Stranger Things, gli anni Ottanta e tutto quanto

Ha debuttato lo scorso 15 luglio la serie tv “Stranger Things”, ideata dai Duffer Brothers (Matt e Ross) per la piattaforma Netflix, che si è conclusa con i primi otto episodi in attesa di una seconda stagione nel 2017.

Immaginate Stephen King che incontra X-Files che incontra Carpenter che incontra Spielberg. Sembra una gran figata, vero? E infatti lo è. Immediatamente amata da chiunque sia rimasto sotto gli anni Ottanta, “Stranger Things” sfodera un irresistibile mix di omaggi alla cultura popolare dell’epoca, una sceneggiatura impeccabile e un cast azzeccatissimo, a partire dalla rediviva Winona Ryder, da tempo dimenticata dal cinema e ora passata – come sembra sia di moda a Hollywood anche tra gli attori più popolari – al piccolo schermo.

Sinossi: 1983, una cittadina immaginaria dell’Indiana, Hawkins. La vita di quattro dodicenni scorre tranquilla fra giochi di ruolo e corse in bicicletta, finché uno di loro non scompare nel nulla, turbando equilibri familiari e cittadini. Mentre la madre del ragazzo cerca disperatamente la verità e il rude sceriffo locale fa del suo meglio per aiutarla, appare una misteriosa ragazzina dai capelli rasati, dotata di quelli che sembrano poteri paranormali.

Già nell’aprile 2015 i Duffer Brothers avevano annunciato che la serie in lavorazione (al tempo dal titolo provvisorio di “Montauk”) era “a love letter to the ’80s classics that captivated a generation” (“una lettera d’amore verso i classici degli anni Ottanta che hanno affascinato una generazione”). Netflix aveva commissionato otto episodi di un’ora l’uno e l’opera sarebbe stata autoconclusiva (cosa che in un certo senso è, anche se è in arrivo una nuova stagione).

La lettera d’amore è decisamente arrivata a destinazione. Qualunque amante degli anni Ottanta non faticherà a scovare i mille omaggi, citazioni e riferimenti disseminati nell’arco degli otto episodi, a partire dal font “kinghiano” dei titoli di testa. La sigla iniziale synth elettronica è stata realizzata da Michael Stein e Kyle Dixon, che hanno composto anche tutti i brani originali presenti nel telefilm. E già quella vale la visione dell’intera serie.

Ma “Stranger Things” non è solo un prodotto fanta-horror per giovani dinosauri mai usciti dagli anni Ottanta: è una serie che utilizza un background definito e l’arte del citazionismo per mettere in scena una storia coerente, ben strutturata, ben scritta e ben recitata. Un’opera che può essere apprezzata da tutti, anche da un pubblico più eterogeneo, che magari potrà scoprire quel background proprio grazie ai mille riferimenti meta-filmici.

A trainare il cast c’è la già citata Winona Ryder, attrice-icona di cinema cult degli anni ’80/’90, affiancata da David Harbour (di recente apparso in “Suicide Squad”) nei panni dello sceriffo Hopper. Tra i giovani protagonisti spicca la bravissima Millie Bobby Brown (Eleven/Elle), uno scricciolo di diciotto chili capace di suscitare tenerezza e terrore al tempo stesso con un solo sguardo.

Le molte storyline di “Stranger Things” (che portano tutte nella stessa… dimensione) si dipanano fra i tre segmenti generazionali che animano la storia: gli adulti, alle prese con investigazioni e intrighi che ricordano un po’ “X-Files”, un po’ “Fenomeni paranormali incontrollabili”; i bambini, sconvolti dall’irrompere della tragedia e capaci di trasformarla in una fiaba dark di mondi paralleli e demogorgoni da sconfiggere; gli adolescenti, incarnati dal trio Jonathan/Nancy/Steve (lo sfigato, la studentessa modello, il bullo dal cuore d’oro), che rimandano ovviamente ai teenager protagonisti delle pellicole horror anni Ottanta. Dal lato opposto della barricata troviamo un glaciale e subdolo Matthew Modine, anche lui preso in prestito dal cinema dopo qualche anno di assenza.

Ultima menzione per il mostro dell’Upside-down, la cui realizzazione è stata affidata alla Spectral Motion (che aveva già curato, per intenderci, i film di Guillermo del Toro e le loro inquietanti bestiacce). Per restare legati agli anni Ottanta senza rinunciare alle moderne tecnologie, l’animazione in computer grafica è stata accompagnata dalle più classiche tecniche animatroniche, che unite al particolare design della creatura hanno dato vita a un essere decisamente agghiacciante (per me che ho la fobia delle piante carnivore è stato senza dubbio efficace. Muori, maledetto schifo!).

Gli anni Ottanta sono una scelta azzeccata (oltre che per l’ovvio effetto-dipendenza su tutti noi milioni di nostalgici) anche dal punto di vista della narrazione di genere: furono gli anni d’oro del fanta-horror, di storie di cospirazioni ed eroi improvvisati, di un mondo ancora diviso dalla Guerra Fredda, di inquietanti teorie fantaspionistiche legate all’immaginario su droghe ed esperimenti psicologici del decennio precedente. Un plauso anche ai costumisti, che hanno saputo finalmente creare una riproduzione credibile dell’abbigliamento dell’epoca. (Se proprio devo muovere una critica, su trucco e parrucco invece si poteva fare meglio.)

Il mix esplosivo delle meraviglie finora elencate ha dato vita a una delle serie tv più entusiasmanti (nel senso genuinamente cult e nerdico del termine) che abbiamo visto e che forse vedremo mai: non resta che attendere la seconda stagione, che – stando alle anticipazioni dei Duffer – sarà ambientata nel 1984 e avrà atmosfere ancora più dark. A tutti quelli che l’hanno amata, gioiamo insieme! A tutti quelli che non l’hanno ancora vista, che state aspettando?

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