Ursula K. Le Guin: una citazione da “Il linguaggio della notte”

Oggi sarebbe stato il novantesimo compleanno di Ursula K. Le Guin, venuta a mancare il 22 gennaio 2018 all’età di 88 anni.

Uno splendido ritratto di Bill Sienkiewicz, da BIBLIOKLEPT

In molti stanno ricordando sui social la sua figura e le sue parole, ed è bellissimo! Vi segnaliamo ad esempio lo speciale su Le Guin a cura di Daniele Barbieri, così presentato:

Ursula Le Guin ci ha fatto viaggiare lontano dalla Terra, scoprendo nuovi mondi di libertà. Ma soprattutto ci ha aiutato a comprendere meglio le dinamiche sociali su questo pianeta. Schierandosi sempre contro il potere.

Al link potete leggere il dossier pubblicato dalla Rivista Anarchica in occasione della morte dell’autrice.
(C’è anche incluso un microscopico contenuto della metà del dodo Giulia Abbate, che ora vi scrive.)

Citazioni di autrici e autori di fantascienza a cura del dodo, sulla pagina facebook Sci-Fi Pop Culture

Nell’arco di tempo intercorso da allora a oggi, ho proseguito la mia scoperta di Le Guin leggendo suoi racconti, romanzi e una raccolta di saggi davvero bella: “Il linguaggio della notte”, che contiene articoli e interventi di critica e di narratologia complessi e preziosi.

In copertina: “L’incantatrice di serpenti” di Henry Rousseau. BRIVIDI.

In particolare, mi ha colpita un passo da uno dei primi saggi di “Il linguaggio della notte”, che descrive alcune tendenze di chi scrive fantascienza.
Lo ripropongo qui e ora, non per fare polemichetta né per puntare il dito contro qualcuno in particolare, quanto per riflettere, semplicemente. E anche per omaggiare un’intellettuale caustica e coraggiosa, che non ha mai avuto paura di schierarsi e di esprimersi con chiarezza, ironia e lucidità.

Buon compleanno, Ursula!

Stavo diventando vanitosa e impaziente.

Quello è un pericolo reale, quando si scrive fantascienza. La critica vera e propria è così scarsa che, nonostante il responso piacevole e incoraggiante degli ammiratori e il rapporto con essi, lo scrittore è quasi l’unico critico di se stesso. Se presenta materiale di seconda categoria, gli editori lo acquisteranno immediatamente, e a volte ancora più facilmente può darsi, e gli appassionati lo compreranno perché è fantascienza. Gli rimane solamente la sua coscienza come stimolo a cercare di non essere di seconda categoria. A nessun altro la cosa sembra importare gran che.

Naturalmente, ciò è fondamentalmente vero per la pratica dello scrivere in genere, e per l’arte in genere; ma per la fantascienza lo è in modo esagerato. E parimenti, come è logico, non è vero a lungo andare, sia per la fantascienza, che per qualsiasi altro genere. Ma è un andare tremendamete lungo. Ci si può affidare al verdetto dei posteri, ma non è uno strumento utilizzabile efficacemente in casi specifici. Ciò di cui quasi tutti noi abbiamo bisogno è una critica sincera, seria e colta: delle regole. Non intendo dire pedanteria ed elaborate teorie accademiche. Voglio dire semplicemente quelle regole a cui, per esempio, deve conformarsi qualunque musicista. Sia che suoni rock sull’ottavino elettrico o Bach sul violoncello, lo ascoltano persone informate e profondamente interessate, e se è di seconda categoria gli verrà detto; idem se è bravo. Nella fantascienza a volte sembra che solo per il fatto che è fantascienza piacerà agli appassionati, in poche parole; perciò gli editori la daranno alle stampe, in poche parole; perciò è probabile che lo scrittore si risolva a fare molto meno del suo meglio. Quello mediocre e quello eccellente sono ugualmente incensati dagli aficionados, e ugualmente ignorati da chi è fuori dalla comunità. In una situazione del genere è semplicemente stupefacente che scrittori come Philip K. Dick continuino ad eccellere. Non sorprende affatto, anche se è molto triste, che scrittori come Roger Zelazny siano costretti a brancolare e impappinarsi per un lungo periodo, dopo la sicurezza che avevano in principio. Dopotutto scrivere non è soltanto un atto creativo, è anche un atto reattivo. è dolorosamente chiara la mancanza di un reponso autentico, e quindi la mancanza di senso di responsabilità, in quegli scrittori che continuano semplicemente a imitare se stessi, o gli altri.

“Le Guin” è un cognome di provenienza bretone, e si pronuncia come si scrive: non “le ghèn” o che altro, bensì esattamente “LE GUIN”.

 

 

 

2 risposte a "Ursula K. Le Guin: una citazione da “Il linguaggio della notte”"

  1. da queste analisi della Le Guin, ho una conferma interiore che l’unico modo per non cadere nel tranello dell’autoindulgenza sia quello di perseguire l’oltre, un target remotissimo che aiuti a staccarti dal condizionamento di ciò che hai intorno. Dall’alto, hai una visione impersonale del tutto, a volte è un vantaggio.

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