Victor – La storia segreta del dottor Frankenstein – Recensione

Ennesima rilettura del capolavoro di Mary Shelley (e, ricordiamolo, primo romanzo di fantascienza propriamente detta), “Victor Frankenstein” (perché in Italia dobbiamo tradurre in modo così lungo e complicato titoli tanto semplici?) cambia il punto di vista della storia spostandolo sull’assistente del celebre scienziato, voce narrante del film.

Un gobbo schiavizzato come pagliaccio in un circo (che poi andrà ad assumere una nota identità, anche se in modo diverso da come lo immaginiamo) viene liberato dal giovane Victor Frankenstein, personalità dirompente che snobba la facoltà di medicina per seguire un oscuro progetto personale. Grazie alla sua genuina passione per l’anatomia, e alle competenze acquisite studiando di notte fra uno spettacolo e l’altro, il mite gobbo è l’assistente ideale e si presta volentieri ad aiutare il suo benefattore. Ma – complice la follia crescente di Victor e l’ossessione religiosa di un agente di Scotland Yard che gli sta alle costole – presto inizierà a domandarsi dove sia il confine tra scienza ed etica.

Le redini del progetto sono state date a Paul McGuigan, regista già rodato al cinema (“The acid house”, “Slevin – Patto criminale”), mentre la sceneggiatura è stata curata da Max Landis, che si era fatto conoscere con escursioni nella fantascienza (“Chronicle”) e nell’horror (un episodio della famosa serie “Masters of horror”).

Come spesso accade per mega-produzioni in cui registi e sceneggiatori sono poco più che impiegati assunti allo scopo, manca quel guizzo autoriale e personale necessario a infondere la vita (perdonatemi il parallelismo) in tematiche già esplorate ma sempre basilari come la bioetica, il rapporto tra morale e scienza e il disperato tentativo umano di sovvertire l’ordine naturale per liberarsi del grande senso di colpa che porta con sé la morte. Temi insiti nel DNA stesso della parabola di Mary Shelley, se pensiamo che la scrittrice rielaborò in parte il lutto per la perdita della figlia neonata attraverso la figura dello scienziato che crea la vita e poi la distrugge.

Se questi temi non saranno mai troppo abusati, lo sono per quanto riguarda la storia di Victor Frankenstein: una sceneggiatura più adulta e sottile, unita a una regia più coraggiosa e meno da manuale, avrebbero potuto ovviare al problema. Purtroppo ciò non accade e la ricerca dell’originalità viene lasciata interamente in mano agli attori, che fanno ciò che possono con ciò che hanno a disposizione. James McAvoy cerca di ritrarre un Victor Frankenstein borderline e tormentato, ma – malgrado non pecchi di mestiere – scade nel già visto e un pelo gigioneggiante. Daniel Radcliffe, ormai vicino alla trentina, si dimostra un attore maturo e finalmente libero dallo spettro di Harry Potter: riesce a portare un po’ di freschezza nella storia, ma solo a tratti.

“SI… PUÒ… FAREEEEE!” (oops, wrong movie)

Entrambi i personaggi (e aggiungo anche Roderick Turpin, a cui presta il volto Andrew Scott, il Moriarty di “Sherlock”) sono poco più che bidimensionali, privi di sfaccettature e di una reale profondità. Il dolore alla base delle disperate azioni dei protagonisti è urlato, annunciato, ma mai mostrato davvero; ci viene raccontato e dobbiamo crederci “perché sì”, senza mai riuscire a toccarlo sotto la patina. Solo Radcliffe riesce per qualche istante nel tentativo, ma il percorso del suo personaggio lo porta presto a focalizzarsi su altro (probabilmente più appetibile per il pubblico).

La confezione è senza dubbio bella: una Londra vittoriana già vista, ma sempre affascinante, che strizza l’occhio – come gran parte del film – allo “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie; un’estetica vagamente steampunk; una bella fotografia, affidata a Fabian Wagner (che ha già lavorato a diversi episodi di “Game of thrones” e che vedremo all’opera in “Justice league” nel 2017). Ma sotto la confezione non c’è sostanza: un tentativo malriuscito di dire qualcosa di nuovo su Frankenstein senza avere davvero qualcosa di nuovo da dire.

 

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