Annientamento – Recensione (film)

L’estate scorsa abbiamo recensito il libro di Jeff VanderMeer, un’opera breve, intensa e disturbante che trasporre sul grande schermo sarebbe stato tutt’altro che facile.

Questo perché il testo poggia sull’io narrante della protagonista, sul non detto, su suggestioni appena accennate, e non c’è un intreccio vero e proprio: tant’è che l’incantesimo regge, a dodo parere, solo grazie alla brevità.

Per questo motivo, lo scrittore/sceneggiatore/regista Alex Garland ha dovuto costruire praticamente una storia ex novo, mantenendo solo gli elementi di base e inserendoci tutto ciò che era necessario per sviluppare un film di due ore con un senso.

Come sceneggiatore, Garland si è distinto con gli zombie-movie “28 giorni dopo” e “28 settimane dopo” e con la versione cinematografica di “Non lasciarmi”. Ha esordito nel 2015 dietro la macchina da presa con “Ex Machina”, film non perfetto ma interessante e ricco di spunti sul tema dell’intelligenza artificiale.

Molti anni fa, in una galassia lontana lontana, Alex Garland era un promettente scrittore pulp con qualcosa da dire e i mezzi espressivi per scrivere “Black dog”, uno dei più interessanti romanzi pulp di inizio millennio, con un mordente e uno spirito indie da non sottovalutare. (Di Garland scrittore abbiamo recensito, qualche anno fa, il romanzo “The beach – L’ultima spiaggia.). Mordente e spirito che poi, già dopo la buona trasposizione cinematografica di “The beach”, sono andati gradualmente a scemare… fino all'”annientamento”, appunto.

Alex Garland

La Garland-versione di “Annientamento” opera una serie di “riduzioni”: in parte fisiologiche e necessarie, appunto, per permettere la fruizione del film. Allo stesso tempo, però, l’impressione è che Garland abbia scelto sempre le strade più semplici, comode e banalizzanti, pensando di potersela cavare lo stesso grazie alla percentuale di follia vicina al cento per cento del libro di VanderMeer (e allo hype legato al successo editoriale, magari?).

Nel film, Garland assegna un nome alle protagoniste, che nel romanzo erano definite solo dalla loro specializzazione (psicologa, topografa, glottologa, antropologa, biologa). Cambia un paio di qualifiche per esigenze di (nuovo) copione, salvo quella della protagonista, Lena, biologa interpretata da Natalie Portman, e quella della psicologa-capo missione (Jennifer Jason Leigh).

Da sinistra: Jennifer Jason Leigh, Natalie Portman, Tuva Novotny, Tessa Thompson, Gina Rodriguez

La storia, che nel libro attacca in medias res, nel film parte in modo molto più lineare.

La biologa è sotto interrogatorio, presumibilmente dopo la fine della missione, e inizia il racconto a partire dal c’era una volta, per rendere la vita quanto più semplice possibile allo spettatore-della-strada.

Il marito della biologa (un Oscar Isaac in versione kebabbaro del Tuscolano) riappare a casa dopo essere stato dato per disperso in una missione segreta, ma in lui c’è qualcosa che non va. Decisa a scoprire cosa sia successo all’uomo, Lena accetta di entrare nella misteriosa e mortale Area X insieme a una squadra, per svelare l’enigma dello “shimmer”: un evento probabilmente alieno che ha avuto origine dal faro sulla costa (si vede anche come, nelle primissime scene “prologo-ancora-più-semplificatore”) e si sta espandendo pian piano.

Gina Rodriguez

Garland sceglie dunque di dare una struttura super classica alla storia. A partire dall’introduzione di rito, con la protagonista che tiene una lezione in classe in cui dirà cose che torneranno utili durante il film; poi con la leva psicologica rinforzata che giustifichi la missione quasi suicida, leva che vale per la protagonista e per tutti gli altri personaggi.

Qui si manifesta uno degli errori principali di Garland: cedere ai facili drammi, ai traumi prêt-à-porter, lasciando loro il compito di caratterizzare i personaggi tout-court, senza costruirci davvero psicologie tridimensionali sopra.

Delle protagoniste ci vengono elencati prima i nomi, poi il TRAUMAH, che però è solo raccontato, appiccicato in modo posticcio, senza alcuna profondità. Solo nel caso della protagonista funziona per un paio di minuti, nel momento in cui è messo in relazione con il senso di colpa: un unico tocco di vita, su uno sfondo emozionalmente piatto.

Jennifer Jason Leigh, aka dr Ventress

La sceneggiatura priva di mordente è il tallone d’achille del film: porta perfino due attrici solitamente brave come Portman e Jason Leigh a recitare come se fossero capitate sul set per caso. Questo è un altro dei bug di “Annientamento” e anche uno spreco stratosferico, considerando che le attrici erano assolutamente perfette per i rispettivi ruoli.

La scrittura banale e sciatta si porta via anche molto della tensione e, soprattutto, dell’effetto disturbante che dovrebbe avere tutto il comparto visivo del film.

Dettagli e scene legati alle mutazioni dell’Area X sono sì inquietanti (penso al soldato nella piscina o al verso terrificante dell’orso), ma non così disturbanti come ci sarebbe aspettato, e anche in questo caso, comode e pronte all’uso: un paio di fiori belli grossi, funghi e funghetti fluo qua e là, e l’alienità l’abbiamo portata a casa! E a proposito del verso dell’orso: effetti e colonna sonora sono forse uno dei pochi punti di forza.

Non c’è da stupirsi più di tanto, insomma, se il film non è stato distribuito nelle sale cinematografiche europee, passando al più sicuro circuito direct-to-streaming.

Pur comprendendo l’amarezza del regista, e riconoscendogli il coraggio di aver messo mano alla trasposizione di un romanzo tutt’altro che semplice, l’impressione finale è che “Annientamento” sia un film qualitativamente più vicino al livello dei lungometraggi di Netflix che altro.

Non è così certo che fruire del film in un altro formato ne avrebbe compensato le pecche, o avrebbe modificato lo scarso entusiasmo con cui è stato recepito finora.

Nel complesso, Annientamento” è un’occasione sfruttata male, con un potenziale inespresso da tutti i punti di vista. So it goes! 😦 

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