“Next-Stream. Visioni di realtà contigue”, Kipple – Prefazione di Giulia Abbate

“Next-Stream. Visioni di realtà contigue” è una raccolta di racconti di autori e autrici italian* che si sono misurati con la fantasia per costruire storie avvincenti, che possano arrivare anche a chi normalmente non legge fantastico e fantascienza.

L’antologia è stata curata dall’editore Kipple e plurivincitore di premi letterari vari, Lukha B. Kremo, e da Giulia Abbate, vostra umile mezza dodo.

Contiene racconti di Alessandra Cristallini, Andrea Pomes, Domenico Mastrapasqua, Francesca Fichera, Franci Conforti, Giovanni de Matteo, Irene Drago, Laura Silvestri, Linda De Santi, Marco Milani, Matt Briar, Sandro Battisti, Stefano Trucco, Valeria Barbera. Con l’introduzione di Kremo e la copertina di Ksenja Laginja, contributi che valgono come due racconti in più.

Ecco qui di seguito la prefazione di Giulia Abbate: riassume un po’ il senso del lavoro fatto insieme, e il bello che c’è dentro questa Next-Stream!

A volte capita all’improvviso. Altre volte è il risultato di una sequenza di avvenimenti e relazioni, un percorso impercettibile che si rivela solo al compimento, e che dopo assume i crismi della necessità.

Capita di trovarsi all’improvviso in mezzo a una rivelazione. Di risvegliarsi in territori sconosciuti e chiedersi che tipo di bussola usare, e dove trovarla.
Capita a molti personaggi nei racconti di questa raccolta: vivono passaggi, irruzioni, epifanie; oppure arrivano alla realtà contigua passo dopo passo, dopo percorsi oscuri, ma intrinsecamente inevitabili.

È capitato anche a me, quando Kremo mi ha chiesto di curare insieme a lui il progetto connettivista della nuova Next Stream.

– Io non sono connettivista – ho risposto.
– Allora sei perfetta – ha detto lui.  – Ho bisogno di mainstream.
– Giusto cielo. Anche io! Dove lo trovo, dove?
– Ok, senti questa allora. Ho bisogno di autrici fantastiche.
– Quelle le trovo. Andata!

La questione femminile è un’altra delle rivelazioni che ti trovi addosso quando inizi a scrivere e a lavorare nell’editoria. Sembra che le femmine scarseggino, in questo aureo mondo. Basta aprire un indice qualsiasi, di un’antologia qualsiasi, per imbattersi in questa penuria di genere.

Era il 2017 quando Pat Cadigan ha affrontato la questione, durante un suo panel tenutosi alla convention del libro fantastico Stranimondi. Io c’ero e l’ho sentita. Ed ecco: un altro passaggio improvviso, un altro colpo rivelatore.

«Non puoi sempre pretendere e ottenere una esatta parità di genere nelle antologie. Io stessa non sono riuscita a essere sempre in un’antologia, perché avevo… avevo mia madre, da curare!
Sono consapevole del fatto che probabilmente si rivolge la call a più donne di quel che poi risulti, perché loro poi non possono esserci. Perché magari sono madri e devono prendersi cura dei loro figli, o hanno la responsabilità della cura dei loro genitori anziani…
Per questi motivi, da parte mia non sono severa, non voglio esattamente il cinquanta per cento di donne e uomini. A volte è semplicemente chiedere troppo.»

A volte è chiedere troppo.

È chiedere troppo che un’antologia possa appianare una discriminazione presente ben prima della selezione editoriale, che determina vite e mentalità, e di conseguenza appare anche negli indici dei libri.
È chiedere troppo che una donna possa dedicare alla scrittura la stessa cura che può infondervi un uomo, a parità di lavoro e di famiglia ma non sempre di tempo davvero libero.
Inoltre, è chiedere troppo che una donna lavori per un’antologia perché è una donna: perché poi allora non ti lamentare che non ci sono abbastanza donne. Magari il tema della raccolta non le interessa, la consegna non è nelle sue corde autoriali, e così via. Le occasioni sono poche, non per questo sono obbligatorie. È ingiusto che anche in questo campo il semplice no sia una risposta che scatena rappresaglie.
Dovrebbero esserci più occasioni per tutt*, e la libertà di prenderle o meno. Punto e basta.

E dovrebbero esserci tutt* coloro che lo vogliono: perché lo vogliono e perché a parità di qualità non ci siano altre disparità che alla radice impediscano di provarci.
Il mio ideale non è il cinquanta per cento di donne e il cinquanta per cento di uomini, tant’è che in questa antologia non va così.
Qui ci sono più donne che uomini. Mi spiace.
Il mio ideale è che appaiano e si trovino in giro più di due generi, tanti generi, diversi, complessi e assolutamente dichiarati e riconoscibili. C’è un concetto che viene spesso ripreso, quando si parla “solo” di uomini e donne e di cosiddette quote rosa: «In un mondo ideale e libero da pregiudizi il genere non si dovrebbe nemmeno notare!» Non è vero, è un sillogismo da tastiera che nega la complessità del mondo: il genere sarà sempre importante, sarà sempre tematizzato e problematizzato, perché saremo sempre noi e ciò che riteniamo davvero importante di noi, per noi. Solo, non dovrà essere giudicato nel suo valore, non dovrà essere soppresso, negato, insultato, ignorato o negletto.
Ci dovranno essere sempre più racconti e libri di persone di tutti i generi possibili. In modo che, da qualche parte, altre persone notino la loro esistenza e si dicano: «allora esisto anche io. Allora posso anche io.» E in modo che altre persone non li notino: magari lo facciano dopo essersi gustati la bellezza di una prosa… lo vedo capitare spesso, alcuni lettori ammettono la loro sorpresa nello scoprire che una certa cosa che hanno letto e gradito è stata scritta da una donna. Un’altra rivelazione, una destabilizzazione, un mondo contiguo nel quale muoversi a piccoli passi cercando nuove bussole.
E torniamo qui: a ciò che mettono in scena tanti racconti di questa raccolta.

Il bello è che noi non avevamo dato indicazioni di merito, tuttavia ci sono arrivate storie incredibilmente affini, adiacenti e correlate, richiamantesi con sincronicità affascinanti.
La realtà contigua è un altrove che è già qui: e l’irruzione del non familiare in un contesto già spiazzante, nel quale i personaggi si muovono attingendo a competenze misteriose, istintive, seguendo pulsioni di vita, confidando nella possibilità di cogliere qualcosa di vero ovunque si trovino a vagare.
Alcuni racconti mettono in scena da subito dei mondi iperreali, fantasmagorici e spalancati nei quali cadiamo senza appigli: Conforti e Fichera usano leggi del reale, la matematica, la musica, per darci delle esplosioni cenestetiche, intense e divertentissime, a loro modo struggenti. I personaggi di De Matteo, Trucco, Battisti, Bryar viaggiano in mondi alterati, forse spostati, nei quali le sensazioni di estraneità e familiarità sono altrettanto forti e le storie sono permeate di significati vicini, troppo vicini, non solo contigui: a vista. Barbera crea rivoli di possibilità, accende e spegne, entra ed esce da scenari paralleli che si autoescludono eppure esistono insieme. Drago dà una precisa collocazione alla sua ambientazione contigua, ma poi ne cambia la cornice, ed ecco che cambia anche il senso.

Un’altra linea narrativa comune è proprio il cambiamento: la mutazione non indolore dei personaggi. De Santi e Silvestri configurano modifiche fisiche strumentali, che poi diventano strutturali: incidono sulle biografie, alterano le sostanze. Mastrapasqua confonde e replica il suo stesso protagonista che non vuole, non può mutare, per non dissolversi. Cristallini e Pomes, con le loro flash novel sparpagliate nell’antologia a separare e riunire gli altri racconti, inseguono pezzo dopo pezzo un cambiamento che forse sarebbe stato meglio evitare.

L’ultimo racconto, quello di Laginja, è in copertina. Anche una sola frase di commento è superflua da parte mia, pensala tu, trova quel che ti serve. Io ci intravedo una luna, è impossibile, eppure eccola lì. Mi fa davvero felice.
E così il lavoro fatto per Next Stream. Non me lo aspettavo, non lo credevo possibile, e invece. A volte un invece capita all’improvviso, altre volte lo si costruisce… altre volte ancora, qualcosa da fuori chiede di agire per farti cambiare, e tu scopri che, giusto cielo, è giusto assecondare quel qualcosa.

Qui dentro ci sono un po’ tutte queste modalità, e anche di più, in storie avvincenti ed emozionanti. Spero che piacciano anche a te che leggi, spero che ti facciano felice, spero che ti accompagnino nelle loro realtà contigue e che ti diano lo slancio per vedere, creare, aprire le tue.

Buone visioni!

Octavia Butler: l’allegoria dell’empatia, una visione necessaria / Post Premio Italia 2018

Questo post ha vinto il Premio Italia 2018 nella categoria “Miglior articolo pubblicato su rivista amatoriale.

Scritto da Giulia Abbate per la rubrica “La fantascienza delle donne” curata da Elena Di Fazio e Giulia Abbate (cioè il dodo al completo, noi che curiamo anche questo sito!) è stato pubblicato originariamente qui:

In seguito è stato ripubblicato nella versione cartacea di Andromeda: “Lost Tales – Andromeda”, curata come la “web-sorella” da Alessandro Iascy e pubblicata da Letterelettriche.

Grazie a tutti quelli che hanno votato questo post e grazie a chi lo leggerà e condividerà.

Continuiamo a pensare, ora come ieri, che l’empatia sia fisiologica e che quando manca ci si ammala. E continuiamo a essere convinte che i libri di Octavia Butler siano necessari, ora più di ieri.

Octavia Butler: l’allegoria dell’empatia, una visione necessaria

Alcune immagini di questo post sono tratte da foto scattate durante le proteste femminili e femministe che hanno percorso il Sudamerica nell’ottobre 2016, e che hanno inaugurato una nuova ondata di proteste di piazza e di lotte per i diritti delle donne e la libertà dalla violenza di genere.
Fonte diretta: 27 Powerful Images Of Women Protesting Against Femicide In Latin America

Il 22 giugno 2017 è stato il settantesimo anniversario della nascita di Octavia Estelle Butler, scrittrice e madre ideale dell’afrofuturismo.

Butler, ahinoi, è morta a soli 58 anni, il 24 febbraio del 2006. Ci ha lasciato in eredità le radici di un movimento filosofico e rivoluzionario, un archivio di documenti e manoscritti preziosissimo (recuperato e catalogato dai suoi estimatori in una collezione a lei dedicata) e alcuni romanzi indimenticabili.

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[Da Radio Imagination: Octavia E. Butler’s Los Angeles]

Il suo romanzo tra i più citati e famosi, “La parabola del seminatore”, contiene una quantità enorme di visioni, di letture e di idee di futuro e per il futuro. Basterà dire che proprio questo, insieme al suo Kindred, è considerato una delle basi ideologiche dell’afrofuturismo. Una impostazione culturale che oggi sta prendendo un vigore forse mai avuto, e sta uscendo dai confini della propria nicchia, grazie a un’agguerrita new wave africana e afroamericana, fantascientista, anticolonialista e femminista intersezionale.

Ne “La parabola del seminatore” ci sono quindi idee e concetti molto ripresi e molto ragionati nel merito. La religione di Earthseed, lo splendido Seme della Terra (da quando lessi Butler mi resi conto era anche la mia: la ritrovai in me stessa). Oppure la distopia e l’ammonimento sociale: il disastro climatico causato dall’umanità, il senso di isolamento individualista/consumista, il fondamentalismo religioso, la politica piegata ai personalismi, e molto altro.

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[Da : Two newly discovered Octavia Butler stories to be published as e-book]

Un aspetto rispetto ad altri mi pare meno affrontato e riguarda una caratteristica che è alla base del personaggio principale, ma che allo stesso tempo non pare rilevante, perché non è necessaria all’economia dell’intreccio.

Per questa ragione a me pareva quasi un difetto, di un libro comunque meraviglioso, ma pur sempre un di più, forse di troppo.

Ragionandoci, mi sono accorta che, pur essendo un “di più” rispetto all’intreccio in senso stretto, questo elemento è costitutivo del romanzo e della saga. Sto parlando della “malattia dell’empatia”, che Butler chiama “sindrome da iperempatia”.

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.”

Questa ovviamente non è Butler. È Jose Saramago, Nobel alla Letteratura, che incentra il suo romanzo “Cecità” proprio su questa allegoria: la cecità è morale, è la mancanza di umanità, di solidarietà, di… empatia verso gli altri.

Non posso far niente riguardo alla mia iperempatia, per quanto papà lo desideri. Sento quello che vedo sentire agli altri, o quello che credo sentano. I dottori la definiscono una ‘sindrome organica illusoria’. Stronzate. Fa male, ecco tutto quello che so.

[…] In ogni caso i miei neurotrasmettitori sono alterati e tali resteranno, ma posso cavarmela bene, purché gli altri non ne sappiano niente.

[…] A volte la gente dice che ho un’aria cupa o arrabbiata; preferisco che pensino questo, piuttosto che sappiano la verità. Che pensino qualsiasi cosa, purché non sappiano com’è facile farmi soffrire.

[Da “La parabola del seminatore” di Octavia E. Butler]

La piccola, forte Olamina ha lo stesso problema della moglie del dottore di Saramago, ma rovesciato: la moglie del dottore non ha la cecità, quindi è sana e in un certo senso salva e si salva. Olamina invece ha l’(iper?)empatia, quindi è malata, e il suo percorso è più accidentato e difficile, più doloroso.

Curioso: anche l’iperempatia di Olamina ha molto a che fare con il vedere: lei vede una persona soffrire, e anche se essa finge, Olamina soffre lo stesso.

L’empatia può anche essere indicata come rispecchiamento: vediamo gli altri come noi e pur sapendo che siamo distinti possiamo identificarci in loro e sentire come loro. Nel mondo “reale”, l’empatia è una caratteristica umana fisiologica: l’incapacità di provare empatia è un disturbo mentale e della personalità, uno stato patologico.

Da questo punto di vista, Butler ci vede molto lungo.

Rifletti ora anche su quest’altro punto. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile […] E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri […] Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose. […]

Tratto dal mito della caverna. Platone, “Opere”, vol. II

È così: quando ci troviamo in un mondo “malato” (una famiglia disfunzionale, un gruppo di coetanei aggressivi, una società bulimica incentrata sull’accumulo distruttivo) e noi non siamo così, siamo “normali”, non allineati, non collaborativi, in realtà la nostra diversità in quello specifico contesto ci fa apparire malati, ci fa essere quelli che soffrono e manifestano il disagio, il disagio che gli altri non avvertono più. Tu resti l’unico sensore. E la strada è tutta in salita.

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Andiamo per un attimo nel biografismo. Voler a tutti i costi identificare chi scrive con la sua opera è rischioso e spesso fallace, ma a volte può anche darci qualcosa in più.

Octavia Estelle Butler ha sofferto di bullismo, lo ha poi raccontato diverse volte. Aveva una forma di dislessia, era molto alta e si sentiva sgraziata. Era nera, en passant.

“Certo, parlo della mia esperienza personale. Ma è un’esperienza comune a chiunque ricordi bene i giorni di scuola. Naturalmente non tutti sono stati bulli o vittime di bullismo. Ma tutti abbiamo visto verificarsi del bullismo, e guardandolo abbiamo risposto in qualche modo: partecipandovi o rifiutandolo, ridendoci su o restando in silenzio, sentendoci disgustati, o sentendocene attratti…”

Octavia Butler, da 15 fascinating facts about Octavia Butler

Viviamo insieme. E siamo comunque legat* gli uni alle altre, vicini e interdipendenti. Violare questo legame, tradirlo, arrestarsi all’homini lupus, non vedere più gli altri in noi, è un grave vulnus: che quando è comune, porta paradossalmente l’empatia a diventare una malattia, un problema per chi la vive.

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Butler si dimostra incredibilmente attenta in un caso ancora più estremo: il racconto dello stupro subito da un personaggio iperempatico nel secondo libro della saga, “La parabola dei talenti”. (Dire chi è il personaggio non sarebbe un grande spoiler, ma evito lo stesso. Leggete il libro!)

La donna viene violentata da un fondamentalista cristiano, in una situazione di sopraffazione palese: non è addormentata né drogata, viene picchiata brutalmente, nella piena consapevolezza del brutto che sta succedendo. Ma c’è un altro problema:

“Io ero l’unica empatica delle quattro, così che ho dovuto sopportare non solo il dolore e l’umiliazione, ma anche il selvaggio, intenso piacere del mio stupratore. Non ci sono parole per descrivere la contorta, schizoide laidezza di tutto ciò.”

Alla luce di quanto detto, questa può sembrare un’estremizzazione, una conseguenza nefasta della “sindrome iperempatica” inventata da Butler, e di nuovo qualcosa che comunque non influisce sull’intreccio, accade e basta, quasi incidentalmente, e viene poi lasciato lì. Invece, ancora una volta Butler fa centro. Purtroppo, mi verrebbe da dire. Perché anche qui c’è molta più verità di quanto sembra e di quanto ci augureremmo.

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[“Non è che hanno gradito la violenza: [le persone che hanno subito la violenza] si sentono in guerra con loro stesse, perché il corpo ha risposto come se lo avesse gradito. Come se il corpo le avesse tradite.”

@_clvrarose ha spiegato in 11 tweet questo aspetto poco considerato della violenza sessuale. Gli altri tweet qui: Girl explane rape in 11 tweet, and everybody must read them]

Quando subiamo una violenza sessuale, il nostro corpo attua dei meccanismi di difesa per limitare i danni: l’atto sessuale imposto va comunque a stimolare le aree erogene, che agiscono meccanicamente, ci fanno nascere delle sensazioni spurie ma fisiologiche. Tutto si confonde. La volontà dice no, il corpo reagisce per la sopravvivenza, come può, in quel momento.

«Perché ho provato piacere? Come ho potuto? Allora è colpa mia, è stata colpa anche mia, allora non ho subito una vera violenza, c’entro anche io!»

No. Tu non c’entri. Tu sei la persona sana. In un contesto malato, paghi la tua integrità con più sofferenza, con più domande, con più dolore.

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Qui non ho appigli per un facile autobiografismo. Butler a quanto ne so non ha mai parlato di questi argomenti e la violenza sessuale è un tema presente, parte di un discorso generale legato alla sopraffazione (in Seme selvaggio è molto presente, ad esempio, nella sua forma psicologica). Ignoro se nella sua vita possa esserci qualcosa che va in questo senso, Butler è stata attivista per molte cose, ad esempio, ma non mi pare per le vittime di violenza sessuale in particolare.

Ma come dicevo in apertura, la biografia è un di più.

La letteratura ha la sua ragione di esistere al di là dell’esperienza contingente, e nella sua finzione mette in scena più verità di quanto pensiamo, a volte più di quanto vorremmo.

Le parole, le storie di Butler ci chiedono di pensare alle nostre specificità e a “noi nel mondo”. Di guardarci intorno, di andare avanti lottando a testa alta, di non rompere la connnessione con gli altri, senza cercare di “guarire”.

Se la sindrome da iperempatia fosse più comune, queste cose non avverrebbero. La gente potrebbe uccidere, e sopportarne il dolore o venirne distrutta. Ma se ciascuno avvertisse il dolore altrui, chi si metterebbe a torturare un altro? Chi causerebbe una sofferenza superflua? Finora non avevo mai considerato il mio problema come qualcosa di positivo, ma data la situazione attuale, comincio a pensare che potrebbe essere utile. Vorrei passarlo ad altri, o, in mancanza di questo, trovare altre persone come me e vivere tra loro. Una coscienza biologica è meglio di nessuna coscienza.

[Da “La parabola del seminatore” di Octavia E. Butler]

Diversamente da molte altre distopie postapocalittiche statunitensi, dove il nichilismo e il canemangiacane raggiungono vette atroci di nulla e distruzione morale, le Parabole di Octavia Butler contengono e si basano su un messaggio di speranza. E ci donano delle immagini dure, violente, crudeli, solo per dirci che non è così che dovrebbe essere, non è così che dovrà essere, se restiamo uniti e connessi.

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L’universo è il seme di Dio.

Solo noi siamo il Seme della terra.

E il destino del Seme della terra

è di mettere radici tra le stelle.

[Lauren Olamina, “I libri dei vivi”- da “La parabola del seminatore” di Octavia Butler]

Buon compleanno, Octavia! Ci manchi! Non possiamo fare altro, da questa parte dello specchio, che mandarti un grazie per le tue allegorie intense, necessarie e guaritrici.

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[Dall’archivio privato “rivelato” di Octavia Butler. Fonte: Celebrating Octavia Butler]

Giulia Abbate