Mary Shelley – Un amore immortale – Recensione

Lo scorso marzo, “Frankenstein, o il moderno Prometeo” ha compiuto duecento anni. Ne abbiamo parlato anche noi, più o meno in ogni dove, scegliendolo come classico del mese sul blog di Studio83 e ripercorrendo su Andromeda – Rivista di Fantascienza la storia dell’autrice Mary Shelley.

Adesso la regista saudita Haifaa al-Mansour, già premiata per “La bicicletta verde”, porta la storia della scrittrice sul grande schermo, firmandone la sceneggiatura insieme a Emma Jensen. E di materiale da portare ce n’era tanto, considerando che Mary Shelley diede vita a un intero genere letterario, che fu una donna di ideali e vedute avanzatissime per l’epoca, contraria all’istituzione del matrimonio, sostenitrice del libero amore e fortemente femminista (figlia, non a caso, della madre del femminismo liberale Mary Wollstonecraft).

Il film, come suggerisce la vomitevole tag-line tutta italiana “Un amore immortale”, sceglie di focalizzarsi sul suo rapporto amoroso con Percy Bysshe Shelley, poeta visionario e anticonformista che produsse capolavori lirici come il “Prometheus Unbound”. Anche Shelley, by the way, era di ampie vedute: pur sposatosi giovanissimo, credeva nel libero amore e aveva idee politiche libertarie poco apprezzate dal governo britannico.

Ed è qui che, purtroppo, la resa dei personaggi sprofonda miseramente nel romance young-adult, trasformando due mostri sacri della letteratura in adolescenti ribelli e viziati. Le convinzioni di Mary, che all’inizio dell’Ottocento sfida ogni convenzione per lasciare il tetto paterno e convivere con un uomo sposato (e con la propria sorellastra, Jane “Claire” Clairmont), vengono banalizzate in una sorta di spericolata ribellione da liceale, sbandierate all’occorrenza ma inconsistenti alla prova dei fatti: non appena il libero amore si fa realtà, infatti, ecco che Mary-personaggio fa dietrofront e ci viene mostrata gelosa e possessiva. Insomma, quando Percy l’accusa di essere un’ipocrita, non gli si possono dare tutti i torti. Forse perché, azzardo, presentare al puritano pubblico statunitense la vera Mary Shelley sarebbe stato inopportuno?

E già che abbiamo nominato l’indomito poeta: la sua figura, tanto complessa dal punto di vista umano e letterario, viene ridotta a un bamboccio ubriacone che gioca con la maledettitudine, anticonformista di facciata solo per portarsi a letto chi gli pare.

Il picco viene raggiunto con l’arco narrativo della celeberrima Villa Diodati, accanto alla quale Mary, Percy e Claire trascorsero l’estate del 1816 insieme a Lord Byron e al suo medico personale, John Polidori (che poi scrisse “Il vampiro”). Questa parte del film è un trionfo di maledettitudine prêt-à-porter, di poeti emo-goth dall’occhio bistrato, di versi declamati in preda al vino mentre le donne piangono abbracciate le delusioni d’amore; in sostanza, della più trita e banale rappresentazione dei belli-e-dannati.

Ora, che uno come Lord Byron e lo stesso Percy Shelley potessero essere anche degli ubriaconi teste di ca**o è un conto; ma che due dei più importanti poeti romantici inglesi vengano ridotti a dei Chuck Bass vittoriani, anche no. E idem per Mary Shelley, che scrive il “Frankenstein” in un quattro e quattr’otto sull’onda del risentimento.

L’idea che passa è che la letteratura sia un gioco di impeti, animata solo dal fuoco sacro della passione; Mary e Percy sono grandi scrittori perché sono giovani, ribelli e arrabbiati, non perché si erano fatti un mazzo tanto a studiare.

L’unico aspetto interessante del film è il modo in cui intreccia i vari spunti che porteranno Mary Shelley a scrivere “Frankenstein” con la sua vita, disseminandoli lungo il percorso.

Per quanto riguarda il cast, delude la solitamente brava Elle Fanning (improbabile Mary Shelley taglia 36 e col naso a punta), forse troppo distratta a riprodurre l’accento inglese; mentre Douglas Boothe sembra stato scelto più che altro per il ciuffo e le occhiaie da maudit.

Insomma, più che un biopic su Mary Shelley, il film di al-Mansour è una sorta di mix fra “Gossip Girl” e “Twilight” in chiave vittoriana, destinato a un pubblico di adolescenti e young-adult, del tutto lontano dalla complessità della scrittrice inglese, geniale madre della fantascienza.

 

 

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