Doppia immagine nello spazio – Recensione

Anno 2069, la sonda Sunprobe supera il sole e scopre che c’è un pianeta che ruota in orbita simmetrica e opposta rispetto al pianeta Terra, motivo per cui nessuno lo aveva mai notato. L’agenzia spaziale europea EUROSEC [ai tempi l’ESA non esisteva, N.d.Dodo] organizza una missione e manda due uomini a esplorare il pianeta: ma, dopo un incidente durante l’atterraggio, il colonnello Ross si ritrova di nuovo all’EUROSEC, interrogato senza sosta sui motivi che l’hanno riportato sulla Terra senza completare la missione. Finché non si rende conto che tutto, intorno a lui, funziona al contrario di come dovrebbe…



Film del 1969 scritto da Gerry e Sylvia Anderson, che poco dopo avrebbero dato vita alla storica serie tv “UFO” (lo stesso Ed Bishop appare in un ruolo minore), “Doppia immagine nello spazio” è una produzione europea – britannica, per l’esattezza – conosciuta nel nostro continente col titolo originale Doppelgänger e oltreoceano come Journey to the far side of the Sun.

Oggi amato da molti fan come pellicola di culto dell’epoca, può essere considerato una summa dell’estetica cinematografica e televisiva sci-fi anni Sessanta: lo stesso vale per i temi trattati e il comparto “scienty” molto camp e fantasioso, sebbene il finale cupo comunichi meno entusiasmo per il progresso e la corsa allo spazio di quanto ci si aspetterebbe dalla fantascienza made in the Sixties.

Volendo dare un giudizio più spassionato, la prima parte si perde in dettagli che hanno poco peso nell’economia della storia, mentre la seconda parte – il cuore della vicenda – è tirata via di fretta, quagliando al volo senza alcuna attenzione non dico alla verosimiglianza, ma almeno alle implicazioni della questione.

Da un punto di vista tecnico gli effetti speciali sono molto ben realizzati per l’epoca, e costumi e scenografie, in virtù dell’effetto vintage, si fanno perdonare quei tipici svarioni anni Sessanta, come la gente del 2069 che indossa gli stessi vestitini colorati e porta le stesse pettinature cotonate di cento anni prima (solo un po’ più colorati e un po’ più cotonate: it’s the future, baby!).

Inserendolo nel continuum del cinema di fantascienza, è davvero impressionante pensare che “Star Wars – Episodio IV” sarebbe uscito solo una manciata di anni dopo: tra questo film e quello di Lucas del ’77 sembrano essere intercorsi almeno vent’anni per quanto riguarda effetti speciali, estetica, caratterizzazione dei personaggi e ethos narrativo. (Insomma, diciamocelo, che mondo sarebbe stato senza il balzo evolutivo di Star Wars?)

Se tiriamo le somme generali, “Doppia immagine nello spazio” non è un capolavoro ed è diventato un cult più per l’affetto dei fan che per effettivi meriti (ho trovato più idee e profondità in moltissimi episodi televisivi della serie classica Star Trek, per intenderci); ma pensare che uscì proprio nel 1969, anno di gloria dell’Apollo 11 e della conquista della Luna, non può che suscitare la dovuta tenerezza.

E ricordate: “Mai dubitare di un calcolatore!”

 

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