“Il catalogo delle vergini” di Nicoletta Vallorani – Recensione

Il catalogo delle vergini” è una raccolta di tre racconti brevi di Nicoletta Vallorani, uscita ieri per la collana Future Fiction (Mincione Edizioni) diretta da Francesco Verso.

I racconti hanno ambientazione, voci e temi affini, e sono incentrati sul sistema di mercimonio e sopraffazione impiegato per lo sfruttamento del corpo principalmente femminile.

I tre racconti

In “Taboulhe” seguiamo un commissario in via di disfacimento (non metaforico) alla ricerca di una donna misteriosa che ha dei segreti forse vitali. Ambientazione intrigante: un cyberpunk arricchito dal setting policulturale in cui Milano è percorsa da suk, costellata di slum e popolata da bancarelle di cucina africana. I barboni sezionati in mezzo alla strada mi lasciano più perplessa, la considero una licenza narrativa per arrivare al punto in modo rapido, dato che il racconto è davvero breve.

In “SnuffMovie” la voce narrante, sempre alla prima persona, è quella di una ex bambina scampata a un turpe jet set di abusi, “virtuali” solo sulla carta, e tornata al luogo della sua infanzia: una spettrale Rogoredo, dove gli insediamenti dei nomadi hanno lasciato il posto a una waste land cyberpunk di miseria e rovine.
La protagonista ripercorre il suo inferno, facendo il punto della sua attuale situazione, con un piccolo colpo di scena finale. Il racconto è scritto molto bene e ha una struttura solida e ragionata. Interessante lo scenario legato alle riprese e al consumo di pornografia violenta, correlato con la miseria dalla quale vengono reclutate le vittime.

Io di solito detesto questo tipo di temi, facile far sensazione mettendo in mezzo bambine e maniaci. Vallorani fa attenzione a non cedere alla morbosità, e questo per me è un grande punto a favore. Allo stesso tempo, l’apparato cyberpunk fatto di abitini di tulle, innesti dentati e vaghi accenni a impianti e realtà virtuali non è il mio forte. Lo trovo desueto, e ormai tanto comune da essere quasi confusivo: smorza significati e messaggi per annegarli in dettagli “folcloristici” che rendono i testi di questo tipo molto simili gli uni agli altri, e ampiamente superabile l’ormai autocompiacente estetica cyberpunk.

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, “Il catalogo delle vergini”, torna il personaggio di Nigredo, presumibilmente lo stesso del romanzo “Eva”, pubblicato da Vallorani con Einaudi nel 2002. Il detective si muove nelle vie di una Milano sempre cyberpunk, ma che ha qui un che di oscuro e medievale. Grazie anche al riferimento alla fiaba di Barbablù, che (per puro caso mi stavo ristudiando in questo periodo e) porta in sé diversi piani di lettura applicabili anche ai temi di questa raccolta.
Il fulcro del racconto è di nuovo il mercimonio di persone create per essere corpi da usare e abusare a ore, al servizio del desiderio maschile che si estrinseca indisturbato in pratiche sempre più offensive, violente, distruttive. Pratiche che grazie a dio nel testo non sono neanche accennate, lasciando il peggio all’immaginazione e mettendo in primo piano le voci delle donne e la ricerca attonita e dolente di Nigredo.

Violenza: nome plurale maschile

Nigredo e il commissario del primo racconto sono il maschile che si salva, confuso e inorridito: luce all’oscuro, voce che narra ma che non capisce, straniata oltre che straniante.

Le donne invece sanno, ma solo perché subiscono. Quando non sono fatte a pezzi, riescono a capire la natura di ciò che hanno attraversato,  come la protagonista di “SnuffMovie”; ma allo stesso tempo, come lei e come Taboulhe, sposano la visione dominante, diventano agenti e ingranaggi della stessa violenza che ha devastato loro la vita.
Non si vede uno sbocco, una redenzione: la violenza nei mondi di Vallorani è talmente intensa e onnicomprensiva da spezzarti, o in alternativa permetterti di sopravvivere appena, tra le sue pieghe. Pagando un prezzo in ogni caso.

La raccolta: una visione d’insieme

Questi tre racconti hanno molti aspetti che ho apprezzato.

La rappresentazione di una Milano futuribile che è quasi qui (Rogoredo in particolare, lol), tra la casbah e la favela, dove crudeli affaristi in grigio girano impuniti predando i deboli. In un sistema di valori nel quale il crimine ha un peso diverso, a seconda di chi lo commette: più che una proiezione distopica direi una constatazione dei fatti.
Poi c’è la difficile situazione del femminile. Il corpo è al centro degli intrecci, anche se non della scrittura vera e propria: in frasi e parole molto razionali e poco corporee, seguiamo piuttosto le conseguenze di ciò che il corpo è obbligato a subire. La violenza carnale e totale, in nome del divertimentismo del maschio dominante e dell’unico dio riconosciuto, il denaro.
Lo stile letterario: consapevole e sicuro, curato ma anche disinvolto, proprio di una scrittrice molto esperta che maneggia la materia e la forma narrativa dando al lettore letture chiare e voci coerenti.
Anche i collegamenti tra i vari racconti, nomi, accenni, incuriosiscono e sono ben congegnati. Sono tre storie diverse, sembra dirci l’autrice, ma il mondo è lo stesso. Occhio che non sia anche il tuo.

Altri aspetti mi hanno lasciato tiepida o critica.

Abbiamo tre racconti ambientati in luoghi simili e vicini, storie con molti elementi in comune tra loro, narrate in prima persona singolare da personaggi che hanno voci affini quando non uniformi. Scelta motivata forse dalla volontà di darci versioni di uno stesso quadro: rischia però di stancare, di annoiare. Anche lo stile ha una disinvoltura talmente impeccabile che manca di sussulti, vicino al rischio di ripetersi. E per racconti così brevi non è un punto da nulla.
Del cyberpunk ho già parlato. Quanto vorrei che fosse superato, integrato in qualcosa di più vivo e vero, ma mi rendo conto che sto sconfinando nel gusto personale quindi mollo lì.
La lunghezza, infine: se il primo racconto è una microstoria che lascia moltissimo in sospeso ma si regge sulle sue gambe, il secondo svolge i suoi fili grazie all’ottima gestione della struttura flashback, il terzo è davvero troppo breve e ci dà un assaggio, giusto la sensazione di quella che potrebbe essere una bella storia, se si lasciasse più spazio a diversi messaggi che non dovremmo mai stancarci di cercare e di ragionare.

Detto questo, il bilancio è comunque positivo. Vallorani è una voce importante, che dà voce a istanze e significati profondi, difficili e scomodi; con un percorso consapevole del quale ogni pubblicazione è un tassello. Questi tre racconti sono letture belle (non piacevoli, dati i temi) che ci ricordano che lo sfruttamento è il lato oscuro della mercificazione.

A dire il vero, impianti e innesti a parte, in diverse parti del mondo (non stati, non città, piuttosto piccoli spot diffusi capillarmente in alcune zone più che in altre), le cose stanno già più o meno come sono qui raccontate. La mia speranza è che insieme alla lucidità di parlarne conserviamo anche l’umanità per tentare di redimerle, e una mano sempre tesa a chi è vittima, perché esca e si affranchi da questa condizione, prima di morirci dentro o di diventare ennesimo perpetratore.

Per questo, servono parole come quelle di Vallorani, e fatti concreti da parte di tutti. Qualche idea? Ad esempio, le donne potrebbero smetterla di dire di non essere femministe e capire che invece bisogna esserlo oggi più di ieri. E gli uomini potrebbero smetterla di comprare le donne. La butto lì.

Da FEMINISTING

Altri post in arrivo sulle uscite di Future Fiction, una collana che seguo da un po’: è arrivato il momento che ne scriva! Dodorecensioni in arrivo!

 

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