Elbrus di Marco Capocasa e Giuseppe Di Clemente / Recensione

“Elbrus” è un romanzone di fantascienza classica, che ai luoghi comuni – tòpoi del genere unisce dei contenuti mutuati dalla più stretta contemporaneità. Un’opera ambiziosa, che si gioca bene la dialettica tra il classico e il nuovo, e che nonostante qualche scivolone è una riuscitissima prima prova per i due autori-scienziati.

Un’ambientazione europea, eppure “esotica”, quella di Tallinn, capitale estone, fa da sfondo a vicende nelle quali i piani temporali si intersecano: parliamo sempre del futuro, e la storia si gioca tra il 2155 e il 2113, seguendo le evoluzioni di un progetto scientifico che si basa su una delle tecnologie che più infiammano il dibattito della bioetica oggi: l’editing del genoma.

Ecco la sinossi secondo me.

Un uomo tenta di buttarsi da un palazzo: perché? Non è solo questione personale, ma anche il principio di un mistero che andrà a svelare uno spericolato progetto di ricerca internazionale, e l’esistenza di civiltà e vite che alla tecnocrazia umana hanno preferito la via della mistica e della connessione biologica, prima che mentale.

Che mistero si nasconde dietro il delirio del tentato suicida? E perché i suoi sogni sono così simili a quelli di Lubomìr Karu, anonimo informatico di Tallinn? Con l’aiuto del giornalista Nigul Leppik, Lubomìr compone gradualmente un mosaico che chiama in causa una ricerca segreta e controversa: nata per aiutare l’umanità a lasciare in sicurezza il pianeta Terra compromesso dalla catastrofe climatica, si è poi evoluta in qualcosa di molto diverso.

La storia del progetto è affidata ai punti di vista degli scienziati che, anni prima, sono stati chiamati a condurlo, e anche a qualcun altro, che forse lo ha vissuto più da vicino. Ma tutto questo deve confrontarsi con attori radicalmente diversi da noi, che pure hanno parte in gioco…

“Elbrus” è un romanzo che si svolge su tre piani diversi prevalenti: quello della ricerca scientifica in elaborazione; quello della ricerca esistenziale di Lubomìr, che si delinea con le indagini; e un terzo, che definirei quello dell’alienità, con la costruzione di un mondo altro vivido e interessante.

Per ragioni di mero gusto personale, ho trovato questa ultima linea la migliore, grazie alla “elaborazione mistica” di un diverso modo di stare insieme, e a un personaggio “femminile” che è forse l’unico a cui si renda giustizia dal punto di vista della rappresentazione narrativa. Interessante inoltre la sperimentazione linguistica di nomi e suoni alieni, una bella sfida da leggere, una di quelle sfide che sono anche i grandi piaceri della fantascienza.

Le ricerche delle prime due linee, scientifica ed esistenziale, hanno a che fare (e questo non è in nessun momento un segreto) con le tecniche di manipolazione genomica, come quella CRISPR che ha fruttato il Nobel alle due scienziate Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier.

(Personalmente, sono critica su questa scienza, che è in pratica l’apertura di una nuova frontiera che il neoliberismo capitalista può accumulare, sfruttare ed espropriare; quando ho letto frasi come “che bello, finalmente il Nobel a due donne”, sì, vero, bellissimo, ma la cosa mi è un po’ suonata come “che bello, finalmente il potere a una donna, buon lavoro, Margaret Thatcher!”)

Pur essendo i due autori scienziati e divulgatori, e di base non contrari agli sviluppi della genomica, quella che mettono su pagina è una critica che mi è sembrata attenta, profonda e ben strutturata, e che non tocca solo una singola tecnologia, ma, direi, una impostazione prevalente della condotta umana: il nostro cazzo di modo di fare le cose.

Il pianeta è al collasso, e la nostra “soluzione” è quella di abbandonarlo, rendendoci in grado di affrontare a livello di specie i viaggi interplanetari. Dunque, diamo per scontato che la risoluzione del problema consista nel trovare una via di fuga ai casini combinati finora, e mettiamo in campo una serie di conoscenze e tecniche a questo scopo.

E già qui, la definirei una impostazione quanto meno egoista e irresponsabile.

Ma consideriamo quello che qui è il vero fulcro della questione: i problemi non si risolvono con gli stessi strumenti e la stessa mentalità che ne sono stati la fonte. E se la tecnica “salvatrice” non si affranca dalla visione predatoria e sfruttatrice, il risultato non potrà che essere altra predazione, altro sfruttamento.

Ecco, questa linea di pensiero non è esplicitata chiaramente, ma di fatto struttura l’intreccio, e ci porta a seguire da diverse angolazioni la storia di un fallimento annunciato, e la sofferenza provocata sulle vite innocenti che di questo fallimento sono materia prima e insieme fine ultimo: carne da adulterare nel profondo della sua essenza, vite da spostare come pedine del solito gioco al massacro. Esistenze trasformate non semplicemente e non solo in “forza lavoro totalmente disponibile” ma, in un incremento della foia appropriatrice, in “forza vitale totalmente disponibile”.

Parallelamente a questi concetti attualissimi, la struttura del romanzo è molto tradizionale: abbiamo gli scienziati che impostano il progetto di ricerca, con le diverse personalità più o meno smaliziate; il giornalista che insieme al suo amico “mandante” ricostruisce una catena di eventi, partendo da indizi e suggestioni; deliri allucinatori di personaggi chiave, che ci consentono di intuire cosa potrebbe legare le vicende tra loro (insieme a una linea narrativa minore, promettente e purtroppo poco ampia, che definirei “la colonia”); e il racconto quasi incantato di una civiltà diversa, con un worldbuilding di tutto rispetto, che si lega alle vicende terrestri, e insieme riesce a creare un’alternativa di senso agli sviluppi negativi che gradualmente vediamo accadere.

Qualche parola in più sulla linea dell’alienità, che ho definito mistica: qui troviamo un mondo diverso. Questo mondo è basato sulla connessione spirituale tra i suoi componenti, non di una sola specie: basta l’essere vivi a creare un legame, e sono vive anche le navi spaziali; idea, questa, non nuova, ma sempre con un suo enorme e affascinante perché. Il mondo “alieno” è dunque basato su una concezione unitaria di ciò che siamo-insieme, di un cosmo-che-siamo, e non semplicemente che abitiamo (e incasiniamo).

Per questo trovo utile scomodare il termine “mistica”, un termine che è un mondo, e di cui sono certa sentiremo sempre più spesso parlare: perché chiama in causa una via di conoscenza diversa da quella ora prevalente, una via esperienziale, diretta e incomunicabile, che non passa per il logos ma attinge a diverse modalità altrettanto umane e altrettanto valide.

La mistica afferma e sperimenta l’unione di tutte le cose. E nell’attuale momento storico in cui siamo (che non mi sentirete definire “Antropocene” manco sotto tortura), la separazione è un problema che l’umanità sta soffrendo tantissimo, e per il quale sta trovando le parole solo gradualmente.

La separazione è tra la cosiddetta “natura” e noi umani, tra umani e non umani, tra umani di diversi gruppi, provenienze, generi, classi sociali; la separazione è nelle scienze che, sempre più specialistiche e specializzate, aiutano sempre meno a capire, e insistono nel dichiarare riuscite le più complesse operazioni con le quali fanno immancabilmente fuori il paziente.

La mistica, al contrario, è una ri-unione: è la percezione diretta che “questo è quello”, come affermerebbe Aldous Huxley (e se riconoscete la citazione avrete una birra pagata da me!). La mistica è la ri-cerca che ci ricorda e ci ritorna la conoscenza incomunicabile che facciamo tutti parte di un tutto. Un tutto che è differenziato per accidente e congiuntura, ma che non è davvero separato: contiene la stessa sostanza, degna di chiamarsi tale solo in quanto è energia.

Tutto questo l’ho trovato ben costruito; in negativo, nella storia della ricerca scientifica, in positivo, nella linea dell’alienità, che segue principalmente, da un certo momento in poi, linsegnante-sacerdotessa Liilmade, e la sua ricerca che, nella concezione del suo pianeta, non può che tradursi in una attesa.

La forza principale di questo romanzo, dal punto di vista letterario, sta nell’orchestrare dilemmi etici attuali, che proprio per la loro attualità potrebbero incontrare resistenze ideologiche o concettuali da parte di lettori tradizionalisti, in una forma romanzo che è quella più amata proprio dai tradizionalisti, ovvero il romanzo di fantascienza tra hard-scifi, space opera e giallo di detection. Operazione non facile, non banale e qui piuttosto riuscita.

Molte delle recensioni pongono l’accento sulla cli-fi, che a mio avviso non è il vero fulcro di “Elbrus”. Piuttosto, il romanzo si rifa a questioni di bioetica e filosofia della scienza per costruire il suo percorso. Il fatto che sia la prima prova narrativa di Capocasa e la seconda di Di Clemente, la loro prima insieme, è un fatto notevole, che fa sperare in un bel prosieguo, e può scusare alcune ingenuità sia dello stile, che della storia in sé.

Dal punto di vista stilistico, trovo che l’editing non abbia dato il massimo: ci sono diverse frasi la cui lunghezza e complessità si traduce in una piattezza espressiva, abbastanza fisiologica in scritti di questo genere, ma che poteva essere meglio gestita; e non c’è un vocativo, dico uno, che abbia le virgole corrette: ciò mi porta a pensare che sia una scelta voluta, ma non la ritengo comunque corretta.

Dal punto di vista del contenuto, il problema che mi è saltato più agli occhi è uno svilimento sistematico (anch’esso proprio di una certa “scuola tradizionale”) che riguarda i personaggi femminili e la loro rappresentazione: le donne umane sono personaggi secondari, tutti; incosistenti, quasi indistinguibili, descritte solo nei dettagli che possono interessare lo sguardo maschile, vive solo nella reazione ormonale che provocano nei protagonisti; sono mogli, segretarie, centraliniste, receptionist, o mamme e angeli comprensivi; in un gruppo di pari, gli scienziati sono chiamati per cognome, le scienziate con il nome proprio.

Direi che questa parte della “tradizione” si può tranquillamente archiviare. Non perché mi auguri libri femministi (cioè, sì, in realtà) ma soprattutto perché, come argomentavamo anche con Franco Ricciardiello nel Manuale di Scrittura di Fantascienza, lo stereotipo è una debolezza della scrittura e basta, senza nemmeno bisogno di entrare nel merito.

Come già detto, comunque, tali ingenuità si perdonano: gli autori hanno profuso un grande impegno nell’edificio di questa storia, e una nota di merito va anche a Armando Curcio Editore, che ha pubblicato due esordienti e ha avuto la chiarezza (e il coraggio!) di usare la parola “fantascienza” già in copertina, cosa che, ricordo, per Francesco Troccoli e il suo “Ferro Sette” non era accaduta.

Non lo metto in luce perché io sia partigiana di un termine, ma solo perché mi sembra un cambiamento significativo, che indica forse una maggiore popolarità della “fantascienza” oggi, rispetto al 2013.

Quello che conta davvero è che abbiamo potuto vedere nuovi autori pubblicati, promossi e portati all’attenzione del pubblico, e questo è un merito da dare all’editore, senza ripensamenti. Aspettiamo altre prove di Capocasa e Di Clemente, per poter discutere ancora di temi così importanti, godendoci al contempo belle storie.

Nota: il libro mi è stato gentilmente inviato dagli autori, in cambio di una recensione sincera.

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