Milena Debenedetti: il maschilismo si annida nei dettagli

Riprendiamo un discorso iniziato nel post di qualche settimana fa.
In La fantascienza delle donne italiane e poi nel resoconto La fantascienza è delle donne, stiamo cercando di aprire un dibattito sul tema della fantascienza delle donne.

L’autrice Milena Debenedetti è intervenuta sul tema nel post “O ti ghettizzi o ti ghettizzano“, ospitato (come i nostri) nella Bottega del Barbieri.
L’abbiamo contattata e le abbiamo chiesto di approfondire e di raccontarci la sua esperienza personale: quella di autrice di fantascienza, di scrittrice tu cur, di femminista, in questi anni di scrittura e partecipazione.
Eccola. Buona lettura.

Il maschilismo si annida nei dettagli

di Milena Debenedetti

Fantascienza, donne, maschilismo. Negli ultimi tempi sono stata sollecitata a commentare sull’argomento, stimolata da articoli e convegni.

Ora ci ho preso gusto, e dopo, diciamo, trent’anni di silenzio e onesta militanza, mi fa piacere raccontare qualche aneddoto significativo; più che disquisire e spiegare, cosa che probabilmente lascia il tempo che trova e ciascuno  sulle sue,  oltre a richiedere, magari, competenze più ampie delle mie.
Aneddoti senza pretese, eh… solo piccole esperienze.

L’inizio

Ho iniziato a leggere fantascienza quando ero bambina, negli anni ’60,  su ispirazione di mio padre e della sua vasta biblioteca di Urania. Mi sono appassionata subito a questa letteratura di immaginazione e idee.
Con qualche sofferenza “di genere”, però, perché a meno di immedesimarmi nel protagonista maschile delle storie,  facevo fatica a trovare il giusto grado di coinvolgimento.

Il carattere prettamente maschile del genere fantascienza, almeno alle origini, deriva dal suo essere letteratura preferita, come scrittori o lettori,  da adolescenti maschi amanti della scienza, nerd ante litteram,  sognatori e introversi. Da cui, l’esigenza dell’eroe, le donne come contorno idealizzato, e quant’altro.

Una letteratura caratterizzata, insomma, e a braccetto col pulp.  Col tempo, ovvio, si è evoluta e differenziata in mille rivoli, ma certi aspetti sono duri a morire e l’imprinting resta. In qualche caso, ben più di quanto dovrebbe.

La scrittura e la rete

Dall’adolescenza in poi ho iniziato pure a scriverne, di fantascienza.  Dopo vari tentativi di romanzi molto acerbi, ho trovato spazio coi racconti, vincendo diversi concorsi e pubblicando, in rete e in antologie di vari autori.

Ecco, “in rete” è importante: la vera svolta, per me, la possibilità di interagire compiutamente, è iniziata con internet; da cui poi le mailing list, la partecipazione ai convegni con l’emozione di conoscere di persona le facce dietro i nickname. Soprattutto, quella bella esperienza che era ed è tuttora il sito fantascienza.com, con tutto quello che ne è conseguito, come le iniziative Delos.

La rete, come ben sa Zuckerberg,  è il paradiso dei nerd asociali, compreso chi è nato troppo presto come me. Il fatto di potersi presentare con quel che scrivi e che pensi, prima ancora che con un corpo e una faccia, fa sì che l’altro sia portato a giudicare il tuo essere, la tua essenza, prima che la tua apparenza, l’età, il sesso eccetera, e abbatte molte barriere di pregiudizio e timidezza. E con una sorta di apertura e cameratismo tipici degli ambienti più piccoli e “sfortunati”, che supera il genere sessuale di appartenenza. Insomma, un ambiente stimolante e piacevole, che in qualche modo si era inserito come sovrastruttura positiva sul precedente substrato un po’ ingessato.

Ho sempre potuto collaborare alle iniziative, dialogare, scherzare, incontrare virtualmente e fisicamente tante persone capaci di arricchirmi di nuove idee ed esperienze. Tanto che poi ti abitui così, ed è uno shock tornare al mondo reale con tutti i suoi iperpregiudizi e l’esasperazione dei sessi.

Femminismo, classificazione, ghetto

Una parentesi. Sono sempre stata femminista, fin dagli anni ’70,  e non ho mai smesso di esserlo, ma a modo mio. Ho una certa allergia per i ghetti, anche quando sono recinti protetti, per le quote rosa, per la valorizzazione dei generi in quanto tali, per le classificazioni rigide, per il boldrinismo di stretta osservanza.

Detesto le forzature politically correct, e una storia forzatamente al femminile idealizzato e non plausibile mi irrita quanto la sua controparte di genere.

Mi piace battermi ad armi pari, a scuola come nella vita, e sconfiggere il pregiudizio coi fatti.

Non partecipo volentieri ad antologie “al femminile”, a meno che non ci sia un buon progetto dietro, che non sia solo diamo voce all’altra metà del cielo in quanto tale.

Al contrario, quando ho partecipato ad antologie di racconti, essendo quasi sempre l’unica donna (di recente le cose sono migliorate, siamo anche due magari), invariabilmente la cosa veniva fatta notare da qualcuno, e riceveva spiegazioni da altri. Paternalistiche.

Un giorno un amico, un collega di lavoro,  mi ha fissato a lungo con occhi a uovo fritto per lo stupore, perché  in una antologia di racconti da edicola,  una delle due mitiche antologie “i mondi di Delos” , aveva trovato anche me, e per di più con un racconto di fs militare.

Ecco, per me quando non ci sarà più bisogno di parlare di  fs femminile vs maschile,  sarà un buon giorno.  Mi spingo oltre, (benché queste mie idee sacrileghe e minoritarie mi abbiano causato anatemi da varie persone tutte le volte che ne ho accennato):  quando si parlerà solo di letteratura di immaginazione,  dividendola magari in sottogeneri, fantastico puro, speculazione scientifica, filosofia, sociale eccetera, senza barriere rigide e precostituite…  per me sarà solo un gran passo avanti, per la libertà di chi scrive e per allargare l’esigua platea di chi legge.

Pregiudizi inconsapevoli

Pur nell’ambiente senz’altro positivo che descrivevo sopra,  a volte ho dovuto fronteggiare retaggi di pregiudizio, anche quando meno me l’aspettavo,  anche da parte di persone che, in buona fede, avrebbero giurato e spergiurato di non averne. E a dirla tutta, quando si arriva al dunque, al sodo, spesso sono quelli a prevalere.

A volte mi sono sentita giudicata non come autore in generale, ma in quanto donna, scrittrice. Spesso nelle recensioni: dove, se anche avessi descritto uno sbudellamento nei dettagli iperrealistici, qualcuno avrebbe senz’altro detto di vedervi la tipica sensibilità e delicatezza femminile.

Di recente ho sentito criticare un dibattito fra donne sulla fs femminile, dicendo che,  se sentivano il bisogno di dibatterne fra loro, erano loro stesse che creavano il problema.

Direi che questo fa il paio con le infinite volte che ho visto e letto di uomini che dibattevano fra loro all’infinito sul perché poche donne leggano o scrivano fs, senza chiedere peraltro alle dirette interessate il loro parere.

Ecco, sono i dettagli che colpiscono di più. E di dettagli vorrei parlare, con tre piccoli esempi.

1 . L’aggettivo

Scrivo una storia, fs militare.  Protagonista è un uomo, un soldato in crisi, fra visioni e dubbi: incontra una controparte femminile che crede reale, mentre è solo una proiezione.  L’editor a cui la mostro mi dice: perché non la rovesci? Perché non metti una protagonista donna, in cui ti sia più facile immedesimarti?
Già questa affermazione mi appare discutibile, (lo avrebbe chiesto a un uomo che scriva con protagonista donna?) ma potrebbe anche essere presa in positivo, come tentativo di originalità, e avere un suo perché. Io non sono gelosa delle mie storie, accetto l’editing di buon grado.

Quindi lo faccio: riscrivo. Al momento della correzione per la pubblicazione, mi accorgo che l’editor, di sua iniziativa, ha cambiato una parola: un aggettivo. Un singolo aggettivo, ma che modifica completamente il significato.
La figura-proiezione, che in questo caso, rovesciando il racconto, è un uomo, sta per affrontare il nemico, soverchiante, in una battaglia che sa sarà l’ultima.
Io lo avevo descritto come sgomento, consapevole, giustamente angosciato.
L’editor me lo cambia dotandolo di uno sguardo “determinato”.  Insomma, baldo e virile fino in fondo. Ho cancellato la correzione. Lui me l’ha rimessa.

Pareva brutto far vedere uno che è uomo, ma non è un eroe, è stanco, ha paura, sa di essere alla fine? Per me non migliorava il racconto, non era in carattere con lo spirito della storia e  la rendeva solo più stereotipata.

2. Un piccolo delirio

Faccio parte della giuria finale per un concorso di racconti.
Vince una donna, una autrice che di solito stimo parecchio, ma che in quel racconto non mi aveva colpita particolarmente. Analizzando i voti dei giurati,  quasi tutti l’hanno messa al primo posto, tranne due: io e l’altra donna in giuria.

Ai giurati erano noti solo i titoli, non i nomi né tanto meno il genere degli scrittori, non era certo un dato statistico, e neppure significativo. Il nostro doppio no quindi fu un caso, dovuto a  semplici gusti personali che casualmente coincidevano.

Ebbene, uno degli altri giurati, al momento di consegnare i premi, si è lanciato in un ipotetico spiegone,  arbitrario, superfluo e campato per aria, sul perché i racconti scritti da donne non piacciano alle altre donne. E non parlava solo di giudizi di gusto: insinuava in qualche modo una minore capacità, da parte delle donne, di giudicare obiettivamente, una qualche inferiorità da inesperienza. Leggasi pure: il nostro giudizio è  quello che conta, siete voi che non capite, siete ancora immature sul genere.

Io e l’altra giurata abbiamo protestato per questa assurdità intrinseca, sentendoci denigrate. Ne è nata una polemica: dove noi facevamo la parte delle isteriche esagerate, e gli offesi erano pure gli organizzatori. Ecco.

3. Le donne scrivono di sentimenti?

Non ho pretese statistiche, sarà pure un caso e basta, però mi ha colpito una cosa: in diverse antologie a cui ho partecipato,  in racconti che arrivavano sì e no a una trentina di pagine,  la maggior parte degli autori uomini riusciva a inserire nella storia, fosse a carattere di thriller, speculativa o semplicemente d’ambientazione, un protagonista sofferente oltre misura, romanticismi decadenti d’antan,  e una storia d’amore ossessiva, idealizzata, angosciante. Preferibilmente per donna più bella e più  giovane. Magari morta.

Per quanto mi riguarda, nei racconti brevi fs non ho la tendenza a parlare d’amore, tutt’altro. Mi viene da essere più concreta, raccontare una storia con un concetto.  Nel racconto, a meno che non sia proprio parte dell’idea di base, l’amore non mi pare così fondamentale e imprescindibile.

Certo, gli aneddoti lasciano il tempo che trovano. Sono storielle e non si possono generalizzare.

Ma sono comunque cose che sono successe. A me.
Per questo le volevo raccontare.

alicethedodo-johntenniel
… il dodo ringrazia!
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2 thoughts on “Milena Debenedetti: il maschilismo si annida nei dettagli

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