“Storie della tua vita” di Ted Chiang – Recensione

Fino a qualche mese fa, reperire una copia di “Storie della tua vita”, antologia di racconti di Ted Chiang pubblicata in passato da Frassinelli e Stampa Alternativa, era un’impresa – pardon – fantascientifica. Ho rovistato nei cataloghi digitali di tutte le biblioteche della regione, ho cercato su Amazon e trovato solo copie vecchissime vendute a prezzi stellari. Di e-book neanche a parlarne.

Ted Chiang nel 2011. E ha pure un certo appeal.
Ted Chiang nel 2011. E ha pure un certo appeal.

Poi è arrivato “Arrival” – pardon di nuovo – e finalmente la casa editrice Frassinelli ha deciso di ripubblicare l’antologia con la locandina del film in copertina e un prezzo che mi ha fatto tirare giù qualche divinità ittita (venti euro il cartaceo, dieci l’e-book. Ho capito che è Chiang, però mannaggia a Teshub).

Di Ted Chiang finora avevo letto solo “Il ciclo di vita degli oggetti software”, edito da Delos, un romanzo breve che mi aveva affascinata per molti versi e lasciata un po’ freddina per altri. La grande stima che vedevo in colleghi lettori di fantascienza nei confronti di Chiang mi incuriosiva, con particolare attenzione per “Storia della tua vita” (1998), indicato da tutti come un vero capolavoro della narrativa breve fantascientifica.

All’uscita di “Arrival” (di cui abbiamo già parlato) ho invece notato una massiccia inversione di tendenza, almeno sui gruppi Facebook, e svariate opinioni piuttosto critiche nei confronti dello scrittore americano. Cosa c’è di meglio da fare, in questi casi, che leggere l’opera e formarsi un’opinione propria?

Ho letto i racconti dell’antologia in ordine del tutto casuale, iniziando proprio da “Storia della tua vita” (“Story of your life”, 1998). Che è la storia del primo contatto con una razza aliena, e usa tutto questo per dire molto di più: per parlare del tempo e della sua percezione; per parlare di comunicazione e linguaggio e di come quest’ultimo possa cambiare il modo in cui recepiamo il mondo; per parlare del nostro rapporto con la vita e con la morte, l’inizio e la fine, l’amore e il suo opposto, il distacco. Il tutto attraverso un racconto hard sci-fi scritto con maestria e incredibile umanità. Ecco, qui ho capito perché Chiang ha lasciato tanto il segno.

...ed è anche mancino. Ora si spiega tutto! <3
…ed è anche mancino. Ora si spiega tutto! ❤

Ma non mi soffermo oltre su questo racconto, perché ci ha già pensato Giulia a recensirlo e non credo di avere altro da aggiungere.

Sono poi passata a “L’inferno è l’assenza di Dio” (“Hell is the absence of God”, 2001), in cui l’autore immagina un mondo in cui Dio, gli angeli, l’inferno e il paradiso siano realtà tangibili e strettamente integrate nella quotidianità umana, spesso con esiti tragici. Da qui sviluppa un incrocio di storie drammatiche, narrate con apparente distacco e freddezza, ma che personalmente mi ha dato i brividi e commosso in più di un passaggio. Questo racconto e il precedente sono a mio avviso i migliori della raccolta, due veri gioielli di immenso valore.

“Settantadue lettere” (“Seventy-two letters”, 2000) narra invece di un mondo alternativo in cui l’alchimia si è evoluta come una vera e propria scienza e il leggendario golem è uno strumento attraverso cui generare la vita, con una serie di implicazioni che si svilupperanno insieme alle trovate del protagonista. Il tutto è ambientato in un contesto simil-vittoriano, curato alla perfezione e incredibilmente solido da un punto di vista narrativo.

Qui ho iniziato a comprendere la genialità di Chiang: generare mondi con le loro regole assurde, che lui fa funzionare con la precisione di un orologio. Perché dietro si nota un lavoro di ricerca e documentazione pazzesco, direi nerdico nel senso più affettuoso del termine, e un altrettanto approfondito lavoro di costruzione della struttura narrativa, che cambia di volta in volta e passa anche attraverso percorsi sperimentali.

Come accade, per esempio, in “Il piacere di ciò che vedi: un documentario” (“Liking what you see: a documentary”, 2002). Come da titolo, il racconto è strutturato come se fosse un documentario, con voci diverse che riportano la loro storia, la loro posizione e le loro vedute sull’argomento trattato: la bellezza. Recitava il titolo di un episodio di Star Trek: “Is there in truth no beauty?“, tradotto in italiano: “La verità è bellezza?”. Cos’è la bellezza, qual è il suo vero scopo, e quale fine ultimo nasconde? Il lungo ragionamento di Chiang passa attraverso la calliagnosia, disturbo cognitivo che nel racconto colpisce moltissime persone e impedisce loro di distinguere la bellezza fisica. La calliagnosia può essere innata, e può essere anche “spenta” e “accesa” grazie alla moderna scienza. Chiang utilizza la fittizia discussione sull’utilità sociale della calliagnosia per andare a centrare un punto fondamentale, rivelato pian piano, e inquietante nella misura in cui ne siamo tutti vittime più o meno consapevoli.

Chiang con Paolo Bacigalupi
Chiang con Paolo Bacigalupi

In “L’evoluzione della scienza umana” (“The evolution of human science”, 2000) scrive l’immaginario editoriale di una rivista scientifica nell’era dei metaumani, geneticamente modificati per essere più intelligenti. Su cosa deve concentrarsi la scienza umana per continuare ad avere un senso? Qui il livello è francamente più basso rispetto agli altri racconti, una sorta di esercizio di stile, o meglio quello che chiamerei “esercizio di contenuti”. Più che un racconto, un piccolo trattato a tema, privo di un vero e proprio comparto narrativo.

In “Divisione per zero” (“Division by zero”, 1991″) racconta, attraverso un tema hard sci-fi (la dimostrazione che la matematica è incoerente), l’implosione di un matrimonio e della sanità mentale di una scienziata. È un racconto più vecchio rispetto agli altri e personalmente, pur avendo apprezzato il mix di dramma umano e matematico, l’ho trovato abbastanza freddo – caratteristica ricorrente in Chiang, ma che qui ho percepito a un paio di gradi in meno.

In “Capisci” (“Understand”, 1991) un uomo vede aumentare esponenzialmente la propria intelligenza in seguito a una cura prodigiosa dopo un incidente. Qui c’è un grosso limite secondo me, non tanto nella struttura e nella progressione degli eventi, perché Chiang è sempre efficientissimo; ma sul tema credo abbia già detto così tanto “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes che è impossibile non paragonare i due modi di affrontarlo, con netto svantaggio di Chiang.

Concludo con quello che in realtà è il primo racconto dell’antologia: “Torre di Babilonia” (“Tower of Babylon”, 1990). Mi hanno detto che il racconto ha un grande debito verso un’opera di Clarke che però non ho letto, per cui mi baso sul testo in sé: una suggestiva rielaborazione del mito della caverna di Platone, con un finale magari scontato ma interessante.

Come antologia, “Storie della tua vita” è paradossalmente penalizzata dal fatto che uno dei suoi racconti (“Storia della tua vita”, appunto) è talmente bello che, accanto a lui, tutto il resto non potrà mai sembrare all’altezza. In realtà la raccolta rivela bene l’intelligenza, la sensibilità e la grande perizia di Chiang, a volte più efficace e a volte meno, ma vojo di’, è un essere umano pure lui.

Senza contare che “Tower of Babylon” a quanto leggo è il suo racconto d’esordio, e che quasi tutti gli altri li ha scritti a neanche trent’anni. Direi che merita in pieno le mille sperticate lodi che gli vengono tributate in ogni dove, perché, come cantava il Genio di Aladdin, “è un’altra categoria”.

 

 

 

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