“Di futuri ce n’è tanti”, di Daniele Barbieri e Roberto Mancini

Dopo qualche anno di corrispondenza e di scritture per il suo blog, e pur non avendolo mai incontrato di persona, considero Daniele Barbieri un amico: mai direi male di lui e di ciò che scrive!
Eppure il suo e loro libro è stato per me gradevole in un modo che mi ha comunque sorpresa, quindi parlarne bene non mi sarà difficile.
Spero con questa premessa di aver rispettato una regola importante per una buona recensione: se non puoi essere oggettiva (ma si può essere oggettivi, in generale?), sii almeno trasparente.

Di futuri ce n’è tanti

Daniele Barbieri e Riccardo Mancini
Avverbi edizioni, 2006

Bello questo libro, devo proprio dirlo! Fin dalla prima pagina, tanto il tono quanto i contenuti mi hanno rapita per lo spessore e insieme per la leggerezza.

DFCT si presenta come una raccolta di percorsi: andando per temi, gli autori ci propongono consigli di lettura che diano contezza delle tante idee e dei tanti contributi della letteratura di fantascienza che va dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, quella che oggi possiamo considerare quella “tradizionale”.

In questo cosiddetto “canone” che contiene testi di ogni tipo, orientamento e qualità, Barbieri e Mancini selezionano (politicamente, ma anche loro rispettano chi legge: non sono forse obiettivi, ma trasparenti e chiari sì) i titoli che documentano una sorta di percorso teorico, e che allo stesso tempo possono ancora dirci qualcosa di utile, di vero, di vivo.

Sette sentieri. Corredati da un’introduzione di Valerio Evangelisti: un gigante della narrativa italiana, uno che ha aperto la strada, che ha aiutato tantissimi autori e autrici, e che in questo contributo ci tiene curiosamente a ricordare quanti autori di fantascienza famosi e meritevoli siano morti male soli e poveri. Segue una nota più un’intro degli autori, nelle quali Erremme Dibbì, come amavano farsi chiamare i due autori e “amici, compagni e fratelli”, dichiarano i propri intenti e aprono intelligentemente a futuri percorsi di approfondimento da integrare: in nuovi saggi che i due avrebbero voluto scrivere, ma che la scomparsa improvvisa di Riccardo Mancini nel 2008 ha lasciato idealmente incompiuti.

E poi, dicevo, i sette sentieri.

La città.
Il robot, l’Intelligenza Artificiale, il Cyborg, distinti perché ben diversi prima che il cyberpunk rimescolasse le carte.
La religione e il divino.
Il sesso con le macchine e oltre, con qualche accenno al femminismo, alla fantascienza delle donne e ai rovesciamenti di ruoli (e con un divertentissimo compendio degli stereotipi affibbiati ai personaggi femminili dalla fantascienza degli uomini).
La prigione e il mondo concentrazionario.
Il potere, personificato dal Presidente degli Stati Uniti futuri, ma solo come punto di partenza.

Daniele Barbieri

Per ogni sentiero, tantissimi consigli di lettura e citazioni da testi che hanno dato tanto non solo al genere, ma anche alla discussione e alla percezione generale del tema, entrando spesso nel senso e nel luogo comune.

Lo ammetto: leggendo nell’introduzione che il focus del saggio sarebbe stato la fantascienza Cinquanta-Ottanta mi sono lasciata scappare un sospiro di sufficienza, quasi di rassegnazione: ma come, con tutta la bella e nuova narrativa di oggi, di nuovo lì?

La “signorina Erremme Dibbì” mi ha smentita facendomi anche un po’ vergognare. Gli autori trattano di una fantascienza che fa oggettivamente parte di una tradizione, di un canone; ma questa componente “anagrafica” non toglie nulla alla vitalità, alla novità, alla dirompenza di tante delle storie proposte e raccontate. Che hanno molto da dirci, e una carica di significato e di rottura ancora forte.

Una cosa del genere, in fondo, l’abbiamo prefigurata anche nel Manuale di scrittura di fantascienza, quando abbiamo parlato del pericolo di obsolescenza di questo genere.

Una certa “collocazione temporale” della fantascienza è quasi inevitabile. A volte essa è cercata e vissuta con piacere da lettori e lettrici legati a un immaginario rétro o a un particolare periodo storico. E a volte l’obsolescenza non è nemmeno un problema, nel momento in cui il testo mantiene valide ed efficaci le sue buone qualità narrative. […] Teniamo quindi presente, nello scrivere fantascienza, la tendenza intrinseca di questo genere a scadere in alcuni dettagli, nelle ambientazioni, nelle immaginazioni, nello Zeitgeist, lo spirito culturale che informa una determinata epoca, transeunte di per sé. Con la consapevolezza che, se rendiamo solidi gli elementi narrativi di base, l’eventuale obsolescenza resterà comunque un problema secondario.

Da “Manuale di scrittura di fantascienza”, Giulia Abbate e Franco Ricciardiello, Odoya Edizioni

È proprio il caso dei titoli citati, illustrati, introdotti e ripresi in questa raccolta di percorsi. Raccolta che di sorprendente ha anche e soprattutto il tono: un tono vivace, a tratti allegro e scanzonato, leggero in senso buono, cioè divertente e appassionante senza nulla togliere alla consistenza e alla competenza del merito. Facciamo un volo a razzo dal sapore quasi utopico, ed è stata una bella boccata d’aria, devo dire, tra suggestioni attualmente molto concentrate sulla distopia e su tutto ciò che può andare male e quindi andrà peggio.

L’utopia c’era da prima. Tie’!

La fantascienza, ci dicono Barbieri e Mancini facendo del mezzo il messaggio, non è solo un monito, ma anche una speranza. La lotta per un mondo migliore è sempre dura, ma la paura e l’angoscia non devono essere le sole a spingerci. C’è anche, nel fondo del vaso di Pandora, la speranza.
Una bella risata può rinvigorirla decisamente.
Perché, in fondo, scegliere sta a noi.
E di futuri ce n’è tanti.

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