“Preghiere di fucine e fornaci” di Aliette de Bodard / Recensione

Ogni tanto rileggo questo racconto di Aliette de Bodard: e ogni volta è un piacere.
Ho pensato quindi di consigliarvelo, dedicandogli una recensione.

“Preghiere di fucine e fornaci” è una storia abbastanza breve, specie se paragonata a ciò che chiama in causa: siamo in un contesto “precolombiano”, o meglio, “noncolombiano”, dato che la venuta di Colombo e gli sconvolgimenti successivi non sembrano aver avuto luogo, nel territorio centramericano dove si svolge la storia.

Ciò nonostante, la popolazione non se la passa bene lo stesso: siamo semplicemente in una post-apocalisse diversa, che non prevede l’arrivo dei nefasti europei conquistanti e massacranti, ma una transizione diversa, legata alla religione e dunque all’organizzazione sociale.

Ai vecchi dèi amanti dei sacrifici umani sanguinolenti si è ora sostituita una nuova divinità, il Dio-Macchina, con un totalitarismo confessionale legato all’estrazione mineraria, e i suoi sacerdoti che hanno più l’allure di supervisori da dittatura mistico-fordista. Le piramidi sono rimpiazzate dalle miniere, dai binari, dai vagoni sui quali i metalli vengono trasportati in lungo e in largo, per “nutrire” il Dio-Macchina posizionato nella capitale – in questo, il centralismo assolutista di imperi come quello inca e azteco prosegue.

Ma qualcosa è sull’orlo di un nuovo sconvolgimento: in questa società che si ripartisce in livelli di scavo, dove il più superficiale è quello dei paria, e più scendi più “sali” in importanza, gira voce che la miniera stia per esaurire il suo filone, e lo scavo terminare. E come se queste notizie non fossero già abbastanza preoccupanti per Xochipil, una povera operaia sola e disabile che vive di espedienti, ci si mette anche l’arrivo di un misterioso straniero, che la coinvolge in qualcosa di inimmaginabile…

Il racconto è davvero breve per tutto questo, quindi non leggetelo se avete voglia di un nutrimento più sostanzioso: qui le descrizioni quasi non ci sono, i retroscena sono al minimo indispensabile, seguiamo tutto in presa diretta, da un inizio in medias res a una fine che non chiude, ma prelude…

Eppure, come ho detto, torno spesso a questa lettura, a questa essenzialità, come a un profumo spettacolare: fa venire l’acuolina in bocca ma, come ogni piacere perfetto di wildiana memoria, si chiude lasciandoci addosso una voglia insoddisfatta.

Xochipil è una personaggia molto interessante: la sua disabilità la condiziona pesantemente, eppure le consente di muoversi quasi indisturbata, sfruttando la propria marginalità. Questa marginalità la porta a passare tra le maglie del potere, ma anche a contrapporsi all’antagonista dello status quo, rifuggendo da facili dicotomie. Con il Dio-Macchina la mia vita non è gran che, dice a un certo punto la ragazza, al misterioso e chiaramente pericoloso Tezoca; ma con gli dèi di prima, con gli dèi del sangue, non avrei avuto anche di meno? Non sarei stata sacrificata per prima?

Xochipil non è felice della propria condizione, eppure ne ha cura. Accetta la propria vita, è brava ad arrangiarsi e ha costruito una rete di relazioni, come quella con la venditrice di rottami Malli, con la quale si mantiene dignitosamente. Insomma, è un’eroina positiva che convive con il brutto della propria vita e lo fa funzionare, e reagisce in modo creativo e determinato, anche di fronte a un interlocutore che potrebbe essere ben più “mostruoso” di lei – intendendo la parola come contenitrice del significato di “prodigioso”, “diverso”; ma anche con la sua sfumatura di cattiveria e negatività.

Per aiutare Tezoca, e insieme per capire qualcosa di più su di lui, Xochipil compie una serie di azioni di trasgressione: scende a livelli che non le competono, sopporta ispezioni, infine tocca direttamente quei binari connessi al Dio-Macchina, proiettandosi in una dimensione mistica della quale siamo appena avvisati.

Il dolore si sprigionò dentro di lei mille volte più intenso: il battito le risalì il braccio, le strizzò il cuore, le si diffuse nel petto come una esplosione stellata di lame di coltello – e la sua mano era come saldata al binario, non poteva staccarla…

Stava precipitando, giù, giù in un abisso senza fine, la terra che si spalancava per riceverla, e il battito che pulsava in ogni fibra del suo corpo era quello di un gigantesco cuore luccicante sepolto sotto il terriccio del deserto: un cuore che era la sola cosa di carne tra i cumuli sepolti di ossa umane.

Ancora e ancora batté dentro di lei, rimbombando, sommergendole le orecchie, il suono liquido del sangue in un organo talmente vasto da poterlo comprendere a malapena… ancora e ancora…

Anche qui il racconto dice poco, e poi ci lascia fuori, nel deserto centramericano, con davvero poche certezze, e una scena culmine che non ha niente da invidiare al migliore Neil Gaiman.

Aliette De Bodard è una bravissima narratrice e una costruttrice di mondi affascinanti, originali, ma allo stesso tempo basati su tradizioni e mitologie alle quali i/le lettor* occidentali di fantascienza WASP sono davvero poco abituat*.
Per questo ne consiglio sperticatamente la lettura, a cominciare da “Preghiere di fucine e fornaci”, e magari godendosi anche le allegorie di “Immersione” (che abbiamo citato anche nel “Manuale di scrittura di fantascienza” Odoya) e lo struggente legame familiare di “Fratello della nave”. Altri due racconti Delos Digital che meritano e che mi hanno colpita molto.

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