“Città di morte” di Madeline Ashby / Recensione

“Città di morte” per me è stata una bella sorpresa. L’avevo comprato in edicola, in modo istintivo: mi piaceva il nome dell’autrice. In seguito, mi sono imbattuta in recensioni negative abbastanza superficiali, che semmai mi hanno motivata; infine, ne ho iniziata la lettura in modo casuale, per distrarmi da altre letture abbastanza impegnative.

Mi sono trovata tra le mani un romanzo avvincente, con una protagonista a cui si vuole subito bene, una voce narrante schietta ed efficace e una prima parte dal ritmo e dalla storia letteralmente page-turner.
Nella seconda parte, purtroppo, il tutto va un po’ a scemare, e la conclusione non mi ha convinta, anche perché ho l’impressione che il romanzo sia parte di qualcosa di più grande, quindi non del tutto chiuso lì.

Comunque, “Company city”, questo il vero titolo ben più significativo, è una lettura che mi è piaciuta molto, e niente affatto “facile” come pensavo.

Iniziamo con la dedica:

Questo libro è dedicato a Richard Kedward, il maestro che mi ha insegnato il passato e ha cambiato il mio futuro.
Ed è scritto in ricordo delle donne canadesi indigene scomparse e uccise.
Rest in power.

SDENG! Facile? Una bella botta in faccia, per chiunque abbia un minimo di contezza dell’inferno che passano in Nordamerica le donne appartenenti a popolazioni native.
(Ma non ho idea di chi sia Richard Kedward, shame on me).

Già dalle prime righe del romanzo vero e proprio, poi, capiamo che Madeline Ashby ha scelto un ambito scottante, e molto accuratamente omesso dalla quarta di copertina del volume italiano: il mondo delle sex-worker.

Ecco la storia, con parole mie.

Go Jung-hwa, detta solo Hwa, lavora come agente di scorta per le sex-worker del sindacato di Madame Séverine: le accompagna agli incontri di lavoro e le allena in palestra, insegnando loro le tecniche basilari di autodifesa e attacco.
Hwa è una ragazza particolare: mezza coreana in una città chiaramente occidentale, è stata cresciuta da Sunny, prostituta d’alto bordo e madre anaffettiva e abusante. A causa del disamore e della povertà di Sunny, Hwa è nata in modo “naturale”, senza perfezionamenti genetici preliminari, e presenta inoltre un diffuso angioma sul viso e su una metà del corpo: non è mai intervenuta, né si è fatta potenziare o cambiare in alcun modo (sempre per un mix di povertà e sentimenti intricati, che scopriamo man mano, e anche perché, essendo geneticamente senza interventi, Hwa gode dei tipici vantaggi dei paria: potersi infilare nelle maglie del sistema).

L’amore per suo fratello Tae-kyung ha salvato Hwa e le ha illuminato la vita, ma il ragazzo è morto da poco, nella deflagrazione che ha distrutto gli impianti di estrazione della città. Questa tragica esplosione ha anche abbattuto il valore di New Arcadia, che è stata acquistata in blocco dalla famiglia Lynch, classica dinastia di ricchi del cazzo con annessa multinazionale, eserciti privati, azioni, e un disagio che fa provincia.

Proprio la famiglia Lynch contatta Hwa: il capo della sicurezza Daniel Sìofra le chiede di diventare la scorta del rampollo ed erede, l’adolescente Joel Lynch, che ha ricevuto minacce di morte misteriose e inquietanti.
Hwa non ha intenzione di accettare l’incarico, nonostante esso la “eleverebbe” dandole una casa decente, uno stipendio e una serie di benefit sociali, perché è legata alle ragazze e al sindacato di Madame Séverine.
Ma quando una sua amica sex-worker viene (letteralmente) fatta a brandelli, Hwa accetta di lavorare per i Lynch, per avere accesso a dati riservati della città, e poter così trovare l’assassino della sua amica.

Hwa entra quindi a far parte di un mondo diverso, l’upper class, e affianca il ragazzo a scuola (scuola che lei non ha potuto fare). Con Joel, scopre che la famiglia Lynch ha molti segreti e un piano oscuro che riguarda New Arcadia. E quando altre ragazze vengono brutalmente uccise, Hwa forza la mano, alla ricerca del misterioso assassino e di chi sta truccando le carte in tavola.

Un intreccio, come dicevo, davvero avvincente nella prima parte; nella seconda parte, viene risolto forse con meno cura e impegno di quanto avrebbe e avremmo meritato.

Ma a mio avviso non è l’intreccio, pur ricco, il vero punto di forza del romanzo: è la personalità di Hwa, e ciò che le ruota intorno, ad avermi conquistata. Una ambientazione e un carattere con un “rivestimento esterno” molto esotico, molto classicamente fantascientifico e fictionale, ma che, sotto questo rivestimento, rappresentano realtà sociali e psicologiche che pestano sul pedale del riconoscimento, di qualcosa che fa parte della nostra esperienza tanto indiretta che (spero meno, per ciò che attiene alla psicologia) diretta.

Partiamo da lei, da Go Jung-hwa, detta Hwa: una giovane che ne ha passate tante, troppe (una madre cattiva è già troppo da sola!), che ha quella che nel suo mondo è una disabilità (quanto significato in questo angioma, in questa “macchia scura”) e che è di fatto una “seconda generazione”, figlia povera di una immigrata povera.

Hwa è vittima di molte cose, eppure rifiuta il ruolo di vittima, dal punto di vista esistenziale: si comporta seguendo dei suoi principi, si è trovata un lavoro che svolge benissimo e un ruolo soddisfacente in un gruppo che la stima. Pur consapevole della sua disabilità, e soffrendone in un modo sottile che Ashby è brava a rappresentare, in caso di bisogno è pronta a servirsene, e persino a rivendicarlo come parte seppur dolorosa della sua identità.

SPOILER – evidenzia se vuoi leggere, sennò passa oltre

Anche nel finale c’è una nota coraggiosa ed emblematica: Hwa viene salvata in extremis e quando si sveglia scopre di essere stata completamente “riparata”: non ha più l’angioma. La cosa la disorienta, perché la “macchia” fa parte del modo in cui Hwa si pone nel mondo. Ma alla fine, il sentimento più forte è la felicità, il sollievo di essersi liberata del suo “handicap”. Questo mi ha emozionata e divisa a metà: perché in termini generali non posso augurarmi che una disabilità sparisca, non è giusto, ogni caratteristica è davvero parte dell’identità, unica e preziosa. Ma in fin dei conti, chi cazzo sono io per dire: “No, la disabilità ha un significato e quindi se la doveva tenere, doveva essere triste di averla persa?” Come posso permettermi di dire una cosa tanto feroce e insensibile?

Hwa è povera, ma non fa della ricchezza un valore: rifiuta più volte la corte di Daniel Sìofra e del raccapricciante Zachariah Lynch, il grande vecchio, con disinvolti vaffanculo; invece, quello che la fa stare male è il biasimo delle ragazze del sindacato, che la accusano di averle abbandonate, senza capire che Hwa lo ha fatto per indagare sui delitti e su ciò che le minaccia.

La vera sofferenza di Hwa sta nella perdita di suo fratello, che sta ancora elaborando, e soprattutto nel rapporto tremendo con la sua tremenda madre: una donna che è stata in grado di amare il figlio maschio, e che, costretta ad avere Hwa e a prendersene cura in qualche modo, le ha dato un accudimento quanto meno disordinato, intriso di rancore, disgusto e botte. Eppure, anche qui: non è tutto e solo odio, in qualche modo le due si relazionano riconoscendosi come legate.

Tutto questo dove lo trovate in giro?
Non parlo dei romanzi di fantascienza, parlo dei romanzi-e-basta: ognuno dei problemucci che ho delineato è passibile di essere tramutato in pantomima da romanzo italiano di formazione borghese “du’ camere e cucina”, con dialoghi rarefatti e scoordinati, ritratto dell’artista da giovane e biglietto diretto per lo Strega.

In questo romanzo di fantascienza da edicola, invece, tutte queste cose fanno parte di personaggi che agiscono in una storia, le questioni non sono drammatizzate sotto i riflettori ma concorrono a una caratterizzazione efficace, sfaccettata, molto realistica. Ci identifichiamo con la forza e le tristezze di Hwa, con il disorientamento di Joel, con la coaprbietà di Daniel Sìofra e capiamo anche le sex-worker e i loro modi di fare. Questo quadro molto complesso non esita comunque a mostrare dei buoni e dei cattivi, in modo molto chiaro e lucido.

La stessa attitudine si rivela nella descrizione del contesto delle sex-worker: non sono bambole né le classiche “puttane” mitologizzate nel brutto stile deandreista, bensì donne per lo più povere che si barcamenano in un lavoro difficile. Madame Séverine, che gestisce il sindacato, è una figura positiva, come a voler riconoscere la necessità di una cura e di diritti per chi lavora con il sesso. E i clienti sono maschilisti, bavosi, cinici, commentano in branco le performance, insomma, fanno letteralmente schifo, come fa letteralmente schifo chi compra il corpo di un’altra persona e vuole usarlo a mo’ di oggetto.

Mi piace questo modo di vedere le cose, non è facile districarsi nel tema e Ashby ci è riuscita usando cura, attenzione e chiarezza.

Madeline Ashby

Clienti e sex-workers infatti non sono solo “comparto personaggi”, ma anche ambientazione. Contribuiscono a un quadro generale che pure è sconfortante, e riconosciamo più di quanto vorremmo: un quadro in cui se hai soldi vivi bene, e se non li hai stai sotto i ponti ad ammalarti e morire senza che la cosa sia percepita come un problema sociale, no, è solo colpa tua che non fai abbastanza soldi, non ti impianti abbastanza filtri e correzioni, non meriti abbastanza.

(Tutto normale. Tutto bene. La lotta di classe non esiste, è vecchia. Viva la meritocrazia individuale. Nel migliore. Dei mondi. Possibili.)

New Arcadia è una città a più livelli, come da migliore tradizione cyberpunk, e la differenza tra le sue torri sancisce la divisione della società. Il posto peggiore lo hanno i nativi, che nel testo fanno poco meno di un’apparizione, in uno slum suburbano raccapricciante che pure presenta figure forti e sprazzi di senso.

Nulla di nuovo, in fondo, eppure raccontato con uno sguardo contemporaneo e con un ritmo che tiene sempre alta l’attenzione. È caratteristica del romanzo intero, questo ritmo, e una ragione per cui consiglio “Company city”.

Nonostante resti un po’ incompleto, il romanzo è una lettura avvincente, che diverte, e allo stesso tempo mette in campo cose vere, problemi spinosi, resi in modo realistico. Ma con una pietas viva: non sconfina mai nel vittimismo, bensì prende atto delle risorse delle persone e dei gruppi, della loro lotta per vivere con dignità, all’interno di un sistema indegno.

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