L’utopia dell’allunaggio

Ricorre in questi giorni l’anniversario della missione sulla Luna e dell’allunaggio, ovvero della prima discesa (salita?) umana sul suolo lunare.

Gli esseri umani sono atterrati sulla Luna il 20 luglio 1969, all’apice di una gara spaziale tra URSS e Stati Uniti d’America, ispirata dalla guerra fredda.

Il primo astronauta a camminare sulla superficie lunare fu Neil Armstrong, comandante dell’Apollo 11. L’ultimo fu Eugene Cernan, che durante la missione Apollo 17 camminò sulla Luna il 14 dicembre 1972.

Da Wikipedia

La luna, però, non era certo suolo inesplorato: prima degli astronauti, prima delle sonde pioniere, prima dei progetti spaziali, sulla luna c’era già arrivata la nostra fantasia, spesso intessuta di desideri.

Per un compendio utile, il saggio “La luna nell’immaginario” raccoglie diverse suggestioni lunari, pubblicato per Odoya e a cura del nostro amico Gian Filippo Pizzo (conoscendone il rigore e l’enciclopedismo, lo cito a cuor leggero, pur senza averlo ancora letto).

E un compendio lo ha anche il dodo: una piccola retrospettiva della “nostra” luna, quella del romanzo psichedelico”Ucronia” di Elena Di Fazio e quella un po’ bradburiana del racconto “I tempi cambiano, nonna”, in “Lezioni sul domani”, dove immaginiamo che sia stato qualcun altro ad arrivare sulla luna, ben prima delle corse degli statunitensi e dei russi.
Leggi di più: Allunaggi e ucronie – Studio83

Ho trovato anche un bel post di qualche tempo fa: Eva Filoramo, sul suo blog Eva lo sapeva, parla in pratica dello stesso argomento che dà il titolo a questo post: ne L’utopia della luna fa una rapida e godibile rassegna di leggende, letterature e fake news lunari, usando la chiave di lettura dell’utopia, che le ispira e accomuna.

E l’utopia è IMHO un taglio affascinante con il quale vivere questi giorni di intense rievocazioni.

Mi viene in mente mio padre, classe ’56, che quando rievoca quei momenti del ’69 ha gli occhi che gli brillano: e io che sono una cattiva persona mi diverto a stuzzicarlo in continuazione, fingo di non credere allo sbarco sulla luna e cito teorie complottiste random solo per vederlo rosicare, lui che raramente rosica di qualcosa e che è utopista per definizione e per missione.

E mi viene in mente l’altra faccia della luna. Sempre in ombra, sempre rivolta verso fuori, ci possiamo mettere dentro qualsiasi cosa: spacconate da Lugenbaron di Munchausen, flaconi di senno perduto o nazisti redivivi, a seconda di cosa abbiamo noi nelle nostre ombre, o di cosa ci troviamo a desiderare.

La stanza di Veronica Montanino

L’utopia, in effetti, nasce dal desiderio. E in divers* hanno fatto notare come l’essenza dell’utopia non stia in questa o quella formula o scenario, ma nella dichiarazione della necessità dell’utopia stessa.

La luna, il primo “mondo alieno” che abbiamo avuto davanti agli occhi, è stato anche il primo luogo dove poter immaginare un mondo migliore.

“L’Utopia” è il celebre romanzo filosofico di Thomas More, che nel 1516 consacra (non inaugura) il genere: e pur poggiando sul modello principale della Repubblica platonica è stato scritto anche ispirandosi alle traiettorie rocambolesche di Luciano di Samosata, fantacronista della prima guerra stellare tra lunari e solari (eccone un racconto molto bello dal blog Close to the edge).

E More ha pensato nella sua trattazione anche a “Il volto della luna” di Plutarco: un dialogo dottissimo tra cosmogonia, geografia, scienza e mito.

Difficilmente la luna avrà una superficie uniforme come il mare e per struttura assomiglierà piuttosto alla terra, quale fu descritta in un mito dall’antico Socrate, sia che enigmaticamente egli parlasse proprio del nostro mondo sia che piuttosto ne tratteggiasse un altro.

La luna è il primo altrove a essere “enigmaticamente” visibile, il luogo impossibile da raggiungere eppure proprio lì, sempre di fronte ai nostri occhi, tanto più misteriosa quanto più chiara e bianca.

Vista di quassù, è la Terra che può esser detta il mondo della Luna; se la ragione degli uomini è quassù che si conserva, vuol dire che sulla Terra non è rimasta che pazzia.

Così considerano Astolfo e Giovanni Evangelista, sorvolando la luna alla ricerca del senno smarrito di Orlando Furioso (nella parafrasi che Calvino ha fatto ad Ariosto).

Murale di Cancelletto

Eppure, si dice “panorama lunare” anche quando si vuole dare l’idea di uno scenario da dopobomba: desertico e sinistro insieme, una terra desolata con un che di malinconico che si effonde dalle rovine.

Quello di tante nostre città, ad esempio, che ai suoi margini crea panorami vuoti, deserti urbani che sembrano senza speranza… fino a che arriva proprio l’utopia, e la luna vera.

Giusto qualche anno fa a Roma ha avuto luogo una missione lunare sconosciuta ai più: un progetto culturale incredibile, quello di SPACE METROPOLIZ.

Metropoliz è una ex-fabbrica di salami abbandonata alla periferia di Roma, quadrante stellare di Tor Sapienza, uno di quei posti dimenticati da tutti che sembrano usciti da un film di Pasolini o di Tarkovskij. Un gruppo (dis)omogeneo di Italiani, Tunisini, Peruviani, Ucraini, Africani e Rom un giorno rompe il lucchetto del cancello della veccia fabbrica e decide di trasformare quel posto nella loro CASA. Ristrutturano, riparano, organizzano e abitano quello spazio, cercando di farne – eroicamente e talvolta un po’ rocambolescamente – un luogo dove condurre una vita decorosa.

Ma i Metropoliziani sono costretti a lottare, perchè la gente della Terra non capisce come essi possano vivere felici, così fuori dalle regole. In fondo li temono e ne sono invidiosi. Stanchi di essere sempre sotto assedio, un bel giorno decidono di abbandonare le barricate e di sfuggire una volta per tutte alle spinte centrifughe della città che li pone ai margini della società civile, negandogli casa, lavoro, salute e diritti. Il loro progetto è semplice: costruire un razzo per andare a vivere sulla Luna.

Da Space Metropoliz – Il FILM

Ora posso buttare la maschera: è Space Metropoliz la vera ragione che mi ha spinta a scrivere questo post.

Rassegne, raccolte e compendi lunari ne stanno facendo tantissimi e molto interessanti, e l’unica nota che posso aggiungere al coro è un messaggio semplice e condiviso, esplicitato in modo chiaro: abbiamo bisogno della luna, di quello che rappresenta e ha significato da sempre per chiunque abbia pensato, almeno per un momento, che le cose qui non vanno come dovrebbero andare, e abbia provato in sé lo slancio di cambiare per il meglio.

Primo esperimento di levitazione @Space Metropoliz

Space Metropoliz è anche e soprattutto una serie, breve e splendida: guardatela!

Rappresenta in modo realista E poetico il significato migliore della luna, lo spazio che possiamo davvero raggiungere: e conquistare, sì, ma solo per aprirlo a tutt*.

“La luna non è di nessuno e nessuno se la può comprare… stazione spaziale o favela, in fondo è uguale”

Il razzo è stato montato come vettore per portarci verso la luna. Abbiamo partecipato ben volentieri a ‘st’idea, a ‘sto progetto, proprio perché è consono co’ quello che c’abbiamo dentro come spirito: de pote’ anna’ verso la luna pe’ trova’ un qualcosa che ce dia una boccata de ossigeno e de respiro in pace. Perché purtroppo noi semo nati in quella fascia de vita che ce la dobbiamo combattere tuti giorni, da la mattina come aprimo l’occhi, già dobbiamo pensa’ alle problematiche. E va bene così, è la nostra vita, ce l’affrontiamo, ce la viviamo: e va bene anche de pote’ pensa’ d’anna’ sulla luna…
..E trova’ qualcosa de molto più bello.

Un abitante di Space Metropoliz

Oggi il progetto di Space Metropoliz vive nel MAAM: il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, uno spazio di arte contemporanea e incontro.
Dalle sue sale e dai luoghi di Metropoliz sono prese tutte le immagini di questo post.

IL MAAM – Esterno

Sono tutte immagini di Roma, città massacrata da decenni di mala amministrazione – che, tra l’altro, ha dovuto risarcire per milioni i proprietari dei locali del MAAM occupato, dopo dieci anni di slittamenti di delibere comunali che hanno paralizzato il progetto iniziale: un megacondominio.
Oggi, Roma è vilipesa da una lega non aliena ma umana, troppo umana, col braccio di cinque stelle che vorremmo sparare oltregalassia: ma c’è anche dell’altro, una nuova utopia, dopo Space Metropoliz.

Grande come una città è un esperimento sociale e civile bellissimo: nato dall’idea di Christian Raimo (assessore del III municipio, scrittore e insegnante) di portare la politica e la vita civica nei deserti lunari delle piazze vuote, dei centri commerciali, dei cortili dei palazzoni popolari, sta radunando migliaia di persone in nuove agorà e in una dimensione politica rivitalizzata.

Trasformiamo giardini, parchi, cortili, piazze, circhi, librerie, cinema, scuole, biblioteche in agorà, luoghi in cui la cultura, strumento di educazione al confronto e all’immaginazione della società, trova espressione e ascolto. Torniamo nelle strade, nelle piazze, nelle scuole e in tutti i luoghi pubblici del Terzo municipio per incontrarci, dare forma con la nostra militanza a idee e proposte, assistere a lezioni aperte, partecipare a dibattiti, manifestare per i nostri diritti.

In questi mesi ci siamo confrontati su temi come partecipazione, sostenibilità, responsabilizzazione sociale e politica, grazie alla generosità di studiosi e intellettuali che hanno aderito al nostro progetto di didattica popolare. Vogliamo tornare a essere parte attiva nella costruzione della realtà che ci circonda, per crescere insieme in questo municipio enorme, grande come una città.

Tutto bellissimo, ma non vi sembra che manchi qualcosa?
Manca la luna!

Anche se non per molto: a Grande come una città sono stati invitati gli editori di Zona42, gli “editori di fantascienza e altre meraviglie”. L’auspicio è quello che posrtino la fantascienza e il suo enorme potere creativo ai cittadini e alle cittadine di Roma.

Da fan del progetto Grande come una città, che da lontano ho ammirato nascere e svilupparsi, e da estimatrice del lavoro di Zona42, non posso che esserne felice e sperare che, dopo che Space Metropoliz ha portato un pezzo di Roma più vicina alla luna, ora sia la Zona a portare la luna a Roma.

Zona42 ha pubblicato la prima utopia fantascientifica lunare italiana: Ad Astra, di Antonio De’ Bersa, del 1884.

…a testimonianza di come, prima di Herbert George Wells e in parallelo almeno a Jules Verne, anche in Italia […] si scrivessero romanzi di anticipazione scientifica.
[…] È però un testo importante per illustrare un passaggio: quello dalla narrativa ottocentesca, fatta di esotismo, sentimentalismo, entusiasmo romantico, ma anche di spinta positivista e progressista a una sensibilità già modernista, futuristica, nel senso di una propensione a immaginare e vedere il futuro possibile che attendeva gli uomini di fine Ottocento.

Dalla recensione di Adolfo Fattori su Quaderni d’altri tempi

Ok, ok, sono toni un po’ troppo futuristi, anticipatori anche di non troppo meritori “zam bum bum”, e con una parolina, “colonizzare”, odiosa ora come allora.
Ma secondo gli editori, questa  storia densa di trovate e dall’empito grandioso:

ci richiama alla nostra responsabilità di essere il futuro che qualcuno auspicava, o temeva.

A questo aggiungiamo come un controcanto l’utopia di un mondo liberato, aperto a tutt*; uomini fratelli, donne sorelle, dodo cugini di terzo grado, e tutto ciò che passa nel mezzo.

Insieme alla convinzione che il nostro “cosiddetto realismo” (per dirla alla K. Le Guin) ha bisogno della luna, e che la cultura ha bisogno della fantascienza, per costruire ponti tra il desiderio e l’azione, tra l’allegoria e la pratica politica.

Buoni allunaggi a tutt*!

Il razzo di Space Metropoliz

Immagini prese da:

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