Blade Runner 2049 – Recensione

“So che ogni singolo fan entrerà al cinema armato di mazza da baseball. Ne sono consapevole e lo rispetto, perché si tratta di arte. L’arte è rischio e io devo correrlo.” Parole di Denis Villeneuve su “Blade Runner 2049”.

Villeneuve parla di “fan armati”, come se i doveri di BR2049 fossero nei confronti di questi ultimi. Personalmente non sono d’accordo: i doveri sono nei confronti di Blade Runner stesso, del suo peso nel corso della fantascienza tutta (che non sarebbe stata tale se il film di Scott non avesse anticipato, con lucidità e grande lungimiranza, l’estetica, le atmosfere e le tematiche del cyberpunk, prendendo la sf e portandola di fatto nella sua nuova era). Se accetti di dirigere il seguito di una simile pietra miliare accetti implicitamente confrontarti con 35 anni di mitologia e non si può in alcun modo prescindere dai confronti col capostipite.

Con questo preambolo introduco il mio personalissimo parere su “Blade Runner 2049”, uscito pochi giorni fa in tutte le sale italiane.

Anno 2049, uno spiegone testuale all’inizio del film ci mette a parte di tutte le cose che sono cambiate dall’ultima volta. La Tyrell Corporation è fallita, al suo posto è sorta la Wallace e ha creato replicanti che obbediscono e vivono più a lungo (tranne se gli spari, li ammazzi o li anneghi). I vecchi Nexus vengono “ritirati” dalla divisione di polizia Blade Runner, per cui lavora l’agente K (Ryan Gosling). Un giorno, K scopre qualcosa che potrebbe mettere in crisi il fragile equilibrio creatosi tra umani e replicanti, tra padroni e schiavi…

Inizierò con le cose belle. “Blade Runner 2049” è un film lentissimo e riflessivo come pochi blockbuster di fantascienza oserebbero (anche troppo, a volte, ma apprezzo il coraggio); elegante, esteticamente curato, fatto di immensi panorami e piccolissimi umani (una sorta di romanticismo post-cyberpunk), silenzioso, giocato sugli effetti e sul montaggio sonoro (per il quale, non a caso, “Arrival” ha vinto l’Oscar). Da questo punto di vista è quasi ubriacante e, usciti dalla sala, occorre una decina di minuti prima di tornare al mondo reale. Ambienti e scenografie sono al tempo stesso sontuosi e minimalisti, sebbene in alcuni casi scollegati da ogni logica e funzionalità (es. l’ufficio “acquatico” di Wallace, che deve avere abiti e capelli costantemente umidicci e un’infiammazione cervicale cronica). C’è anche da dire che non osa niente di nuovo e ripropone para para l’estetica cyberpunk di Scott, solo un po’ più pulitina: è una versione di BR aggiornata al 2017 cinematografico, diretta dalla mano elegante e caratteristica di Villeneuve.

Il grosso problema del film è la scrittura, nel senso che DIOBO’ AVETE AVUTO TRENTACINQUE CAZZO DI ANNI PER TIRARE FUORI UN SEGUITO, MA A HOLLYWOOD DOVE LI COMPRATE GLI SCENEGGIATORI, NEI GRANDI MAGAZZINI?

Metà dei dialoghi sono o spiegoni, o un parlarsi addosso senza dire davvero. Per fortuna si parla poco, ma ciò che dovrebbe essere affidato al non detto soffre molto le performance non proprio eccelse dei protagonisti. Le svolte narrative sono piuttosto forzate e arrivano giusto in tempo per svegliare dal coma lo spettatore. Tutto questo è limitante e irritante e la bellezza delle inquadrature di Villeneuve non basta a compensare.

(Tipo questa splendida e inquietante citazione di Neverending Story)

Poi ci sono grosse carenze per quanto riguarda i personaggi, lungi dall’essere memorabili (stiamo parlando dello stesso franchise che ha sfornato Roy Batty e le sue lacrime nella pioggia). Poliziotti depressi che bevono e fumano, sexy replicanti-terminator (mancava solo la lucina rossa nell’occhio), un magnate pazzo con manie di onnipotenza. Il capo beone di K che ha talmente paura del sovvertimento dell’ordine interplanetario che affida tutto a un solo agente e si fida sull’unghia che sia tutto risolto, senza manco controllare. Un personaggio chiave che dovrebbe essere nascostissimo dove nessuno nell’universo può trovarl*, e sta dietro una porta dove chiunque entra senza manco bussare.

Scusate, ma io con tutto l’amore del mondo per “Blade Runner” non riesco a non vedere questi buchi e criticità. Ho visto un film lungo e a tratti anche noioso, che si riprende sulla seconda metà, quando ormai l’entusiasmo è sceso, e crolla di nuovo su uno scontro finale sciatto e privo di pathos.

Vabbè, lui è sempre intramontabile, e che je voi di’?

Molti dicono che è ingiusto fare confronti col BR di Scott: invece è giusto eccome, perché questo è un sequel di Blade Runner, non di “Ragazze a Beverly Hills”. E la sola scena straziante di Deckard che ritira Zhora, o il confronto finale con Batty, sono anni luce da qui. Villeneuve non ci ha messo dentro niente di memorabile (salvo solo l’arrivo di K a Las Vegas e le atmosfere asfissianti e decadenti del casinò), non ha osato, ha fatto un compito a casa di buona forma ma di poca sostanza. E francamente, visto che BR poneva grandi interrogativi sul concetto stesso di “vivo” e “umano”, il fatto che qui tutto venga liquidato all’inizio con “ha un’anima/non ce l’ha” l’ho trovato scadente.

(Zhora scappa da Deckard infrangendosi contro le vetrate)

Tra gli attori, Harrison Ford fa sempre la sua porca figura e salvo Ana de Armas, tutti gli altri non mi hanno detto molto, incluso Ryan Gosling.

Insomma, nel complesso ho trovato “Blade Runner 2049” un’operazione che non è valsa la pena e un’occasione sprecatissima. Avrei quasi preferito che uscisse un ennesimo last-final-ultimate-this time for real-cut del film di Scott.

Concludo la mia stroncatura con un commento più positivo: apprezzo il rispetto che Villeneuve ha avuto per Blade Runner (a differenza, che so, di gente come J.J. Abrams). Lo trovo un film fallimentare sotto molti aspetti ma rispettoso, quindi nessuna mazza da baseball. Insomma, come direbbe Homer Simpson: “You tried your best and you failed. The lesson is: never try.”

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