LIFE – Recensione

La Stazione Spaziale Internazionale recupera una sonda proveniente da Marte che contiene una cellula extraterrestre dormiente: l’obiettivo è cercare di risvegliarla e capire di cosa si tratta, il tutto a distanza di sicurezza dalla Terra. Ma tutti dimenticano che i marziani sono brutte persone e l’esperimento sfugge presto a ogni controllo.



“Life” (ometto la solita, orribile tagline italiana “Non oltrepassare il limite”, che tra l’altro non c’entra un piffero col film), diretto dal regista cileno-svedese Daniel Espinosa, è ascrivibile al filone del “Nello spazio nessuno può sentirti urlare”, con grandi debiti verso opere classiche fantascientifiche e fanta-horror dalle quali attinge l’intero background. Malgrado queste premesse, però, inaspettatamente l’opera funziona grazie a una regia intelligente, che punta tutto sulla suspense e riesce a tenere viva l’attenzione attraverso colpi di scena ben distribuiti fino all’ultimo minuto di film.

Quasi tutta la struttura poggia su veri e propri topoi del genere, ma invece di essere un limite vengono sfruttati a vantaggio del film, operazione non semplice condotta con intelligenza.

Si inizia con un bel piano-sequenza in media res, ottima trovata che getta subito lo spettatore in un clima di tensione e spaesamento. Dal momento in cui la vicenda prende una piega prevedibilissima (dieci piccoli indiani nello spazio), si sposta il focus sui dettagli, non sul cosa ma sul come (chi morirà, in che modo orribile succederà); il tutto, tra l’altro, con diverse scene piuttosto cruente che raramente oggi ci si concede in un blockbuster fantascientifico. (E mi vergogno ad ammettere che in un paio di occasioni ho chiuso gli occhi 😛 fuck!)

Espinosa è un bravo regista anche per come ha diretto e indirizzato gli attori: è riuscito a fare sembrare credibile Ryan Reynolds, credo che questo dica tutto. Più amorfi Jake Gyllenhaal e Rebecca Ferguson, mentre ho molto apprezzato l’intensa Olga Dihovichnaya nei panni della comandante.

Certo il film non è perfetto: mi chiedo, per esempio, come mai nello spazio sembrino sempre tutti così ansiosi di morire male, o perché debba sempre esserci un personaggio che al momento di defungere sente l’esigenza di recitare una poesia; o, ancora, perché almeno mezzo equipaggio debba avere per forza IL TRAUMA alle spalle; e la sequenza semi-finale è un po’ confusa e francamente noiosa.

Il tutto però viene compensato da un finale che vale da solo la visione del film: anche qui, hanno preso un topos abusatissimo e lo hanno usato a proprio vantaggio, con un tocco di pura cattiveria che mi ha fatto ridere a crepapelle in sala per tutti i titoli di coda (sono una brutta persona, lo so).

In conclusione: un film che poteva essere un disastro assoluto e che invece regala due ore di tensione ben sostenuta. Good job!

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