“Binti” di Nnedi Okorafor / Recensione

Nnedi Okorafor è autrice contemporanea significativa: è parte di una “nuova ondata” di fantascientiste che, ispirandosi dichiaratamente a Octavia E. Butler, hanno ripreso l’afrofuturismo, per scrivere storie di ibridazione, mutazione, incontro con l’Altrə, mantenendo fortissimi rimandi alle radici africane e afrodiscendenti.

Alle pubblicazioni di fiction, Okorafor unisce una intensa attività di conferenziera, un po’ come Nisi Shawl è impegnata nei corsi (con la sua piattaforma “Writing the others”) e la pluripremiata (ma sono tutte pluripremiate!) Nora K. Jemisin nella promozione di colleghe e scritture affini.

Tant’è che proprio Nora K. Jemisin firma la prefazione al volume di Mondandori, che oltre a “Binti” comprende anche i suoi seguiti. Una prefazione che a me, lettrice bianca e “occidentale” (lo virgoletto perché ormai mi sento ibridata da una leggera albanesità), è parsa abbastanza aggressiva, nel suo j’accuse alle donne bianche di insistere sulle treccine delle donne nere come segno pittoresco, come qualcosa di cui dover discutere.

È un fatto però che alla questione dei capelli si lega una lotta importante delle donne afroamericane per il riconoscimento: molto tempo i capelli crespi sono stati oggetto di ostracismo, ad esempio a Hollywood, dove erano considerati un “segno particolare”; mentre le personagge nere “normali” avevano i capelli lisciati di default. Il “liscio di default” era il canone imposto al quale si rifacevano le donne nere, un po’ come il “rosa di default” è stato per molto tempo un’aspirazione delle donne asiatiche. Le donne non bianche, insomma, hanno da sempre subito un condizionamento in più da cui doversi liberare, rispetto a quelli standard riservati all’intera popolazione femminile.

Queste cose Jemisin nella sua introduzione non le dice; forse, cosa che sta succedendo anche nel mainstream (l’ultimo LP di Beyoncé ne è una chiarissima dimostrazione), il messaggio di Jemisin non parla ad altrə se non alle donne nere. Quelle finora escluse dalla rappresentazione, che quindi queste cose le sanno già benissimo.

Essere “esclusa dal canone” (almeno, da un canone a cui tengo, quello femminile!) è un’esperienza nuova, per me, e la prendo come una lezione in più, insieme all’irritazione che mi ha provocato (“Donne bianche? Treccine? Ma che sta a di’, ma chissenefrega?”). Sensazioni da mettere in un cassetto della memoria, per poter meglio capire chi questa esclusione la vive costantemente, e ora, vivaddio, si ribella e comincia a parlare e a parlarsi.

N K Jemisin, Bacellona 2017 / Photo by Jordi Cotrina

I capelli sono comunque un tema molto importante, centrale per la protagonista: Binti Ekeopara Zuzu Dambu Kaipka di Namib. Binti è di etnia Himba, popolazione nativa nel contesto di un ambiente africano urbano che discrimina le realtà tribali; questa identità si lega strettamente alle treccine di Binti e all’otjize, mistura di terra rossa, che la giovane si strofina sui capelli, e che nella sua fuga porta con sé.

Binti infatti è un’adolescente ribelle; come il pubblico a cui è rivolto questo breve romanzo che racconta la sua storia di fuga e di “formazione” davvero oltre ogni possibile previsione.

Vincitrice di una borsa di studio in matematica, è attesa alla Oomza University: così, contro il parere della famiglia che la vorrebbe al negozio di papà ad aggiustare “astrolabi”, Binti fa i bagagli, sgattaiola via dalla grande casa familiare e si imbarca sul volo interstellare che la porterà sul pianeta Oomza, e verso una vita diversa.
Ma durante il viaggio, la nave è attaccata dalle Meduse, popolo alieno in guerra con l’umanità: il viaggio di Binti prende una piega drammatica,  e la sua stessa vità diventa ben più “diversa” di quanto la giovane si sarebbe mai augurata.

Il romanzo è davvero breve, lo stile scorrevole e diretto, il tutto si legge in un pomeriggio:  una lettura gradevole e interessante, perché in una storia dai tratti consueti – con l’eroina dalle forti aspirazioni e qualità, che scappa di casa e poi lotta per una crescita  –  Okorafor ha saputo inserire degli elementi nuovi, in un modo talmente abile da farli sembrare naturali, come se una storia di formazione SF non potesse essere che così. E immagino che “Binti” sarà un confronto obbligato per chi vorrà scrivere storie di questo tipo in futuro.

Ho apprezzato molto la dialettica, in Binti, tra ribellione alla strada imposta dalla famiglia, e l’amore e accettazione di questa stessa famiglia. Binti non rinnega nulla, si sente una Himba, si veste e si “dipinge” come tale e non le sfuggono le implicazioni di essere la prima Himba che varcherà le porte della Oomza University. La giovane coltiva ricordi positivi, è legata alle sue radici, alla memoria personale e tribale… Solo, vuole fare la dannata università!

(Penso che chiunque abbia fatto qualcosa del genere, chiunque si sia staccato presto da una  famiglia “sufficientemente buona”, per prendersi la propria vita andando altrove, si sia dovutə confrontare con questo. Con il mostruoso conflitto tra amore e bisogno di libertà. Con la nostalgia che non ci abbandona mai più. Con lo smarrimento di portarsi appresso radici fluttuanti. Con la perdita, con una fine che si percepisce ben più definitiva della “semplice” uscita dall’infanzia.
Okorafor è brava a raccontarcelo con parole semplici, usando la metafora delle treccine che si seccano e poi cambiano, della terra natia che pian piano finisce, per parlare di identità, di legame e insieme di perdita.)

Trovo molto bella questa strada di emancipazione che non rigetta il proprio passato, ma lo usa come una forza per crearsi una nuova strada. Fa parte della filosofia afrofuturista, naturalmente, e per meglio esemplificarla Okorafor crea un’altra allegoria, quella della amornizzazione e ramificazione: sono le capacità peculiari di Binti, che attraverso la visualizzazione delle relazioni matematiche entra in un diverso stato di coscienza.

Una parte di me ci ha voluto vedere anche una metafora dei DSA (Disturbi dell’Apprendimento, come la dislessia) e devo dire che la cosa mi ha impressionata… sarebbe bello se qualcunə si sentisse un po’ capitə, grazie a questa metafora.

La seconda parte del breve romanzo, ovvero il confronto con le Meduse, non mi va di anticiparla: anch’essa, una volta letta, ci fa dire: “Ma certo, è così ovvio!”. Eppure, anche qui la mia impressione è che Okorafor sia riuscita a rigenerare un tòpos con immagini semplici e adatte a un pubblico veramente vasto.

Nnedi Okorafor

Il volume Mondadori contiene anche i seguiti, dicevo: sono scritture fresche e mainstream, rivolte chiaramente a un pubblico adolescente, per cui non sono riuscita ad andare oltre il primo capitolo del primo seguito 🙂 Ma di nuovo, il problema non sta nelle righe.

Il fatto è che questo libro non è per me, ma per tutte le ragazze e ə giovanə che cercano la propria strada, e che Okorafor vuole avvisare: perderete qualcosa, e diventerete altro, quasi certamente vostro malgrado… ma su, coraggio. Fate quella valigia, portatevi appresso un pezzo che vi ricordi casa, e andate fuori. Per il vostro bene, e per qualcosa di più grande: il mondo avrà davvero bisogno di voi!

2 pensieri su ““Binti” di Nnedi Okorafor / Recensione

  1. De gustibus, come sempre. Lo considero uno dei peggiori romanzi che ho letto (anche recensito nella rubrica “Fantascienza al femminile”). E Octavia Butler e Margaret Atwood sono tutt’altra cosa.
    Dal mio punto di vista fa acqua da tutte le parti e di fantascienza non c’è nulla: è un puro fantasy spacciato per fantascienza, dove “fantascienza” non significa “mettici tutto quello che vuoi che tanto si bevono tutto”. Opinione mia, of course!
    Ciao!

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    1. Ciao, Gabriele,
      “de gustibus” boh, anche non sempre.
      Ad esempio: certo che è una storia di fantascienza, e certo che non è affatto un fantasy, non c’è proprio margine di manovra.
      Detto questo, pure se fosse un fantasy presentato come fantascienza, l’importante è altro: nel mondo normale, la gente si legge un libro e bada alla storia, ai personaggi, alle avventure, non alla percentuale di fantacosì e fantacolà che c’è dentro. E giudicare un testo primariamente con: “è questo, non quest’altro” spesso ha un brutto effetto collaterale: allontana lettori e lettrici. Ecco quindi che, a furia di stroncare romanzi anche deboli con la foga e gli argomenti dell’ortodossia, alla fine facciamo male a tutto il genere, e anche ai romanzi belli.
      Grazie comunque per essere passato di qui, buon proseguimento e buone letture!

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