“Creature di fiamma” di Olaf Stapledon / Recensione

“Creature di fiamma” di Olaf Stapledon (Ledizioni, 2021) è un romanzo particolare e “incantatore”, che grazie al suo essere fuori tempo parla a un presente oltre il tempo, e richiama importanti interrogativi esistenziali.

Partiamo dall’inizio: di cosa parla questo libro?

Si apre con un’introduzione: la vicenda non è accaduta direttamente al primo personaggio che racconta, detto Thos, ma a un suo amico, che si soprannomina “Cass”: un “Tommaso / San Tommaso” dà retta a una “Cassandra”, insomma.

Cass ha mandato a Thos lunghe lettere da un sanatorio dove è ricoverato, per raccontargli di un incontro che gli ha sconvolto la vita. Dopo le avvertenze di Thos, andiamo dunque a leggere direttamente le lettere dell’amico, che in prima persona riepiloga al destinatario e a noi che leggiamo la sua strana storia.

Cass è una persona particolare, un animo sensibile, quasi sensitivo. E dopo un viaggio nella Germania dalle rovine ancora fumanti subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, Cass deve fare una vacanza nella Regione dei Laghi inglese per scongiurare un crollo nervoso. Lì, mentre un giorno cammina in campagna (ho già parlato di quanto la campagna triggeri gli inglesi), viene colto da una terribile sensazione di disorientamento e alienazione totale, come fosse l’ultimo uomo sulla Terra (e abbiamo qui un interessante assaggio di racconto postapocalittico).

Mi sembrava che una presenza gelida e maligna, rimasta in attesa nell’oscurità cosmica sin da quando l’universo aveva cominciato a esistere con una fiammata, fosse adesso calata su tutta la fragile progenie di quell’iniziale atto di creazione divina. Avevo avvertito quella stessa presenza terrificante anche in Germania, ma con uno stato d’animo diverso. Lì, non si trattava della presenza del freddo e dell’oscurità esterni, bensì dello spirito intrinseco della pazzia e della meschinità, sempre in attesa di togliere un senso a tutte le nostre azioni. Qualsoasi cosa facesse uno degli Alleati in quel paese diviso e tragico sembrava destinata ad andare a monte. E poi, c’era la penuria di cibo! I bambini avvizzivano, si assottigliavano e si contendevano i nostri bidoni della spazzatura! Mentre in Inghilterra si trovano persone che si lamentano delle loro razioni piuttosto giuste e affermano pacatamente che non gli importa del destino dei tedeschi.

Thos, siamo tutti esseri umani, vero, tutti persone in egual misura? Certo, le persone dovrebbero riuscire a percepire la loro affinità basilare, a prescindere dalla razza. Anche se appartenessero a specie diverse, se fossero state generate in mondi diversi, dovrebbero sentirsi pienamente responsabili le une delle altre solo in virtù della condizione di persone. Ma, Dio mio! (…)

Nello smarrimento, Cass vede su un cumulo di pietre quello che sembra un ceppo di carbon fossile, e spinto da un richiamo insopprimibile lo prende con sé e riesce a tornare alla casa colonica, preso stavolta da una grande euforia.

Una volta lì, ancora scosso dall’esperienza e tormentato dalle immagini della devastazione tedesca, per un altro inspiegabile impulso getta la strana pietra nel fuoco. Ciò fatto, si accorge che la pietra si anima di una fiammella viva, e che sta parlando direttamente al suo spirito, servendosi della telepatia.

La fiammella-pietra è un essere alieno: una degli ultimi superstiti di un popolo che viveva nel sole, nutrendosi del calore della combustione e in una costante connessione spirituale con i propri simili, fino a un cataclisma solare che li ha scacciati di lì. Dal sole, questo popolo si è stabilito su altri pianeti in fiamme, ma ora patisce le conseguenze del “raffreddamento” dei pianeti come la Terra e in generale dell’intero Sistema Solare.

Ma non tutto è perduto: qualche esemplare dell’antico popolo interconnesso è ancora vivo, e cerca di richiamare alla vita tutti i compagni possibili, aiutandosi per questo con richiami diretti agli esseri umani più sensibili, come Cass. Lo scopo delle creature è quello di tornare a vivere come popolo, il come è presto detto: insegnando all’umanità, “razza” considerata intelligente e promettente, il modo per connettersi gli uni agli altri, superando gli orrori delle guerre e inaugurando una nuova era di pace, nella quale entrambi i popoli mescolati telepaticamente potranno salire al loro prossimo e felice stadio evolutivo.

Per quanto vi concerne (anche se, naturalmente, al di sotto del livello conscio siete uniti, come tutti gli esseri senzienti) pochissimi di voi sono consapevoli di questo fatto o capaci di accedere alla saggezza della razza.

È interessante il fatto che negli orrori bellici, fatti di bombe, incendi e deflagrazioni, le “creature di fiamma” starebbero anche bene; ma la puerilità dell’umanità e le sue pulsioni autodistruttive devono essere superate per evitare la distruzione del pianeta e dunque di tutti. Per questo, le creature sono pronte a insegnare all’umanità il modo di tenerle in vita e di implementare allo stesso tempo le capacità empatiche e di connessione mentale, che permetteranno agli esseri umani di superare le guerre e i conflitti fratricidi e alle creature di prosperare in un pianeta caldo e salvato dalla distruzione.

Siamo davvero desiderose di non entrare in conflitto con la vostra razza, se possiamo evitarlo. Cerchiamo sopra ogni cosa la vostra amicizia e la vostra collaborazione volontaria. Potete esserci molto più utili di vostra spontanea volontà che in base a qualsiasi forma di costrizione. (…) Non dobbiamo conquistarvi con la forza, bensì con la persuasione.

Non sentite un campanellino inquietante, a queste parole? Di fronte al protagonista si delinea una scelta cruciale… che non vi anticipo, perché mi è parsa una svolta interessante e densa di significato, da scoprire piano piano.

Per questa ragione, consiglio anche di leggere l’interessante prefazione di Carlo Pagetti solo DOPO aver letto il romanzo: Pagetti è una voce imprescindibile della fantascienza e un suo intervento è oro colato, ma ha la tendenza, sin dai tempi di Philip K. Dick, di mettere il piacere della scoperta in secondo piano rispetto alla critica letteraria. Cosa legittima, ma che a mio avviso sarebbe più valorizzata con interventi in postfazione, piuttosto che in prefazione, anche perché sono ricchi di tanti rimandi, che si apprezzano e capiscono meglio dopo la lettura, non prima.

Detto ciò, “Creature di fiamma” è un romanzo strano, quasi strampalato, eppure lascia un’impressione accorata, intensa: Stapledon innerva questa storia fantastica/fantascientifica di un dolore che mi è parso vero e pulsante.

È Stapledon, infatti, che è stato in Germania subito dopo la guerra, e ne ha viste le rovine fumanti, le persone sofferenti, le spoglie dilaniate. “Creature di fiamma” è stato pubblicato per la prima volta nel 1947, e l’autore ha girato l’Europa come divulgatore pacifista dalla fine della guerra fino alla sua prematura morte nel 1950 per un attacco cardiaco.

Stapledon è un autore giustamente accostato all’utopismo: è socialista da prima della Prima Guerra Mondiale, durante la quale prestò servizio nella Friend’s Ambulance Unit, unità di ambulanze franco-belga, passata poi sotto la giurisdizione della Croce Rossa britannica, composta da membri volontari.

(Nota storica: iniziative del genere coinvolsero anche le donne dando loro nuove prospettive e forza. La grande autrice Radclyffe Hall, che non esiterei a definire utopista mistica dopo la lettura di “La sesta beatitudine”, fu molto influenzata da compagne di vita che avevano prestato servizio come autiste volontarie di ambulanze in guerra, trovando lì una dimensione liberatrice dalle catene imposte alle donne del tempo, e impoterandosi profondamente. Si trattava di un servizio rischiosissimo, tra l’altro, svolto in prima linea tra trincee e pallottole. Perché lo racconto qui? Che c’entra? Niente, o forse tutto, e comunque è una cosa troppo bella e non riesco a tenermela per me.)

Torniamo all’utopismo di Stapledon: l’autore arriva alla narrativa considerandola un modo più efficace di divulgazione delle idee, rispetto ai saggi. In testi precedenti, come “Il costruttore di stelle”, l’agnostico Stapledon narrativizza il suo anelito a riunione spirituale dell’umanità, a una connessione interiore che sola può portare a un miglioramento della vita in generale – non solo di quella umana, ma anche dell’umano nel mondo, scongiurando l’autodistruzione planetaria che Stapledon preconizza in alternativa.

Interessante ravvisare in tutto questo una vena mistica (“al di sotto del livello conscio siete uniti, come tutti gli esseri senzienti”) comune ad almeno un altro autore di fantascienza: Aldous Huxley, IL Mistico, che nel 1941 pubblicò il saggio storico “L’eminenza grigia” pieno digressioni sulla mistica seicentesca davvero inestimabili, concentrandosi sull’interrogativo: come è possibile sapere qual è il bene, e ciò nonostante compiere il male?  

Potremmo ravvisare anche in “Creature di fiamma” una domanda affine, che rovescia la precedente: è possibile fare il bene quando non si può fare altro? Il bene imposto è davvero augurabile e foriero di altro bene? Ed ecco quindi un altro filo invisibile che ci collega all'”Arancia a orologeria” (1962) di Anthony Burgess, un altro inglese che arrivò a praticare l’anti-utopia dopo aver subito traumi terribili nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Questo “Creature di fiamma” non è propriamente anti-utopico, ma è una utopia triste: c’è una vena nera di base che percorre le visioni pure agognate di spiritualità totalizzante, e un generale senso di sconforto, di nevrosi, di contraccolpo traumatico. Il racconto tende in ogni momento a rovesciarsi nel suo contrario – ho accennato alla cosa durante il panel chez La Dimora, che linko qui (per la precisione cito il romanzo dal minuto 33:00).

Non è comunque un caso che “Ledizioni“, che rigrazio per avermi mandato una copia del romanzo in visione, abbia incluso “Creature di fiamma” nella collana “Messaggi da nessun luogo” curata proprio da Carlo Pagetti e incentrata sulle narrazioni utopiche. L’utopia infatti non è un racconto incantato ambientato in un confetto rosa: può essere anche perturbante, come in questo caso, e comunque deve presentare conflitti e problematicità – come ho scritto in un pezzo per il portale solarpunk.it: “Utopia e conflitto – Spunti e strade possibili“.

La presentazione della collana “Messaggi da nessun luogo” recita in apertura:

Le narrazioni utopiche, che si sviluppano servendosi degli espedienti del viaggio immaginario nello spazio e nel tempo, delle rievocazioni dell’Eden biblico e delle fantasie oniriche, tracciano un percorso letterario che va dall’antichità classica alla Rinascenza e alla satira settecentesca, dalle nuove prospettive sociali aperte dalla Rivoluzione Industriale in Inghilterra, in Francia, negli Stati Uniti, fino all’affermazione di una visione, basata sul recupero della natura e sulla condanna del capitalismo, che è il fondamento di “Notizie da nessun luogo” di William Morris.

Ed è proprio “News from nowhere” di Morris, caposaldo dell’utopia socialista e dell’arts&crafts, che apre la collana ed è seguito da questo “Creature di fiamma”.

A questo punto non vedo l’ora di scoprire le prossime uscite – augurandomi che siano incluse anche le utopie delle donne, che spesso hanno avuto una storia “parallela” a quella ufficiale esposta efficacemente nella presentazione citata, ma sono state altrettanto importanti.

Que viva la utopìa!

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