Margaret Atwood allo IULM di Milano – Ecco com’è andata!

Mercoledì 6 dicembre Milano ha accolto Margaret Atwood, autrice di fama internazionale, per conferirle il prestigioso premio Raymond Chandler alla carriera e accoglierla nella convention Noir in Festival.

La scrittrice ha ricevuto il premio alle 18:00 presso la Fondazione Feltrinelli dove è stata introdotta dalla scrittrice e intellettuale Chiara Valerio.

Ma… poche ore prima, alle 12:00, Atwood è stata ospite all’Università delle Lingue e Scienze della Comunicazione, ovvero lo IULM, per un incontro con il pubblico presentato da Antonio Scurati, tradotto da Giovanna Sommerman e nel quale è intervenuta Nicoletta Vallorani.

Il dodo era lì!

6

Evitandomi la ressa feltrinelliana, sono andata ad ascoltare la lectio nella “Sala dei 146”, dove il tutto esaurito tra le poltroncine non mi ha impedito di trovare un ottimo punto di osservazione su un confortevole scalino a pochi metri dal consesso dei relatori (provocandomi anche una piccola fitta di nostalgia verso la mia vita universitaria, ormai persa nelle nebbie del tempo.)

Parto con il report!

L’incontro è iniziato con un breve trailer dedicato alle trasposizioni cinematografiche de “Il racconto dell’ancella”: oltre alla serie Hulu che ha “lanciato” il nome di Atwwod anche a un grande pubblico che la conosceva poco, il filmato ha mostrato anche spezzoni del bel film di Volker Schlöndorff del 1990.

Al termine del video, applauso di rito, poi Scurati ha aperto leggendo un intenso passo tratto da “L’anno del diluvio”.

“Perché così presto? È la domanda del bambino chiamato a casa al tramonto.”

Partendo da queste poche e significative righe, Scurati afferma:

Margaret Atwood non è una grande scrittrice di fantascienza, o una grande scrittrice fantastica o distopica… è una grande scrittrice, PUNTO!

Iniziamo bene.

A suffragio di questa tesi Scurati porta il fatto che nelle pagine di Atwood ci sia sempre l’interrogativo incessante sulle cause prime e sulle ragioni ultime della nostra presenza sulla terra.  Un aspetto che è l’ambizione dei veri grandi scrittori, e che non tutti raggiungono, ma per il quale Atwood si dimostra assolutamente all’altezza.

9

Cause e ragioni dell’infertilità

Scurati si impegna poi in una domanda complessa (e a mio modestissimo punto di vista un po’ estemporanea, ma comunque).
Sia ne “Il racconto dell’ancella”, sia in altri testi, si parte dal problema demografico della denatalità e dell’infertilità, per basarne la distopia che ne segue. Atwood “forse non lo sa, anzi sicuramente non lo sa”, ma i bollettini ISTAT indicano in Italia, quella che era la grande proletaria d’Europa, un costante declino delle nascite.
E parte il domandone:

Signora Atwood, perché la mia generazione è così infeconda?

A quel punto, la compita espressione da lady della garbata Atwood condensa in uno sfarfallio di sopracciglia e nella frase:

Who knows?

…l’enorme WTF che deve esserlesi affacciato alle labbra.

O forse sto romanzando, ancora un po’ dispiaciuta che la cosa non sia finita lì, alzata di sopracciglia e boh, senza togliere tempo a questioni letterarie e cinematografiche ben più pregnanti e alla nostra portata. Ma tant’è.

[Leggi anche: “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, Recensione, su Lezioni Sul Domani]

Ci sono secondo Atwood tante ragioni per il generale e apparentemente inarrestabile calo delle nascite.

La prima ragione ha a che fare con il costo dell’avere figli nelle nostre società occidentali. Avere figli oggi è molto costoso, bisogna pensare non solo alla loro sopravvivenza salute e bisogni primari, ma anche all’istruzione, che significa fino all’Università e oltre, quindi di fatto avere più di due figli è visto come proibitivo.

La seconda ragione chiama in causa il controllo delle nascite che cambia con il cambiare della società. Lo standard fino a poco tempo fa era quello degli agricoltori stanziali che possono avere tranquillamente anche un figlio all’anno, ma non è stato sempre così, un tempo l’umanità era nomade e migrante, e quindi doveva pensare anche a trasportare i figli, che di conseguenza non potevano più essere così numerosi.

E veniamo alla terza ragione: la nuova consapevolezza e controllo del proprio destino, che grazie a Dio hanno le donne. Mentre un tempo l’orizzonte femminile includeva facilmente il matrimonio intorno ai 16 anni e poi figli a ripetizione, ora ci sono altri orizzonti e altre possibilità di scelta, come l’istruzione. Che però appunto rende le ragazze molto più “onerose” di un tempo per i genitori, e quindi torniamo alla prima ragione.

Quarta ragione: l’inquinamento ambientale. Siamo immersi in un ambiente tossico e compromesso e tanto per dirne una, beviamo un’acqua che non abbiamo idea di cosa contenga. La cosa ha un effetto devastante e ancora poco considerato sulla fertilità maschile e sulla salute riproduttiva dei giovani uomini.

8

A questo punto, Scurati riprende la parola : come è possibile che siamo arrivati a questo punto – ovvero al punto in cui qualcosa che prima era considerato necessario (e lo ritorna nella distopia dell’infertilità ancillare, dove le nascite sono forzate) è ora percepito come indesiderabile?La risposta di Atwood è significativa.

Uno fa le cose per le quali viene rispettato e riconosciuto.
In a money economy, only money has respect.

E forse la nostra società avrebbe semplicemente dovuto rispettare e riconoscere di più le donne che fanno figli.

Vallorani e Atwood: il femminismo

Antonio Scurati:
E ora passo la parola a Nicoletta Vallorani, che oltre a essere studiosa di letteratura, diciamo, fantastica, ha anche scritto romanzi noir e per l’infanzia, e, diciamo, di fantascienza. Ed è anche, diciamo, attivista di un neo femminismo culturale benigno.

Nicoletta Vallorani:
Buongiorno a tutti… , spero che questa definizione sia pensata nel migliore dei modi e nel modo più aperto possibile. Abbiamo tutti, io in particolare, dei problemi di definizioni, ora il mio problema è presentare una scrittrice come Margaret Atwood, che conosco per gli studi che faccio ma anche come appassionata lettrice.

La domanda di Vallorani per Atwood coglie però lo sgraziato assist di Scurati e va al punto di una questione molto dibattuta, relativa alla posizione dell’autrice.

Da un certo punto di vista, afferma Vallorani, basta essere donna e sollevare nei propri testi questioni di genere per essere definita “femminista”. Atwood pero ha avuto diverse resistenze ad accettare questa attribuzione, è vero? E perché?

[Leggi anche: “Il catalogo delle vergini” di Nicoletta Vallorani, recensione su Lezioni Sul Domani]

La scrittrice risponde a sua volta con una domanda: cosa vuol dire? Cosa si intende con “femminismo”? Questa è la prima cosa che lei chiede a chi le dice: “Ma tu sei femminista?”

Perché appunto la definizione di femminismo è molto ampia e arbitriaria,

e io non posso mettere la mia firma in calce a un foglio bianco!

A volte, l’interlocutore non sa rispondere alla controdomanda, dimostrando che non ha proprio idea dei concetti che ha chiamato in causa.
Quando invece si innesca una dialettica, ecco che torna utile limitare le possibilità. Che vuol dire femminismo?

Femminismo significa pensare che tutte le donne sono angeli?

Sappiamo che non è così… siamo stati a scuola.

Atwood rievoca l’immagine della terribile mean girl, la cosiddetta bulletta del liceo che anima film e narrazioni di ogni tipo con la sua mefistofelica e sessuatissima distuttività. Al di là di ciò, la donna angelicata è un mito del diciannovesimo secolo che sta bene lì.

Femminismo significa pensare che le donne siano meglio degli uomini?

La domanda, dice Atwood, non sussiste: quali donne, e quali uomini? E anche qui, chiunque abbia vissuto abbastanza sa che non è così. Oltre alle mean girls ci sono anche le mean women, e ci sono anche nice men.

Il brav’uomo, diceva un proverbio, è difficile da trovare… però esiste!

Femminismo può significare anche una cosa diversa, più profonda e più semplice allo stesso tempo, che diventa chiara se diamo alla questione un approccio legale.

Le donne sono esseri umani. Ne consegue che i diritti umani vanno applicati anche a beneficio delle donne. Tutto qui. Ed è ancora più facile pensare a questo tipo di approccio femminista, se a “donne” e “uomini” sostituiamo la parola “persone”. “Persone” che poi “sono donne” o “sono uomini”.

“Persone”, mi è venuto in mente ascoltando, che “sono transessuali, transgender, asessuali, intersessuali, qualsiasicosasessuali” e così via. Abbiamo tutti dei problemi di definizioni, e basta cambiarle, basta aprirle, per intravedere gli arcobaleni che sono in noi… Bello, questo approccio legale!

Un po’ quello che anima la nostra rubrica SF “La fantascienza delle donne” sulla rivista Andromeda. Ne parleremo presto…

Atwood conclude:

Quindi se la risposta alla domanda “sei femminista” è il primo caso o il secondo caso, rispondo di no. Se è il terzo caso, allora rispondo sì. E poi tutto segue da lì.

Scurati: la critica al femminismo storico

Riprende la parola Scurati con un’osservazione interessante, relativa alla serie tv Hulu: la serie presenta qualche cambiamento rispetto al romanzo, uno di essi sembra significativo. Ovvero: la madre della protagonista non c’è.

(“Ma torna nella seconda stagione!” afferma Atwood con un sorriso sornione, e parte l’applauso.)

La madre della protagonista incarna proprio quel modello di attivista femminista anni ’70, che molto ha dato ai diritti umani, ma che molto ha pesato sull’immaginario relativo al femminismo storico. Proprio a lei, a un certo punto del suo martirio la figlia rinfaccia: “Volevate una cultura di sole donne? Eccola.”

Questi aspetti implicano una riflessione in merito? Una critica esplicita?

Atwood afferma che negli anni ’70 il movimento femminista ha dato l’avvio a molte lotte e a istanze che ancora vivono oggi. E che spesso si “ramificano” in una serie di sotto-movimenti portati avanti da persone che hanno interessi e inclinazioni più specifiche: diritti razziali, lotte generazionali, specificità portate dalle disparità economiche e sociali.
Ci sono tante, tante implicazioni e il fatto che in un movimento esse entrino in una dialettica, o in generale si discuta, ci si scontri non è necessariamente un male ma indice di un fermento salutare. La lotta interna fa parte dell’evoluzione di qualsiasi movimento.

Ed ecco il MIO logo… ancora più inclusivo. ❤

Vallorani si inserisce in questo discorso, per citare anche occorrenze storiche. Il femminismo “così, lì e allora” è stato necessario e decisivo per il bene che poi ne è seguito, e quindi va bene così.

Utopia, potere e speculative fiction

Atwood riprende la parola, affermando che l’attuale situazione infuocata le fa pensare alla società europea degi anni ’30, nella quale si combattevano estrema destra ed estrema sinistra, senza esclusione di colpi e dritti verso il baratro.

Cita poi un libro che le pare utile ricordare, “The house of government”, dedicato alla Rivoluzione bolscevica, per presentare agli ascoltatori uno scenario davvero sinistro: quello che si profila quando gli utopisti estremi vincono, quando i teorici del mondo perfetto raggiungono il potere di realizzarlo. A quel punto, il mondo perfetto non c’è, non si verifica, non accade. E oltre a ciò, la cosa si risolve anche in un sacco di gente ammazzata.

Vallorani coglie l’attimo e lo spunto per porre un’altra domanda ad Atwood, perché la visione terrifica della post utopia ci porta a una questione rilevante nel lavoro della scrittrice.

Offred, la protagonista e voce narrante de “Il racconto dell’ancella”, ricorda: “Ero addormentata, eravamo addormentati, ed ecco come abbiamo permesso che tutto ciò accadesse”.

Tutto ciò ha a che fare con il lavoro e il contributo della speculative fiction, della fantascienza speculativa o narrativa di anticipazione, che non può essere tale se non parte da una consapevolezza data dalla storia.

A che serve la storia quando si è narratori?

E come vede Atwood il ruolo del narratore nella società?

Su questo ultimo tema, Vallorani afferma il suo forte sospetto verso chi nella società cerca di insegnare all’artista qual è il suo ruolo. Perché spesso dietro questo fine apparentemente educativo e facilitatore c’è il tentativo di usare l’artista come proprio megafono. E non deve essere così, perché l’artista ha un solo compito, quello della fedeltà alla propria personale vocazione.

Per Atwood, la storia riguarda il modo in cui la gente si comporta in determinate circostanze.

Ci sono:

  • persone ordinarie, in circostanze ordinarie
  • persone straordinarie in circostanze straordinarie
  • persone straordinarie in circostanze straordinarie
  • persone ordinarie in circostanze straordinarie.

Le scelte possibili, in sostanza, sono queste quattro. Atwood nella sua narrativa è interessata a questa ultima categoria di persone: la gente comune in circostanze assolutamente fuori dal comune.
Cosa faresti tu, cosa farei io, se

Ad esempio, io nella mia libreria ho uno scaffale intero dedicato alla Peste.

Perché le persone, secondo Atwood,

leggono sia la storia, che la narrativa di anticipazione per questa ragione, per chiedersi: cosa farei, cosa avrei fatto io in quella situazione?

Probabilmente, a  tutti noi piace pensare che ci comporteremmo benissimo, straordinariamente e nel migliore dei modi. E altrettanto probabilmente non sarebbe così!

Il ruolo dell’artista

Passando poi al discorso del ruolo dell’artista e del narratore, Atwood si dice un po’ stufa del fatto che in molti provino e abbiano provato a dirle cosa fare e come farlo. Uno degli ultimi consigli, e forse dei più sensati, è stato l’estremo:

Don’t be an artist!

Per fortuna, ricorda, Atwood ha passato la sua infanzia e gli anni della sua crescita letteralmente in mezzo ai boschi: non ha avuto una “proper socializing”! Questo significa che non si è trovata a subire la pressione del gruppo. Cosa che l’ha aiutata a mantenersi abbastanza indipendente, se non idealmente al di sopra di un certo tipo di tentate imposizioni.

Tuttavia, non bisognerebbe mai cercare di dire a un artista cosa fare. E quando glielo dite, e lui obbedisce, significa che ci si trova nel bel mezzo di un totalitarismo.
Gli artisti devono poter fare ciò che vogliono e ciò che sentono: noi abbiamo il diritto di commentarlo, di criticarne i prodotti, ma solo a posteriori, non di andare alla fonte di essi.

Dalla carta allo schermo

Dopo queste interessanti considerazioni, l’incontro volge al termine e ci si prende un po’ di spazio per parlare di cinema e dell’esperienza di Atwood con le due serie appena realizzate: la già citata “Il racconto dell’ancella” di Hulu e anche “L’altra Grace” di CBC. Come ha vissuto, le viene chiesto, la traduzione dai suoi romanzi alle “riduzioni” cinematografiche?

Atwood ricorda che per lei la trasposizione non è una cosa nuova, dato che nel tempo ha più volte lavorato con la radio e con la televisione a trasposizioni varie delle sue storie.

Si tratta, racconta, di un lavoro di gruppo: ed è un po’ come un campus estivo. Se il tempo è bello e la gente gradevole, allora è splendido. Ma se il tempo è brutto e la compagnia pure, diventa un incubo.
Lei, afferma, ha avuto entrambe queste esperienze: ma ogni impresa televisiva e cinematografica ha un che di imprevedibile… a volte da scenari o cast che non promettono bene si innescano dinamiche belle; mentre può accadere anche il contrario, grandi fatiche da premesse con tutti i numeri a posto.

Entrambe le due serie attuali, ci tiene comunque ad aggiungere diplomaticamente, sono state per lei delle esperienze positive. Atwood racconta poi qualche aneddoto simpatico su Bruce Miller, ideatore e show runner (cioè produttore esecutivo, che non è l’ “executive producer”) della serie Hulu.

[Leggi anche: La fantascienza delle donne: “Il Racconto dell’Ancella”  di Margaret Atwood – serie e curiosità,  di Giulia Abbate, su Andromeda – Rivista di Fantascienza]

Torna poi alla questione dei linguaggi diversi, per spezzare una lancia a favore dei registi e del cast delle serie, in particolare ricordando Reed Morano, regista dei primi tre episodi de “L’ancella” ed Elizabeth Moss, la protagonista Offred.
Nella narrazione romanzesca, molte cose accadono solo a livello interiore, c’è un inner space intraducibile sullo schermo, un medium esternalizzante per definizione. Che quindi deve aggiungere fatti, dettagli, comportamenti, personaggi che fanno cose, elementi visibili che magari nel romanzo non ci sono.

5

Le domande del pubblico

Gli ultimi minuti sono lasciati al pubblico: tre astanti, forse studentesse IULM, pongono ad Atwood tre domande molto intelligenti.

Prima domanda:  il personaggio di Offred nella serie sin dall’inizio si prefigura come un’eroina, come una persona straordinaria, non ordinaria. Questo non è un cambiamento rilevante, rispetto alla poetica appena illustrata dalla scrittrice?

Atwood dà a questa domanda una risposta bellissima.

In certe circostanze straordinarie, alcune persone ordinarie si trasformano in persone straordinarie.

Sono grande abbastanza per aver conosciuto persone che hanno militato nelle Resistenze alla Seconda Guerra Mondiale.

Beh, erano persone normali.

E una di loro un giorno mi ha detto: prega che non debba mai trovarti a dover diventare un eroe.

Brividi. E non è finita:

Nei miei libri, io metto una resistenza.

Perché ce n’è sempre una.

Tanta roba!

La seconda domanda si concentra sulla fruizione: quando “l’ancella” uscì, e anche prima, la gente leggeva fantascienza per divertirsi, per evadere. Oggi invece la leggiamo forse in modo diverso, perché c’è la sensazione che quegli scenari non siano così lontani. La domanda è: Atwood ha avuto mai l’idea, la sensazione che si sarebbe arrivati a questo?

Atwood racconta che quando scrisse il romanzo, venne recepito in modo diverso nei diversi paesi.

In UK, la reazione fu: bella storia!

In Canada, dato che noi canadesi siamo un tantino ansiosi, la reazione fu: potrebbe accadere qui?

Negli Stati Uniti, la reazione fu: ok, quanto tempo ci resta prima che accada?

Per cui, a dirla tutta, neanche allora il romanzo fu preso come un mero prodotto di evasione. Perché la cultura e l’esperienza delle persone che lo lessero le portò a capire già allora che quelle situazioni potevano verificarsi nei loro paesi.

La cosa più inquietante e istruttiva, Atwood la lascia nel finale.
Le maggiori resistenze ideologiche al suo romanzo, infatti, le ebbe l’Europa.

In Europa, nessuno volle credere che una cosa del genere potesse davvero accadere negli Stati Uniti.

C’era ancora la Guerra Fredda. Per cui, gli Stati Uniti erano percepiti come la terra della libertà e della democrazia… non si voleva credere in possibilità meno piacevoli.

Il Canada, invece, è sempre stato la terra verso la quale la gente scappa, quando le cose in USA vanno male. Quindi noi abbiamo sentito un sacco di storie [poco piacevoli, N.D.R.].

La terza e ultima domanda è dedicata sempre al contesto, ma dall’altra parte del “fossato”: gli autori. Che rapporti ha avuto Atwood con gli altri autori e autrici e in particolare con Neil Gaiman?

Qual è il mio rapporto con gli altri autori? Ci sono un sacco di altri autori sul pianeta! E aumentano ogni giorno!

Neil è un amico. Ma ce ne sono molti altri.

Atwood racconta che quando ha cominciato, in Canada di autori ce n’erano davvero pochi. La cosa positiva in questo è stata che nessuno le ha mai detto che non poteva farlo perché era una donna.

Dicevano piuttosto: “…CHE?”

Il racconto prosegue:

Avevamo tutto da imparare. E la mia generazione di autori e autrici, in Canada, ha praticamente dovuto “tirare su le infrastrutture” per questo mestiere. Abbiamo dovuto pubblicare, fondare case editrici e relazionarci con il pubblico da zero, abbiamo creato i tour e i festival, tutto questo perché quando abbiamo cominciato noi il Canada era un posto abbastanza inospitale per chi scriveva.

Quindi, conclude Atwood con un ultimo sorriso, il suo lavoro con alri autori e autrici è stato per lo più incentrato su problemi di natura pratica.

È tutto! Atwood lascia la sala, per concedersi alle interviste e alle telecamere di diversi corrispondenti sullo sfondo del cartonato con il logo del Noir in Festival.

4

Conclusioni e riflessioni

A me restano molti spunti di riflessione.

L’incontro è stato interessante: ascoltare la viva voce e i ragionamenti di un’autrice grande proprio per quelli, è un privilegio che non capita tutti i giorni, e ho provato gratitudine per questo privilegio.

Allo stesso tempo, si è trattato di un evento abbastanza generalista, diverso dai panel che ho frequentato quest’anno, che sono stati principalmente incontri per fantascientisti allo stato terminale.
La cosa quindi mi ha creato un po’ di disorientamento, l’impressione che il punto dovesse ancora arrivare e poi la sorpresa di trovarmi alla conclusione come se qualcosa di importante, sollevato per lo più dalle domande di Vallorani, non fosse stato davvero affrontato.

3

Scurati è stato molto bravo a gestire i vari interventi, a precisare alcune sfumature di significato e a stemperare l’atmosfera con simpatia e humour molto ben accolti da tutti.
Allo stesso tempo, ho trovato la sua conduzione un po’ dispersiva all’inizio, con tanto spazio dedicato a questioni millenaristiche, abbastanza impegnative per essere scaricate tutte sulle spalle di una scrittrice, per quanto brava e per quanto garbata a rispondere senza sbuffare sia stata Atwood.

E su due questioni capitali riguardanti il lavoro di Atwood, ovvero il rapporto con il femminismo e la narrativa speculativa, le domande e asserzioni di Scurati mi sono parse un po’… così. La tremenda definizione di “nuovo femminismo benigno” (con un implicito “stavolta”?) ad esempio. Oppure il suo esordio poco giusto nei confronti della fantascienza, del fantastico, della narrativa di speculazione: ha chiamato in causa “per sottrazione” questi generi, e non il giallo né il noir, tanto per dire.

2

A suo favore, potremmo dire che Scurati non è l’unico a coltivare una definizione inconsapevolmente riduttiva della letteratura di speculazione e dell’immaginario. E in fondo dare del “grande scrittore tout court” a qualcuno non è un insulto, giusto?

Ma ecco, forse le sue parole suonerebbero in modo diverso, e il mio discorso sarebbe più chiaro, prendendo a prestito il calzante paragone che mi ha scritto Elena, ai miei messaggi perplessi.

Margaret Atwood non è una grande cardiologa, non è una eccelsa esperta di cardiopatie congenite: è una grande medica chirurga, PUNTO!

Dal dodo è tutto. A voi, studio!

1

Annuncio: il dodo2017 non è ancora concluso. Un report in arrivo sulla fantascienza cinese e FORSE qualcosa di altro. Stay tuned…

4 pensieri su “Margaret Atwood allo IULM di Milano – Ecco com’è andata!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...