nuove tecnologie irrotte nella società abbiano modificato il rapporto con la realtà, o abbiano cristallizzato la sua rappresentazione fasulla (per esempio da parte del potere)?

PKD: In questa vita ci mostrano soltanto i trailer. Quando si vive dentro, al sicuro, e si guarda fuori, e il muro è percorso da corrente elettrica e le guardie sono armate, perché mai si dovrebbe pensare alle sofferenze altrui? Quando un certo errore comincia a essere commesso da un bel po’ di persone, allora diviene un errore sociale, uno stile di vita. E in questo particolare stile di vita il motto è: “Sii felice oggi perché domani morirai”; ma s’incomincia a morire ben presto e la felicità è solo un ricordo.

S83: Tiriamo un po’ le somme di tanti anni di carriera e di tanti romanzi scritti. Crede che ci sia un discorso conclusivo, comprensivo di tutte le singole parti, che voleva comunicare al mondo con le sue opere? Cosa si nasconde davvero dietro quello che ha scritto?

PKD: Ognuno ha dei… segreti tecnici. Lei ha i suoi, io ho i miei. Lei deve leggere i miei libri e accettarli per il loro valore nominale, così come io accetto ciò che vedo. Senza chiederle se quello che c’è sotto è autentico, o se è fatto di cavi, stecche e imbottitura di gommapiuma. Non è forse questa la fiducia nella natura delle persone e in ciò che si vede in generale?

S83: Abbiamo iniziato con una domanda scontata, facciamo lo stesso in chiusura. Lei è morto. Cosa può o vuole dirci a proposito dell’esistenza di un qualunque Ubik… a proposito del divino?

PKD: Volevo solo dirti una cosa. Due, al massimo. Primo, che lui, sai di chi parlo, esiste davvero, c’è davvero. Anche se non come l’abbiamo pensato e ne abbiamo fatto esperienza finora… o come riusciremo mai a farlo. E secondo… non può aiutarci più di tanto. Forse un po’. Ma se ne sta a mani vuote; capisce, vuole aiutare. Ci prova, ma… non è così semplice, tutto lì. Non mi chiedere perché. Forse non lo sa nemmeno lui. Forse è perplesso anche lui. Persino dopo tutto il tempo che ha avuto per pensarci su.

 (Philip K. Dick e io a Santa Ana)

Ringraziamo Philip K. Dick per il tempo che ci ha concesso, augurandogli che, al più presto, giunga una Fase Hobart per riportarlo a camminare tra noi.

Un saluto!

cropped-dodocon-banner3.jpgIntervista apparsa originariamete sul blog di Studio83: Intervista a Philip K. Dick

Storia della tua vita di Ted Chiang – Recensione

Storia della tua vita” è il celeberrimo racconto di Ted Chiang, pubblicato a fine anni ’90 e diventato famoso dopo l’uscita del film “Arrival“.

La pellicola ha suscitato orgasmi nel popolo fantascientista, che si è catapultato a vederlo a recensirlo a commentarlo a spoilerarlo a rivederlo come se non ci fosse un domani. Tutti, tranne la stronza qui presente, che al momento di scrivere la recensione al racconto NON ha ancora visto il film.

La linguista Louise Banks viene contattata dal solito militare, accompagnato dal solito scienziato, per la solita missione: ci sono gli alieni, capiamoci qualcosa. Gli alieni invece sono piuttosto insoliti: miti, imperscutabili, sono tra noi per dare un’occhiata e fanno quel che fanno per motivi che a loro non pare così importante avere.

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Esecuzioni a distanza – Recensione

Se leggessimo solo libri di fantascienza e di meraviglie del futuro, ci perderemmo le meraviglie del presente. Vale anche per gli orrori. La guerra a distanza dei droni è un po’ di tutto questo: meraviglia, orrore, presente e futuro, talmente contemporanea da sembrare domani.

Il libricino “Esecuzioni a distanza” è un Adelphi che tratta appunto di guerra a distanza, sotto due diverse angolazioni:

  • la guerra dei cecchini o tiratori scelti, nel primo racconto;
  • la guerra dei piloti di droni nel secondo.

Trovo questo libro difficile da definire: mi ha molto colpita, ma forse non per suo merito, e lo valuto comunque in modo negativo.

Cose positive. Copertina, in primo luogo, azzeccata e foriera di riflessioni e sfumature (tragicamente assenti nel testo).
Ho apprezzato il secondo pezzo, “Predatori” (Predator è il nome dell’attuale modello di drone usato dagli USa in guerra e non): una quantità di informazioni sulle guerre dei droni, sulle implicazioni pratiche, etiche e morali vissute dai piloti, sull’organizzazione e le logistiche, che non avevo trovato altrove.

Tanti baci da Barack!
Tanti baci da Barack!

Direi che, proprio e solo grazie alle informazioni presentate, qui un fantascientista ci sguazza come un dodo nello stagno.

Però è tutto qui. Quello che manca, e che “altrove” invece ho più meno sempre trovato meglio di qui, è una qualità minima dello stile e una impostazione critica di base. Anche la traduzione scricchiola vistosamente, come nel caso del terribile “vado nella stanza di conversazione”.
Ecco.

Il difetto principale di EAS è che è scritto male e mal pensato. Lo stile, l’impostazione del discorso, la struttura, il modo in cui organizza i dati delle storie e mette insieme le cose per una resa omogenea… nulla è un gran che.

Sarò abituata forse troppo bene, da lettrice assidua di formidabili reportage di Internazionale e occasionale consultatrice di approfondimenti Limes?
Forse sì.

Non dimentichiamo però che lavoro come editor free lance e mi trovo tra le mani almeno cinque testi al mese, spesso al loro stato iniziale e bisognosi di cure come può esserlo un progetto architettonico disegnato da un dodicenne.

Questi scritti di Langewiesche non mi hanno convinta: ho fatto fatica a seguirli, non ho sempre capito chi fosse a dire cosa, né se stessi leggendo un reportage, o un testo romanzato, o un articolo predizionale, o un pezzo di “new journalism”.

Non sono riuscita a capire l’opinione, la visione di Langewiesche, o se ne ha una. Non si capisce quale sia l’ottica nella quale racconta e cosa vorrebbe suggerirci,. Tutte cose che devono essere chiare e sono indispensabili in un pezzo di attualità che voglia confrontarsi a carte scoperte con il lettore. A volte non capivo proprio dove si andava a parare: un attimo ci troviamo in un bozzetto realistico redneck americano, un attimo dopo in una biopic, poi il dilemma del cecchino, poi il generale che snocciola numeri…  In così poche pagine, è come trovarsi al volante in una zona sconosciuta seguendo il navigatore, e accorgersi poi che sta flippando anche lui.

Insomma, in sostanza consiglio la lettura di “Esecuzioni a distanza” per i dettagli che porta all’attenzione, e per qualche notizia interessante che resta impressa, dato l’argomento e la novità della cosa. Per tutto il resto, è un “anche no”.

droni-guerra
Presa da: http://www.nodalmolin.it