“La notte della svastica” di Katharine Burdekin / Recensione

“La notte della svastica” è un romanzo nel quale Hitler ha vinto la guerra, e la Germania domina sul mondo spartito con l’Impero Giapponese. Ma NON è una ucronia.

Katharine Burdekin lo ha pubblicato infatti nel 1937, quando il regime hitleriano era ancora percepito come brutale, ma tutto sommato rispettabile (come rileva Domenico Gallo nella postfazione all’edizione Sellerio).

“La notte della svastica” è dunque una distopia, per non dire una profezia.

Quello che racconta non è mai successo (non nel continuum nel quale scrivo, almeno…) ma le visioni di Burdekin si rivelano precise e cassandresche: il nazismo è una mistica nera che mira al dominio del mondo e poi inizia ad autofagocitarsi, è una cancellazione violenta della donna e del corpo femminile, un cammino estatico-necrofilo tutto maschile, fondato sul sangue, sulle pulsioni omosessuali represse, sullo sterminio e sulla follia della razionalità.

Sì, razionalità. Non è affatto vero, secondo me, che “il sonno della ragione genera mostri”. Cioè, potrà anche essere, ma proprio il nazismo ha messo di fronte a noi una realtà diversa: è la ragione che genera mostri, è la ragione sola e pura impiegata come uno strumento a sé stante, senza alcun affiancamento delle emozioni, della solidarietà e dell’empatia (lo so, questa parola è abusata, ma il termine è quello, fatevene una ragione). La ragione sola e dunque mostruosamente fredda è quella che costruisce i treni e i forni e applica il fordismo allo sterminio. La stessa ragione narrativizzata dal Marchese De Sade è il culmine al quale il nazismo si dirige.

[UPDATE; due settimane dopo la pubblicazione di questa recensione, mi sono imbattuta in un pezzo di Tobia Savoca su Jacobin.it, intitolato “A lezione dai nazisti“:

“Attribuire al Nazismo scelleratezza e irrazionalità serve a negare un’opposta spaventosa evidenza: l’essere umano moderno è capace di qualsiasi atrocità proprio perché è razionale. Troppo razionale. La modernità, intesa come emancipazione della ragione dall’emozione e dell’efficienza dall’etica, ha evocato dei mostri dagli inferi che «l’uomo-mago», diceva Marx, non riesce più a controllare. Per Bauman la civiltà si dimostrò incapace di garantire un uso morale del terrificante potere da essa creato.”

Leggi l’articolo completo: “A lezione dai nazisti”, Tobia Savoca, Jacobin.it]

Questa è una realtà ben più difficile da accettare, e forse è per questo che sono in pochi ad avere il coraggio di guardarla in faccia.

Burdekin lo fa con questa distopia che è stata uno spartiacque anche letterario. Gallo afferma nella sua postfazione che “1984” di Orwell è un tributo a “La notte della svastica”, vorrei capire meglio come lo sappiamo, e se Orwell lo abbia mai dichiarato apertamente.

Probabilmente (dovrei rileggerlo) “1984” è superiore, dal punto di vista letterario, a “La notte della svastica”, che risente ancora del modello letterario inglese di inizio secolo, quello nel quale Wells si muove benissimo e che Burgess userà poi in modo sornione in “Il seme inquieto”. Lo definirei così: “amiconi in campagna, all’improvviso il massacro”.

Ma penso sia giunto il momento, dopo tante ciance “a latere”, che racconti LA STORIA di “La notte della svastica”: di cosa parla?

Siamo nell’anno 720 dalla morte di Hitler, la Germania domina l’Europa, e si spartisce il mondo con l’Impero Giapponese, abbastanza malvolentieri, ma senza che le scaramucce e il malumore sfocino in una guerra (che comunque le masse inebriate di guerrismo si aspettano). Il culto nazista si è “evoluto” in quello del Dio Tonitruante, la società è strutturata in modo neofeudale, con dei Cavalieri di sangue che spadroneggiano sui loro feudi semiagricoli e meccanizzati, e i “nazisti” sono i tedeschi comuni; alla base della scala sociale stanno gli appartenenti ai popoli conquistati, come gli inglesi, mentre i cristiani rimasti sono dei paria senza diritti, che vivono in riserve speciali.

Tutto è esclusivamente al maschile: le donne sono segregate in quartieri-gabbie, sono trattate come bestiame, usate solo per la procreazione e per allevare le loro figlie; i bambini maschi sono tolti loro a un anno e mezzo per essere cresciuti dagli uomini.
(E in questo affermo che lo sguardo femminile si nota: per Burdekin, donna e madre, persino i nazisti misofobi arrivano alla banale verità che il bambino infante deve avere il contatto materno. Ricordo che Aldous Huxley in “Il mondo nuovo” preconizzava “utopicamente” neonati allevati in confortevoli box singoli e ninnati da macchine, con intento dissacrante nei confronti dell’utopia tecnocratica, credo. Un neonato in una simile condizione muore nell’arco di pochi giorni.)

Ma divago, di nuovo. La storia. Siamo nella Germania rurale, e il giovane e baldo nazista Hermann incontra il suo vecchio amico inglese Alfred, che è in viaggio-premio dall’Inghilterra nei luoghi sacri germanici. Fin da subito è chiaro che Hermann ha più che un debole per Alfred, uomo più grande di lui, intelligente e scanzonato: e quasi subito instilla in Hermann il seme del dubbio riguardo il regime nazista, la religione del Dio Tonitruante e la divinità di Hitler. Alfred è un eversivo, un uomo che ha avuto il coraggio di farsi delle domande, e ora le fa al suo amico.

Al loro significativo dialogo segue un massacro su sfondo bucolico, del quale non vi anticipo i termini, che porta entrambi di fronte al Cavaliere Von Hess, loro diretto padrone feudale e giudice del contado.
Anche Von Hess, guarda un po’, non è quello che sembra. Riconosce al volo la “particolarità” di Alfred, lo invita a un colloquio privato e gli racconta qualcosa che solo lui sa, e che va assolutamente tramandato: la verità.

Il romanzo si articola quindi in tre momenti principali.
Una prima parte, nella quale conosciamo Alfred tramite il suo “contatto” con Hermann.
La seconda, lunga parte, fatta quasi solo di dialoghi, nella quale è Von Hess a condurre il discorso e a confrontarsi poi con le domande di Alfred, con la sua sete di sapere e con i suoi ragionamenti coraggiosi, che alzano ancora l’asticella. Questa è una parte che alla lunga si rivela un po’ pesante, ma contiene significati e teorizzazioni interessanti e profondi.
Nella terza parte della storia, seguiamo il ritorno di Alfred in patria e le sue operazioni segrete di scoperta e iniziale diffusione della verità rivelatagli da Von Hess.

Altro sull’intreccio non dico, mi parrebbe di rovinarvi la scoperta: il romanzo non è esattamente uno sparatutto, ma qualche bel momento di tensione e un paio di colpi di scena ci sono. A voi il piacere.

Mi soffermo invece, prima di concludere questa recensione che si sta rivelando decisamente più lunga rispetto a quanto mi aspettassi, sulla “questione femminile” del romanzo, che si gioca su due livelli: quello manifesto, ovvero la condizione in cui le donne sono costrette a vivere nella società del 720 dopo Hitler; e quello del messaggio, ovvero ciò che Burdekin forse voleva dirci.

Katharine Burdekin

Mi aveva molto colpita la descrizione delle donne in cattività di “La notte della svastica”, che lessi per la prima volta (insieme al titolo di questo libro) nel saggio “Il futuro in bilico – Il mondo contemporaneo tra controllo, utopia e distopia”.
Qui, Elisabetta Di Minico si sofferma sulla visione da incubo delle donne immaginate da Burdekin, visione che viene introdotta già dalle prime pagine di “La notte della svastica” e che mi ha profondamente disturbata; nel saggio già turba, ma leggerla “di prima mano” nel quadro della storia è molto peggio.

Le donne sono una mandria di creature sottomesse moralmente e fisicamente. I capelli rasati, i corpi tenuti ai limiti della sussistenza quando non gravidi, vestite di sformate divise grigie con al fraccio “fasce” di appartenenza a un certo maschio, con le bambine al collo o attaccate alle vesti, sono descritte dal punto di vista di Herrmann e (inizialmente) di Alfred come esseri subumani francamente rivoltanti. A loro si accostano vocaboli riferiti al mondo animale:

“…con quelle brutte testoline rasate a zero, e i corpi mollicci e protuberanti in giacca e pantaloni… e poi, aah… le donne incinte, un che di obbrobrioso, e le vecchie ciabatte pelle e ossa, con il collo da galline spelacchiate, e le nauseabonde ragazzine mocciose, tutte lì a piagnucolare! Vagivano come cagnoline, come gattine, con gridolini striduli e singhiozzi. Non c’era nulla di umano… si capisce che le donne non hanno un’anima e perciò umane non sono, però – aveva riflettuto in seguito Hermann (…) – potevano almeno fare un tentativo.
In realtà le piccole piangevano di paura.”

La contrapposizione artificiosa e antropista donna-corpo-natura / uomo-mente-civiltà risalta chiaramente nella società immaginata da Burdekin, una società che porta a compimento con grande zelo ciò che non esiste mica solo nel nazismo, e che dal nazismo prende il sadismo, la metodicità e lo sviluppo, non certo la radice.

La condizione femminile è la linea sulla quale Alfred ha un vero ragionamento e cambiamento nel corso della storia.

L’uomo è intimamente antinazista e da subito si pone come capace di sconfiggere il regime, non con guerre o impossibili rivolte, ma aderendo all’intima convinzione che esso è una fandonia, e portando avanti la ferma volontà di propagare la verità. Una rivoluzione interiore, quindi, quasi gandhiana nella sua fortezza interiore e nella convinzione che il cambiamento sociale accade in ogni singolo cuore, e che sono le idee nuove a far marcire quelle vecchie, anche solo esistendo.

(Un discorso che arriva quasi al misticismo, pur senza passare dalla religione. Con la religione Burdekin qui non è tenera, il cristianesimo sopravvissuto è trattato nello stesso modo lucido e attento a svelarne le magagne, come accade per l’ancora rispettabile nazismo.)

Tuttavia, Alfred parte nettamente schierato contro le donne, che disprezza e non considera umane, come un nazista qualsiasi. Perché, e questa è un’intuizione capitale che Burdekin semina in uno dei suoi tanti dialoghi fiume, le donne sono il vero popolo senzapatria del mondo, le oppresse sempre, la classe schiava ovunque, e gli uomini questo nazismo lo abitano comodamente.

Man mano, però, la mente sveglia e radicale di Alfred non può che estendere gli stringenti ragionamenti che Von Hess condivide con lui, a proposito della società maschile, anche alle donne: ammettendo davanti a sé stesso che esse sono umane, e che tutti in fondo lo sanno bene. E ragiona sulla radice della loro condizione di sottomissione, che è voluta dall’uomo, ma che loro hanno introiettato così bene da aver smarrito quella vitalità innata che ogni animale manifesta spontaneamente, quando considera sé stesso migliore di tutti gli altri e si attrezza di conseguenza, lottando per la propria sopravvivenza.

Le donne questo non lo fanno, non lo hanno mai fatto, ci dice Alfred… e Katharine, forse?
Cosa sono, quindi, le donne, nel momento in cui considerano gli uomini superiori a sé, con un servilismo inaccettabile persino dal più infimo degli animali?

Direttore, chiamatemi direttore, non direttrice, preferisco così… scusate, divago ancora. Dal testo:

Ci sono due cose che le donne non hanno mai posseduto e gli uomini invece sì. Una è l’invulnerabilità sessuale e l’altra è un senso di orgoglio rispetto al proprio sesso, che è diritto di nascita anche per il maschietto di umilissimi natali. E tuttavia, finché le donne non disporranno di queste cose, che hanno perso nel momento in cui commisero il crimine di accettare l’idea tutta maschile dell’inferiorità della femmina, non potranno mai più rinfocolare la scintilla della propria identità e vitalità. Ma noi sappiamo che è ancora lì, altrimenti non sarebbero infelici.

L'”orgoglio del proprio sesso” anche per “il maschietto di umilissimi natali”… è così fantascientifica, questa cosa, o forse Burdekin ci sta mostrando la realtà, nella quale qualsiasi buzzurro in canottiera si considera superiore alla Premia Nobel perché ha il cazzo per “diritto di nascita”?

Il dialogo maieutico va avanti:

Il Cavaliere diede in una risata un po’ isterica.
“Alfred, davvero la fantasia non ti fa difetto. Ma devi sapere che le donne erano in grado di leggere, nonché di scrivere, di dare alle stampe interi tomi, di fare musica, di progettare abitazioni (tutta roba inferiore a quella degli uomini, si capisce) e che c’erano donne avvocato, donne medico, donne politicanti, donne soldato, donne aviatore…”
“Perdio!” Alfred era sbigottito e anche geloso. “E a noi gli areoplani non li lasciate pilotare. Ma bene…”
“Le donne facevano tutte queste belle cose, e tu mi vieni a raccontare che il solo rimedio ai guai del mondo – se ho capito bene – è che le donne debbano convincersi di essere superiori a noi? (…) Guarda però che le donne che sapevano fare tutte le cose di cui sopra giammai si reputarono superiori. Si contentavano di ricercare l’uguaglianza, le poverette.”
Alfred sospirò.
“Voi continuate a pensare alle donne e non alla logica del mio ragionamento. Ma si capisce che all’epoca non si consideravano superiori. Non erano mica se stesse, all’epoca. Vivevano secondo un dato modello imposto dal maschio, così come adesso ne seguono un altro, anch’esso imposto. Dunque non erano più vere donne delle nostre (…)”

SDENG.

Straziante la scena in cui Alfred si relaziona per la prima volta in modo umano con sua “moglie” Ethel, e però non la sopporta, non sopporta il suo strisciare, e non lo sopportiamo nemmeno noi. Un punto narrativo davvero riuscito, che ci spacca a metà tra dolore e profonda irritazione verso questa donna, l’unica che ha voce nel romanzo.
Ed è Alfred a darci di nuovo una scintilla di verità.

“Si chiese come mai le donne mettessero a disagio gli uomini. Non è che criticassero più di quanto potesse criticare un cane. Se ne stavano tranquille e non parlavano se l’uomo non parlava lui per primo. Eppure risultavano insopportabili. Si provava il bisogno di andar via e di ritrovare la compagnia degli uomini. “Ci vergogniamo” pensò Alfred. “Non lo sappiamo – anche se adesso il Cavaliere e io lo sappiamo – ma proviamo tutti vergogna di fronte alla vita miserabile che abbiamo imposto loro di condurre. Il loro stesso aspetto, il loro comportamento gridano vendetta, sono una critica silenziosa ma più insopportabile che se venisse gridata.”

Ecco la finezza di una mente che ha molto riflettuto sull’oppressione, e finisce col toccare il tema (assai poco affrontato) del profondo disagio del carnefice. Lo ha affrontato Ursula K. Le Guin, nella fulminante postfazione di “Il mondo della foresta”; e lo ha affrontato Toni Morrison nel breve e complesso “L’origine degli altri”, dove analizzando i diari di uno schiavista del Sud arrivava a toccare il problema: la disumanizzazione dell’altro disumanizza noi per primi quando cerchiamo di praticarla.
Metto Burdekin in un ideale trittico femminile che immagino popolerà le mie riflessioni (e le mie citazioni) a lungo.

Detto ciò, se c’è un punto debole che ho trovato nel romanzo è proprio lo stato femminile lì descritto: di assoluta sottomissione e “inferiorità”, senza spiragli. Se ad Auschwitz ci sono sempre state reti partigiane e opere di sabotaggio da parte degli internati, a me che sono una inguaribile barricadera viene da chiedermi se non sarebbe possibile una resistenza femminile viva, segreta e clandestina nell’Europa del 721 dopo Hitler.
Dato che la storia si svolge tra personaggi esclusivamente maschili, con punti di vista maschili, nulla mi vieta di immaginare che nessuno di loro sappia, e che anche Ethel sia una silenziosa e irriducibile eversiva.

Nel romanzo naturalmente c’è molto altro. Non a caso Domenico Gallo richiama un debito da parte di Orwell: il mondo nazista è un mondo che ha distrutto ogni testimonianza storica prehitler e ha creato dal nulla una “memoria” orrendamente falsata fino al paradosso. Ma mi fermo qui, ho già scritto abbastanza.

Le ultime note sono sul lavoro editoriale: ottima la postfazione di Gallo, succinta ed efficace, sulla vita e le opere di Burdekin, che ha avuto molti pseudonimi e ha pubblicato “La notte della svastica” con il nom de plume maschile di Murray Constantine.
Fluente e sagace anche la traduzione di Alfonso Geraci, che penso abbia voluto mantenere quel gusto retro di campagna inglese (con massacro) evitando di “modernizzare” il testo e usando costrutti e frasi deliziosamente fuori moda (anche se “cincischiare” e “pizzardone” sono nel mio vocabolario corrente).
Brava Sellerio, insomma, per questo recupero preziosissimo la cui lettura non lascia indenni.

Lettura ultraconsigliata a tuttə voi: che siate lettori, lettrici, dodo o direttori, leggete “La notte della svastica”!

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