Premio Italia 2019: le proposte del Dodo!

“Il Premio Italia non arriva: ti salta addosso!”, disse un antico saggio tibetano. Eccoci quindi, a pochi mesi dalle grandi soddisfazioni dell’ultima edizione, pronte a proporre nuove candidature e dare nuovi voti. Il Premio Italia, lo ricordiamo, è un riconoscimento assegnato nel campo del fantastico italiano: l’obiettivo è premiare opere di varia natura (romanzi, racconti, fumetti ecc) pubblicati nell’anno precedente (in questo caso, quindi, il 2018). Ha diritto di voto chi ha partecipato a una delle tante convention “convenzionate” (tra cui la Stranimondi di Milano): se fate parte dei votanti, avete sicuramente ricevuto la relativa e-mail con tutte le indicazioni!

Se il 2017 era stato per noi un anno ricchissimo di pubblicazioni, il 2018 è stato invece più riflessivo e orientato alla scrittura. Nonostante ciò, abbiamo le nostre candidature da proporre in diverse categorie: se seguite il nostro lavoro e vi va di darci una chance, ecco in quali sezioni potete votarci!

Miglior racconto su pubblicazione professionale

Candidabile: “Pistacchio amaro” di Giulia Abbate, pubblicato su Lost Andromeda Tales n.1 – aprile 2018

Lettori alieni, scambi epistolari e fan di altri mondi: con un’ironia alla Sam Savage, Giulia Abbate racconta in chiave sci-fi la dura vita dello scrittore, qui o altrove nell’universo!

Miglior articolo su pubblicazione professionale

Candidabile: “Prefazione a NeXT-Stream. Visioni di realtà contigue” di Giulia Abbate, pubblicato sull’omonima antologia – Kipple Officine Librarie, dicembre 2018.

La realtà contigua è un altrove che è già qui: e l’irruzione del non familiare in un contesto già spiazzante, nel quale i personaggi si muovono attingendo a competenze misteriose, istintive, seguendo pulsioni di vita, confidando nella possibilità di cogliere qualcosa di vero ovunque si trovino a vagare.

La prefazione è stata ribloggata qui su Lezioni sul Domani: per leggere il testo integrale clicca qui!

Miglior articolo su pubblicazione amatoriale

Candidabile: “Duecento anni di Frankenstein e sei racconti romantici & gotici su Mary Shelley e il suo Prometeo moderno” di Giulia Abbate (pubblicato su Andromeda – Rivista di Fantascienza)

Giulia Abbate ripercorre la storia di Mary Shelley e del suo “Frankenstein” in occasione dei duecento anni dalla prima pubblicazione del capostipite della fantascienza!

Miglior curatore

Candidabile: Giulia Abbate e Elena Di Fazio

È ormai dal 2016 che curiamo per Delos Digital la collana Futuro Presente, dedicata alla fantascienza a temi sociali. In questi tre anni abbiamo letto tonnellate di manoscritti, abbiamo dato consigli tecnici (anche agli esclusi, perché il rapporto fosse sempre dialettico e proficuo), abbiamo editato, scritto sinossi e anche stretto belle amicizie con i “nostri” autori e autrici! Se volete, potete quindi candidarci in coppia in questa categoria.

Candidabile: Giulia Abbate e Lukha B. Kremo

A dicembre 2018 è uscita una bellissima, nuova antologia per le Officine Kipple: parliamo di “NeXT-Stream. Visioni di realtà contigue“, che ha l’obiettivo di

coniugare la letteratura di genere, in particolare quella di fantascienza, contaminata, anzi miscelata con altri generi e con il mainstream. Una fantascienza light, dove i cliché dei generi sono dilatati in una storia che soprattutto mette in dubbio la propria realtà quotidiana.

L’antologia è stata curata dall’energico duo Giulia Abbate/Lukha B. Kremo: potete proporl* nella categoria “Miglior Curatore”!

Miglior Collana

Candidabile: Futuro Presente (Delos Digital)

Visto che abbiamo menzionato Futuro Presente, ricordiamo che la collana può essere votata nella categoria – ça va sans dire – “Miglior Collana”. Se volete farvi un’idea dei testi pubblicati, qui li trovate tutti!

A loro volta, alcuni dei titoli di Futuro Presente sono candidabili nella categoria “Miglior racconto su pubblicazione professionale” 8quelli usciti tra gennaio e dicembre 2018). Li elenchiamo di seguito:

Le talee del cielo di Giampietro Stocco: toccante storia di accoglienza e intolleranza sullo sfondo degli Usa rurali;

Il palazzo di Barbara Bottalico: distopia che racconta una storia di lotta e speranza;

Liberi tutti di Irene Drago: storia di prigionieri e fughe sullo sfondo di un inquietante futuro;

Oxygen di Lorenzo Iacobellis: cosa accadrebbe se in futuro ci facessero pagare anche l’aria che respiriamo? Se lo domanda Lorenzo Iacobellis nel suo racconto terzo classificato al Premio Urania Short 2017.

Ecco poi altre due segnalazioni che vi proponiamo:

Miglior Antologia

Candidabile: “Next-Stream, Visioni di realtà contigue”, AA.VV., a c. Giulia Abbate e Lukha B. Kremo, Kipple Edizioni

Miglior Illustrazione o copertina

Candidabile: Ksenja Laginja per Next-Stream

Buon voto! E viva la fantascienza e il fantastico 🙂

Into the forest – Recensione

Sulla piattaforma Netflix, rovistando con attenzione, si possono scovare un sacco di titoli interessanti nella categoria “Fantascienza”. Uno di questi è “Into the forest”, post-apocalittico canadese del 2015, diretto dalla regista Patricia Rozema e interpretato da Ellen Page e Evan Rachel Wood (che ultimamente è tornata alla ribalta con “Westworld”).

Nell e Eva abitano in una bella casa nel bosco insieme al padre vedovo. Un giorno, all’improvviso, la corrente salta per non tornare più. Senza energia elettrica, viene meno ogni altra risorsa: mezzi di comunicazione, mezzi di trasporto, produzione alimentare. Nessuno sa cosa sia successo, neppure in paese, e l’unico modo per scoprire cosa è rimasto del mondo esterno è affrontare viaggi a piedi lunghi mesi. Le sorelle, rimaste sole in seguito a una serie di eventi, si trovano a dover difendere se stesse e la propria casa in un mondo in cui tutti lottano per sopravvivere.
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Mary Shelley – Un amore immortale – Recensione

Lo scorso marzo, “Frankenstein, o il moderno Prometeo” ha compiuto duecento anni. Ne abbiamo parlato anche noi, più o meno in ogni dove, scegliendolo come classico del mese sul blog di Studio83 e ripercorrendo su Andromeda – Rivista di Fantascienza la storia dell’autrice Mary Shelley.

Adesso la regista saudita Haifaa al-Mansour, già premiata per “La bicicletta verde”, porta la storia della scrittrice sul grande schermo, firmandone la sceneggiatura insieme a Emma Jensen. E di materiale da portare ce n’era tanto, considerando che Mary Shelley diede vita a un intero genere letterario, che fu una donna di ideali e vedute avanzatissime per l’epoca, contraria all’istituzione del matrimonio, sostenitrice del libero amore e fortemente femminista (figlia, non a caso, della madre del femminismo liberale Mary Wollstonecraft).
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Il nastro di Sanchez – Recensione

Marco è un laureato nei suoi mid-twenties, cerca lavoro e nel frattempo sbarca il lunario dando ripetizioni e facendo il dog sitter. La sua vita è un disastro: ha appena rotto con la fidanzata, la padrona di casa vuole sfrattarlo e si trova a scontrarsi con personaggi decisamente irritanti.

“Il nastro di Sanchez”, Giovanna Repetto, Delos Digital 2016

Halcon vive sul pianeta Tequiero, istruito dallo zio Mentore. Gli abitanti di Tequiero hanno le ali e possono librarsi in volo sugli incredibili paesaggi del pianeta: ma l’apparente paradiso nasconde un segreto. Cosa lega le vite di Marco e Halcon?
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Annientamento – Recensione (film)

L’estate scorsa abbiamo recensito il libro di Jeff VanderMeer, un’opera breve, intensa e disturbante che trasporre sul grande schermo sarebbe stato tutt’altro che facile.

Questo perché il testo poggia sull’io narrante della protagonista, sul non detto, su suggestioni appena accennate, e non c’è un intreccio vero e proprio: tant’è che l’incantesimo regge, a dodo parere, solo grazie alla brevità.

Per questo motivo, lo scrittore/sceneggiatore/regista Alex Garland ha dovuto costruire praticamente una storia ex novo, mantenendo solo gli elementi di base e inserendoci tutto ciò che era necessario per sviluppare un film di due ore con un senso.

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Star Wars – Gli ultimi Jedi – Recensione

Spoiler: questa recensione è piena di metafore alimentari, non leggetela se avete la gastrite.

Mai come in passato recensire un nuovo capitolo di Star Wars è stato così complicato: perché al commento sull’opera in sé si aggiunge tutto il dibattito di contorno, lo scisma interno al fandom che vede gli appassionati della saga di Lucas spaccati in due tra chi acclama il film e chi firma petizioni per toglierlo dal canone ufficiale. (Poi ci sono tutti quelli che hanno un’opinione a metà tra i due estremi, ma è una maggioranza silenziosa rimasta fuori dall’arena.)

Una caratteristica che ho notato in questo dibattito è che, mentre i detrattori commentano il film nel merito, i difensori commentano i detrattori, accusandoli di ogni possibile nefandezza: vecchi, rompicazzo, poco obiettivi, incontentabili, alla ricerca di qualcosa di inesistente (talmente inesistente che dal ’77 al 2005 ci hanno fatto sopra sei film).

Mi incuriosiscono molto queste definizioni, visto che (spoiler!) mi posiziono fra i detrattori. Sarei “vecchia”, ma non ero neppure nata quando è uscita la prima trilogia. Se fossi “poco obiettiva”, amerei incondizionatamente qualunque cacata esca sotto il marchio “Star Wars”, a prescindere dalla sua qualità. Se fossi incontentabile avrei smesso di guardare SW dopo “La minaccia fantasma”.

Parliamo però del film in sé, seguito del capitolo VII “Il risveglio della Forza”, che riprende la storia esattamente dove la roba di J.J. Abrams l’aveva interrotta. Rey porge a Luke Skywalker la sua lightsaber, Finn si è salvato per miracolo dalla battaglia contro Kylo Ren e Poe Dameron – che la volta scorsa abbiamo visto praticamente di sfuggita – combatte spavaldo sotto il comando della Generale Organa. Nelle poche ore intercorse, il leader supremo Snoke e il Primo Ordine hanno avuto il tempo di instaurare un nuovo Impero e fiaccare la Resistenza nello spirito e nel corpo.

Il leader supremo Snoke

Ma l’interrogativo più grande in sospeso era proprio quello relativo a Luke Skywalker, ritiratosi su un’isola in mezzo al nulla dopo il fallimento come maestro di Ben Solo.

Stavolta la regia e parte della scrittura del film sono state affidate a Rian Johnson, già noto per “Looper” (storia un po’ pasticciata di viaggi nel tempo) e alcuni episodi di “Breaking Bad”. Johnson ha collaborato anche alla sceneggiatura di episodio IX e pare sarà lui a dirigere la trilogia che verrà dopo di questa.

L’assenza di J.J. Abrams e il cambio di timone non passano inosservati, anzi, possiamo dire che rispetto a “Il risveglio della Forza” è stato fatto un enorme passo avanti da ogni punto di vista. Invece di essere la copia carbone sciatta di un film già visto quarant’anni fa, “Gli ultimi Jedi” ha il pregio di mettere in tavola qualcosa un po’ più originale, un tentativo, almeno, di raccontarci una storia nuova. Purtroppo il film ha una lunga serie di limiti che lo rendono un altro capitolo fallimentare del Disney’s Star Wars, che andremo ad analizzare nel dettaglio.

(Spoiler: Oscar Isaac lo mettiamo tra i pregi)

Le cose carine

Prima però voglio iniziare con i pregi. Li elenco di seguito:

  1. l’estetica generale, con ambientazioni interessanti e anche qualche apprezzabile sequenza visionaria;
  2. Oscar Isaac: gran tocco di fregno;
  3. un certo coraggio nel prendere personaggi e situazioni storiche per plasmarli alla propria volontà: ma resta un pregio solo finché non sconfina nella hybris;
  4. un lontano e lievissimo sottotesto antimperialista e animalista.

I difetti

È tuttavia evidente il cinema di riferimento verso cui la Disney sta cercando di portare Star Wars: il Marvel Cinematic Universe, con la sua assoluta leggerezza di forma e contenuti, e personaggi graziosi, non troppo complessi, caratterizzati da traumi e conflitti interiori take-away e facilmente digeribili anche dal pubblico giovanissimo. Star Wars è diventato, in sostanza, un franchise per famiglie, privo di drammi troppo difficili da capire, dotato di un ritmo narrativo pop, rapido, immediato. Basta riguardare il pur malriuscito “La minaccia fantasma” per notare l’abissale differenza: non ci sono più quei tempi narrativi calmi, eleganti e riflessivi, magari spezzati da sequenze più dinamiche; tutto deve essere rapido, colorato, una baraonda di suoni e luci divertenti.

Ai personaggi si può applicare la stessa identica parabola semplificatrice. È tutto frullato e omogeneizzato per stare in due ore e mezza di film: prese di coscienza, conflitti, tentazioni, Lato Chiaro/Lato Oscuro, alleanze e tradimenti; elementi presi di peso dalla saga di Lucas e sminuzzati, pressati, trasformati in comode monoporzioni hamburger+patatine+bibita a scelta. In questo processo sono andate perse caratteristiche fondamentali come il carisma, assente in praticamente tutti i protagonisti (perfino quelli storici!), e più in generale l’epica e la mistica della saga, passata da epopea science-fantasy a filmetto d’azione con le astronavi e le battutine sceme. Si sente anche la mancanza di veri antagonisti, visto che questi qui sembrano usciti da un episodio di Scooby Doo.

L’intreccio poi è molto confuso, non si capisce bene come abbia fatto a crollare la Repubblica in poche ore e a essere soppiantata al volo dal nuovo Impero, o a cosa servisse una Resistenza tanto capillare trent’anni dopo la Battaglia di Endor. Qui la colpa non è tutta di Johnson, che ha ereditato i buchi logici e le forzature dal predecessore e ci ha dovuto costruire sopra la sua trama.

L’intero film ricorda, più che un sequel, una fanfiction: pedissequa, semplificata, prevedibile, magari anche simpatica e divertente, ma priva di un’identità vera e propria, costruita sulle briciole di Lucas, “ci voglio mettere anch’io il Jedi tormentatoH, mo’ me ne invento uno!”.

Sul set: Oscar Isaac e Carrie Fisher ❤

Da un grande marchio derivano grandi responsabilità

Ogni volta che esce il sequel di un’opera storica, e quel sequel ha dei difetti oggettivamente riscontrabili, chi li fa notare viene subito accusato di essere un ultranerd nostalgico, un fedayyin incontentabile infarcito di pregiudizi. L’argomentazione più battuta dai difensori a spada tratta è sempre: “Eh, ma non devi confrontarlo con l’originale”. Sono curiosa, quindi: con cosa dovrei confrontare un film che si intitola “Star Wars”? Col film delle Winx? Se si toglie il “vestito Star Wars” a “Gli ultimi Jedi”, resta un filmetto per bambini con le battutine. Magari anche divertente e bello esteticamente, anche ben diretto, per carità, ma poco più di un Happy Meal col giochino dentro. Quanti sarebbero andati a vederlo se non ci avessero appiccicato sopra il marchio Star Wars? Gli è piaciuto usare quel marchio quando era il momento di prendersi i soldi? E allora si assumano anche la responsabilità del suo uso.

Per tutti i motivi sopra elencati, il mio voto su “Gli ultimi Jedi” è insufficiente e continuo a non considerare il Disney’s Star Wars parte del canone ufficiale. Sicuramente è migliore de “Il risveglio della Forza” (non che ci volesse molto, eh), ma ancora lontano parsec dalla saga leggendaria di cui ambisce a fare parte.