Alan D. Altieri e la guerra del futuro

Venerdì sera il dodo è uscito di nuovo: un raid a Senago, nell’hinterland milanese, per ascoltare Sergio “Alan D.” Altieri in un incontro con l’autore organizzato dalla biblioteca comunale.

altieri-locandina Altieri lo avevo, anzi avevamo, già incontrato il dodo al completo: Elena e io abbiamo avuto il piacere di suoi commenti ai nostri racconti in “Oltre Venere”, nel corso della presentazione torinese del libro, tenutasi al MuFant venerdì 9 ottobre. Ci aveva colpito, oltre all’indiscussa capacità oratoria e interlocutoria di Altieri, anche la sua grande professionalità: aveva letto tutti i racconti del libro, si era appuntato delle note,  nonostante non sapesse che noi avremmo partecipato aveva ben presente i racconti. Ha proposto interpretazioni profonde, alcune oltre le nostre stesse intenzioni. Segno che quando un racconto viene pubblicato va per la sua strada, e se poggia su basi ben costruite può prestarsi a letture nuove, inedite, impensate. Il bello di scrivere e di leggere è anche questo!

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Museo della Fantascienza di Torino, 9 ottobre 2016: “Oltre Venere”. Foto di Paolo S. Cavazza

Nell’incontro di questo venerdì, Altieri non ha deluso le aspettative e ha confermato la mia idea di un professionista della scrittura che non è solo autore (e traduttore), ma conosce i meccanismi editoriali e li vive con abilità, presenza di spirito e distacco. Non in senso negativo: sentirsi traditi per una virgola spostata e/o vilipesi per uno pseudonimo scelto al volo può portare un  autore sensibile ad allontanarsi, litigare, mollare e andare a ingrossare le fila dei “in questo paese la cultura non”. Ne abbiamo conosciuti tanti. Ovviamente per arrivare al livello di Altieri ci vuole ben altra pasta.

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Alan D. Altieri, Roberto Mauri, Maria Grazia De Ponti. Foto del dodo

L’incontro è stato introdotto dall’Assessora alla Cultura di Senago Maria Grazia De Ponti. Sempre gradito vedere una persona delle Istituzioni interessata e trainante. Un funzionario della biblioteca di Senago, Roberto Mauri, ha moderato l’incontro. Un po’ per modo di dire: dopo una prima parte della serata simpatica, con scambi e assist, è praticamente collassato sulla sedia e ha dato segni di vita giusto quando Altieri ha detto “va beh, andiamo a casa!”.

Mauri: Tu, Sergio, sei un autore di nicchia.

Altieri: Iniziamo bene!

Prima di cominciare, primo applauso proposto da Altieri ai “veri eroi”: noi astanti, lì presenti all’ascolto, e in generale noi lettori senza i quali “gli autori non esistono”. E anche la captatio benevolentiae l’abbiamo brillantemente portata a casa!

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Altieri a Senago, foto dalla sua pagina FB

È stato bello ascoltare gli inizi di Altieri dal sé medesimo. La scelta dello pseudonimo, che per un esordio noir suonava meglio in americano e doveva comunque stare in un certo modo nella composizione della copertina (fosse stata di un altro tipo, avremmo avuto, non so, Ebenizer D. Altieri!) e la gioia  per essere stato a capo di importanti collane da edicola Mondadori, una delle quali, la “Segretissimo”, la leggeva anche da piccolo, andando a pescare i volumi dalla biblioteca di sua nonna.
Ma che nonna aveva Altieri, Anna Kulishoff?

Doveva starci lì in mezzo!
Doveva entrare lì in mezzo!

(Anche io sono stata, da piccina, una lettrice di Altieri. Di Sniper, il secondo ciclo di Altieri, e ricordarmelo lì, all’improvviso, mentre lo ascoltavo, è stato un coupe de theatre per il mio lato tenero. Sua nonna era tosta ma anche mio padre se la comandava.)

Altieri ha parlato poi della sua scrittura, dei temi caldi che tornano nei suoi libri, dove principalmente mette in scena una cosa:

lo scontro contro un potere gigantesco, e per definizione infame, che come un’entità maligna vive per perpetuare se stessa, e dove il meglio che ci può capitare è sopravvivere.
Alzi la mano chi crede che il potere sia infame!

Colpo di scena: non tutti hanno alzato la mano.

I racconti di Altieri si sono poi concentrati su alcuni temi principali, anche su richiesta del moderatore e su sollecitazione del pubblico.

Ci ha raccontato qualcosa della sua esperienza americana: quindici anni passati negli Stati Uniti, facendo mille lavori, scrivendo sceneggiature per il cinema e vivendo a contatto con il pazzo pazzo mondo hollywoodiano. Di questo aveva parlato anche in quei di Torino, nel corso della cena svoltasi dopo la presentazione al MuFant, raccontandoci episodi e personaggi da far drizzare le piume in dorso a qualsiasi dodo.

img-20161024-wa0003Interessanti i numeri da lui forniti, che possono essere uno spunto di riflessione per qualsiasi autore sogni in grande.

A Hollywood esistono tre grandi sindacati con cui l’industria cinematografica (le tre major principali) deve fare i conti: il sindacato degli scrittori, che conta il 75% di disoccupazione cronica tra i suoi iscritti; il sindacato registi, che ha l’85% di disoccupati cronici; il sindacato attori, che vince con il 92% di percentuale di chi è a spasso sempre. Anche parlando di idee e loro realizzazione, c’è una tragica discrepanza tra l’ipotizzato e il realizzato: trentamila titoli (idee, concept, sintesi, descrizioni di sceneggiature) registrati come idee, contro cinquecento effettive produzioni l’anno. E una menzione agli sceneggiatori: l’industria del cinema non garantisce longevità professionale, anzi: se ti fai dieci anni sei già un veterano.

Dopo questa parentesi pittoresca e orrorifica, torniamo alla scrittura e alle nostre parti. Altieri è stato il traduttore dei due meridiani Mondadori dedicati a Dashiel Hammett e Raymond Chandler, i due padri dell’hard boiled. Ha raccontato di quanto sia stato difficile farlo, e di come “Piombo e sangue” di Hammett sia stata in assoluto l’impresa traduttiva e redazionale più difficile. Almeno, ha ottenuto da Mondadori di poter mettere ogni tanto un punto anche dove nell’originale non c’era: spezzando così gli interminabili periodi di trenta righe di Hammett e dando anche al lettore italiano qualche piccolo aiuto.
(Questo potrebbe far inorridire chi veda il ruolo del traduttore come mero trasferitore di parole, una specie di povero sherpa linguistico: mentre è perfettamente ammissibile, anzi, è augurabile che il traduttore si faccia davvero carico del senso del testo, e lo porti nella seconda lingua tenendo conto della sua frubilità per il pubblico di arrivo.)

“Piombo e sangue”: una storia complessa e insceneggiabile, secondo Altieri, perché sposta in continuazione il baricentro dell’intreccio.

Dopo la traduzione, ancora la scrittura: più persone del pubblico hanno chiesto di Magdeburg,  il ciclo “hard boiled” su sfondo storico reso con un linguaggio moderno e con un’attenzione certosina alla storia di Magdeburgo, città che fu distrutta più volte, l’ultima delle quali nel 1945: gli alleati ci hanno fatto le prove generali di Dresda, così, per essere sicuri di farla bene, ‘sta distruzione urbana. “Così è la vita”, direbbe qualcuno.

Nel 1631, Magdeburgo subì un pesante assedio, nel contesto allucinante della Guerra dei Trent’anni: un macello tutto europeo nel quale hanno luogo anche le storie di D’Artagnan e dei nostri Renzo e Lucia. La competenza di Altieri mi ha fatto venire voglia di leggere Magdeburg: messo in lista.

altieri-magdeburgL’ultima parte della serata è stata tutta per Terminal War, il nuovo ciclo di sci-fi militare del quale è uscito il primo capitolo, Jugernaut, e che ne avrà altri tre: Magellan, Maelstrom e la conclusione di tutto (della quale non ho sentito il titolo).

Juggernaut 14,2x21_Layout 1La storia di Terminal War inizia a un paio di secoli da oggi, e qui scatta l’insegnamento del maestro:

mai mettere date precise nei vostri testi, o rischiate di doverle poi ricorreggere.

In un mondo dominato da mega città, divise tra zone ricche e inferni poveri, l’uomo ha trovato il segreto del motore che supera la velocità della luce, grazie alla fantastica “propulsione a distorsione del continuum”. E lo usa per una esplorazione scriteriata: andare verso la fonte dei primi messaggi extraterrestri arrivatici dallo spazio profondo.

Pessima idea.

Tra viaggi interstellari, armamenti dei futuro ma che fanno comunque pum (perché “ci piace sentire il botto”), meganavi con microequipaggi e una visione del genere umano comunque catastrofale, l’umanità arriverà a fronteggiare il suo nemico definitivo. Che ovviamente Altieri non spoilera, limitandosi a descrivere l’effetto che cerca, quello che dovremo ritrovarci a pensare una volta scoperto:

No… tutto ma non questo!

Ma è giusto, si chiede Altieri in chiusura, parlare di pessimismo? Non sarebbe più appropriato dirci realisti, nel momento in cui dobbiamo ammettere di non aver vissuto un solo giorno della nostra vita senza che da qualche parte del mondo non sentissimo di una guerra?

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Altieri a Stranimondi

Da questo punto di vista, chi scrive fantascienza ha l’onere di tenere gli occhi aperti, per cogliere nelle brutture di oggi gli orrori di domani, nei garbugli di oggi le storie di domani.

La guerra non è fatta per essere vinta, ma per continuare. Non lo dico io, lo dice Orwell.

E per chi scrive fantascienza militare ce n’è davvero a volontà. Siamo in una condizione di brinkmanship, ovvero dell’arte scellerata di arrivare sull’orlo del precipizio e vedere cosa tiri fuori da lì. Tra urbanizzazione selvaggia, armamenti sempre più pericolosi, bilanci stellari di spese militari e guerre che coinvolgono in misura sempre maggiore i civili (l’ultima guerra di eserciti, ci ricorda Altieri, è stata la Prima Guerra Mondiale. E stavano pure fermi) le guerre di domani saranno sempre più cruente e surreali, e l’unico vero nemico da bombardare sarà solo uno. Questo.

Dove combatteranno la guerra di domani? Fuori da questa stanza. Benvenuti nel futuro.

Dopo questa nota gaia, la serata si è conclusa con un applauso liberatorio, prima di rituffarci di nuovo in una distopica Senago vuota e battuta dalla pioggia.

Rimane il piacere di aver partecipato a un bell’incontro serale, e di aver ascoltato un vero maestro: di scrittura, di lettura, di oratoria, che ha condiviso la sua enorme esperienza con il pubblico e l’ha fatto in modo brillante e coinvolgente. Che non è proprio da tutti!

[Ciliegina sulla torta: in biblioteca erano esposte le splendide tavole di Gigi Cavenago per Dylan Dog. Chiunque conosca le vicende dell’Indagatore dell’Incubo non potrà non commuoversi vedendo questi meravigliosi abbracci con Morgana!]

E non finisce qui: venerdì 18 novembre Altieri torna, ma tra il pubblico: ad asoltare Nicoletta Vallorani, altra maestra di SF e di pensiero, e a parlare insieme di ecologia e visioni future.

Il dodo non mancherà, per adesso è tutto, andate in biblioteca e venite a Senago, a voi studio!

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Stranger Things, gli anni Ottanta e tutto quanto

Ha debuttato lo scorso 15 luglio la serie tv “Stranger Things”, ideata dai Duffer Brothers (Matt e Ross) per la piattaforma Netflix, che si è conclusa con i primi otto episodi in attesa di una seconda stagione nel 2017.

Immaginate Stephen King che incontra X-Files che incontra Carpenter che incontra Spielberg. Sembra una gran figata, vero? E infatti lo è. Immediatamente amata da chiunque sia rimasto sotto gli anni Ottanta, “Stranger Things” sfodera un irresistibile mix di omaggi alla cultura popolare dell’epoca, una sceneggiatura impeccabile e un cast azzeccatissimo, a partire dalla rediviva Winona Ryder, da tempo dimenticata dal cinema e ora passata – come sembra sia di moda a Hollywood anche tra gli attori più popolari – al piccolo schermo.

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La fantascienza è delle donne – Panel, Stranimondi 2016

“La fantascienza è delle donne” ha avuto luogo domenica 16 ottobre 2016 alle ore 11:00, nell’ambito della convention Stranimondi, a Milano.

Le relatrici: Giulia Iannuzzi (critica), Chiara Reali (traduttrice di) Tricia Sullivan (autrice), Emanuela Valentini (autrice), Nicoletta Vallorani (autrice, docente, moderatrice).

Quella che segue è né  più né meno che la relazione dell’incontro, un resoconto: X ha detto A, Y ha detto B.  Mi propongo di restituire in modo più fedele possibile a chi non c’era una serie di contenuti, tanti, buoni, così come sono stati espressi, sperando di non aver dimenticato troppo. Sono arrivata quando l’incontro era già in corso da un paio di minuti, quindi i miei appunti hanno un bello spazio bianco dove dovrebbero esserci saluti & premesse.

La sala comunque era bella piena, solo posti in piedi. Cominciamo.panel-sf-donne


Tricia Sullivan, interpellata da Nicoletta Vallorani, parla del suo esordio e dei suoi primi anni: tra le difficoltà da lei incontrate in veste di autrice donna, ne evidenzia una in particolare: la mancanza di mentoresse (o mentori donne), di figure di autrici più anziane che potessero guidarla, tenerla sotto un’ala protettrice, anche solo confrontarsi con lei in questo ambito.

Sei molto, molto sola.

Non che le autrici donne non ci siano, ma hanno già parecchi problemi per conto loro: da ogni punto di vista e in quanto donne autrici. A nessuna, nonostante meriti e titoli, è mai davvero concesso di sentirsi arrivata, di sentirsi figura di riferimento. In questo ambiente alle donne non è dato emergere veramente.

Sullivan cita due esempi significativi. Pat Cadigan è un’autrice che l’ha aiutata e che le è stata vicina; ma è stata marginalizzata lei stessa, e nonostante la produzione di tutto rispetto non è mai arrivata a essere considerata pari di suoi contemporanei uomini come Bruce Sterling.

Un altro esempio è stato quello di Gwyneth Jones, che a oggi non pubblica più fantascienza dopo avere praticamente stracciato il suo contratto di pubblicazione. Le “grandi”, insomma, non arrivano a essere davvero “big”, anche perché durano poco.

Il terzo esempio portato da Sullivan è il proprio: lei stessa, con buoni titoli al suo attivo e con un premio importante, ha pensato di essere in un brillante inizio.

I thought: it’s just the beginning!

Invece no. Alle premesse non sono seguiti sviluppi degni, inoltre ha avuto dei figli, e quindi si è ritrovata di fronte a un inizio nel vero senso della parola: a dover ricominciare daccapo.

You have to start over.

Il problema principale espresso da Sullivan, ripetuto anche in chiusura del suo intervento, è stato quello della sensazione di isolamento e solitudine: un vero e proprio “non avere donne intorno”. Oltre alla gioia di vedere le copertine dei propri titoli dominate da figure femminili scollacciate e/o nude.

Tricia Sullivan
Tricia Sullivan

Anche Nicoletta Vallorani ricorda con “affetto” la donna svestita in copertina del suo “Il cuore finto di DR”, Premio Urania nel 1993 (unico assegnato a una donna dalla sua fondazione). Ha poi menzionato un tentativo di fantascienza femminile con Club City, e la fanzine Un’ala, che uscì dall’84 all’87 in quattro numeri e poi si disgregò.

Il microfono passa a Emanuela Valentini, finalista Urania 2016, che ha parlato a sua volta della propria esperienza e del proprio vissuto personale.
Oggi che il suo percorso di pubblicazione ha già qualche titolo in attivo e ha avuto dei riconoscimenti, afferma di sentirsi più sola di prima, di avvertire incomprensione e mancanza di seria considerazione, ad esempio nelle occasioni in cui si trova a eventi o interventi, insieme a colleghi maschi. Ha poi espresso una sua visione di narrativa fantascientifica femminile: che ha molto più chiaro il concetto di “dolore”, e affronta la narrazione con questa diversa cognizione di causa rispetto ai colleghi uomini.

Emanuela Valentini
Emanuela Valentini

Una frase di Valentini, relativa alla maggiore difficoltà delle donne anche in relazione al fare figli, porta Vallorani a un’aggiunta che ho trovato interessante. Vallorani ha aggiunto che al suo primo figlio è corrisposta la sua prima pubblicazione, quindi a volte dal punto di vista personale e creativo i due percorsi possono affiancarsi, si potenziano anche[1].

Secondo Vallorani, un altro problema con il quale si scontrano sia donne che uomini che scrivono fantascienza è l’obiettiva marginalità  letteraria.
“Non trattiamo questo genere”, le ha risposto un grande editore (simpaticamente: per sms). La fantascienza è un genere evitato dalle grandi case editrici, è marginalizzata: se hai già un nome, se sei già autrice/autore affermat*, allora ti è forse possibile uscire con una pubblicazione big che sia allo stesso tempo di fantascienza (“e fare flop!”, aggiunge Vallorani). Ma se ci provi da zero non riesci nemmeno a farti leggere.

Nicoletta Vallorani
Nicoletta Vallorani

Essendo messa ai margini, la fantascienza si trasforma in una cricca: e in questa cricca dire di essere femminista è oggi assolutamente impopolare… ti salvi solo se ci aggiungi qualcosa: “neo femminista”, “cyber femminista”, “femminista seconda ondata”. Incomprensione e ulteriori pretesti di isolamento sono comunque garantiti.

Un saggio di Giulia Iannuzzi

Interviene poi Giulia Iannuzzi, critica letteraria specializzata nel genere fantascientifico. “Se noi siamo isolate,” la introduce Vallorani, “lei è un panda!”

Dopo una serie di sconfortanti dati statistici, indicanti la scarsissima presenza femminile in premi letterari di ogni tipo, fantascientifici in testa, Iannuzzi fa qualche esempio di un fenomeno significativo: alcuni dei più importanti e titoli di fantascientiste anglosassoni femministe, pubblicati negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, sono usciti in Italia non solo con una ventina di anni di ritardo, ma anche con editori NON di fantascienza.

Qui parte una parentesi storica interessante: Iannuzzi cita la collana della Tartaruga Blu come esempio, e Vallorani ne riassume la storia: la Tartaruga blu fu un esperimento di Oriana Palusci e di Carlo Pagetti, i primi accademici che hanno parlato di SF in Italia. E fu un esperimento presto accantonato, e più unico che raro: secondo Vallorani non c’è mai stata la pazienza di provare un’operazione culturale.

Abbiamo poi un intervento a sorpresa anche di Giuseppe Lippi, presente in uditorio. Lippi ricorda che “Memorie di un’astronauta donna” di Naomi Mitchinson, contrariamente a quanto detto da Iannuzzi, fu pubblicato da Urania quasi in contemporanea, e poi solo ripreso dalla Tartaruga Blu. Colpo di scena!

Iannuzzi completa il quadro ribadendo che l’etichetta fantascientifica in Italia è considerata dai gruppi e dagli editori come troppo selettiva, specifica, di fatto penalizzante, e che spesso gli editori di varia la omettono, anche quando di fatto pubblicano fantascienza!

In Italia c’è, comunque, uno scenario particolare: a giudicare dai nomi sui titoli la presenza femminile nella SF c’è, le autrici esistono. Ma se andiamo ad analizzare quei titoli e quelle pubblicazioni, ci accorgiamo che la forte presenza delle donne è per lo più nel fandom di Star Trek, un blocco influente[2] che di fatto traina l’intero settore, a scapito della fantascienza speculativa letteraria slegata dal marchio e dai fandom.

E il GAP di genere è un riflesso di una voragine presente anche a livello educativo. La fantascienza di fatto è a cavallo tra due mondi: la “fanta”, letteraria e fantastica, e la “scienza”, la cultura scientifico-tecnologica che presenta a sua volta nette disparità a sfavore delle donne.

Vallorani riprende poi la parentesi storica, evidenziando come dagli anni ’70 si afferma un tipo di fantascienza nuovo rispetto al passato: si abbassa la percentuale di tecnologia e si alza quella di utopia, e più in generale dell’attenzione rispetto al presente e alla società già in essere, per criticarla o sviluppare la speculazione in merito. Questo può essere visto come un terreno più femminile? Cosa ne pensa Tricia Sullivan?

Chiara Reali e Tricia Sullivan, da gerundiopresente
Chiara Reali e Tricia Sullivan, da gerundiopresente

Sullivan commenta che trova molto triste il fatto che le donne siano messe in condizione di dover parlare solo del proprio genere e dei problemi a esso connessi, per poter scrivere SF. I fatti ci dicono che le donne fanno tutto come gli uomini, possono eccellere negli stessi ambiti, in modi differenti/simili/identici/X. Ma la gente vuole che la donna scriva di donne, allo stesso modo in cui ad esempio un nero debba scrivere solo di razzismo o di altri neri.

È davvero stancante… perché vorresti essere semplicemente una persona, non un genere!

Le premesse della nascita della SF comunque vanno in questo senso, e Sullivan ce lo spiega con un excursus breve ma davvero efficace.

La fantascienza inizialmente è degli uomini: parte con uno standard definito da maschi anglosassoni bianchi. E se dopo arrivi tu, diverso in qualsiasi aspetto da quello standard, non sei nel club, sei un diverso rispetto al paradigma ristretto e parziale che trovi già definito e codificato.

Oggi sappiamo tutti che la fantascienza è la letteratura del porsi domande, ogni genere di domanda, è una “letteratura interrogante ed esplorativa”, e può essere realistica, o meno scientifica, essendo sempre e comunque fantascienza a pieno titolo.

La realtà non è così: quando arriva un “diverso”, deve crearsi da solo un nuovo spazio, e dato che c’è una differenza oggettiva di potere (tra chi c’è già e chi arriva, oltre che tra uomo e donna) c’è una resistenza incredibile nel dare spazio al nuovo e c’è il rischio concreto che il nuovo diventi di seconda classe.

Ma il problema sta comunque nel fatto che la fantascienza è partita ai suoi inizi con una definizione sbagliata, parziale e superata, e che ora deve fare definitivamente posto a molti più elementi (come quello speculativo, illustrato da Vallorani) rispetto ai suoi inizi.

Vallorani completa poi il quadro affermando che il far coincidere la tecnologia con istanze solo “maschili” è tendenzioso: inoltre la tecnologia è in larga parte immaginazione, salto, possibilità, prerogative proprie dell’umano e non di un genere.

Le etichette vanno bene quando servono a leggere la realtà. Se non la leggono più, vanno cambiate.

Valentini riporta nuovamente la sua esperienza di scrittrice: si definisce un’autrice cyberpunk, ma che nei suoi scritti non si limita alla tecnologia, inserendo “anima, vita, poesia” e una grande componente personale.
Parlando poi da lettrice, individua quelle che secondo lei sono componenti tipiche della letteratura femminile nella fantascienza, che legge in Clelia Farris, e in molte sue colleghe italiane ed estere: ad esempio uno studio non sulla tecnologia, ma sull’umano; un’ottica di percorso, di formazione, di crescita; un’attenzione al viaggio interiore che è un valore aggiunto presente nella letteratura femminile di SF.
E anche il personale viene messo più in gioco: Valentini riferisce di critiche ricevute dai suoi lettori per scrivere sempre “di donne”, utilizzando personaggi e protagoniste femminili. Ma non vede questo aspetto come un problema a cui porre rimedio: è piuttosto una scelta naturale, quasi obbligata e spontanea del suo percorso letterario.

Anche Vallorani trova naturale che nel momento in cui si scrivono storie di persone si tenga presente e si passi attraverso l’esperienza personale che si è fatta e si incarna nella vita. Aggiunge che quando è invitata a parlare di fantascienza, l’invito è sempre concernente la fantascienza femminile.

Perché non invitate anche un uomo che parli di fantascienza al maschile?[3]

Parla Giulia Iannuzzi, che in questo panorama di panda spezza una lancia a favore dell’Italia: il nostro paese ha un’ottima tradizione critica, abituata a individuare, valorizzare, trattare i diversi temi specifici di genere: in questo caso, parliamo di genere sessuale nel genere letterario, “gender nel genra”.

Un titolo importante uscito da poco è “Quando la fantascienza è donna”, di Eleonora Federici, Carocci. Che, tanto per dire, porta in copertina un’avvenente bionda a testa in giù e gonna su.

[Eccole: “tutte in fila, sorridete, care.” ç_ç]

Nel libro, sono indicati temi che sono stati affrontati di più e meglio dalle autrici: il tema del corpo, ad esempio, che si porta dietro gli elementi della riproduzione, della mutazione, del difforme. O anche la tematica della lingua, affrontata attraverso la sua decostruzione o lo straniamento linguistico. Questi sono tropi importanti individuabili nella letteratura SF scritta da donne.

Certo, conclude Iannuzzi, sarebbe bello che non ci fosse più bisogno della tematizzazione della minorità sessuale. Ma ahimé, finché la minorità esiste nei fatti, c’è un grande bisogno che la tematizzazione esista.

Sullivan interviene con una nota di ottimismo: i nuovi Young Adult che stanno avendo grande successo tra i lettori, e che riflettono tra i più giovani un grande bisogno di storie, hanno quasi tutti per protagoniste delle ragazze[4]. Il “problema femminile” quindi non si pone nella comunità di autori e autrici per ragazzi, né forse nel pubblico di giovani e adolescenti che di fatto è il pubblico più importante per il mercato librario di oggi.

Lo stesso problema però c’è e si ripropone quando i giovani lettori crescono, e cercano storie e problemi nella letteratura per adulti. Allora, trovano un contesto ben diverso, quello del quale discutiamo oggi, dove il femminile è un ghetto nel ghetto e non ci sono panorami aperti e attuali simili a quelli della letteratura per ragazzi.

Vallorani commenta che il successo dei romanzi YA è un fattore positivo, ma ha luogo negli Stati Uniti. In Italia siamo in grande ritardo rispetto a questo panorama in rinnovamento:  Vallorani cita l’esempio dei suoi allievi, studenti universitari che sono venuti a conoscenza dell’esistenza di libri come Hunger Games solo dopo aver visto il film.

L’incontro versa alla conclusione, senza davvero poter tirare conclusioni. Vallorani usa gli ultimissimi secondi per riferire un aneddoto significativo.

A due scrittori, un uomo e una donna, una persona fa la stessa domanda:

X: Che lavoro fai?
Scrittore: Faccio lo scrittore.
X: Ok. E tu che lavoro fai?
Scrittrice: Faccio la scrittrice.
X: No, dico, che lavoro fai?

La strada, tutte e tutti d’accordo, è ancora bella lunga.


E quindi uscimmo a riveder le stelle. A voi dodo, redazione!

 

NOTE

[1] Secondo molte, me compresa, la maternità è un momento incredibilmente intenso dal punto di vista creativo, e molto arricchente. Se però non ci trovassimo in una società e in un modello familiare che riconosce pochissimo la maternità, le offre zero supporto e una carica di oneri e (dis)onori pesante. Tale da mettere a dura prova la sopportazione, la forza, la resistenza, la salute delle donne che vogliono essere madri E persone riconosciute socialmente, al di là del confetto rosa nel quale vengono segregate.

[2] Come sa qualsiasi amante della telenovela scrittori-contro-trekkers che ogni anno ha una nuova puntata a Bellaria.

[3] Che è poi quello che ci auguravamo, insieme al bravo Daniele Barbieri… gli amici di Maschile Plurale, o qualche altro movimento come il loro, raccoglieranno l’invito?

[4] Questo dato non mi pare nuovo, anche in passato si sono verificate situazioni del genere a livello di fruizione; quando però parliamo di produzione di contenuti le cose cambiano meno, la presenza femminile è minoritaria.

 

 

Real Mars – Recensione

Oggi parliamo di un libro pubblicato da quella che è entrata di prepotenza nella lista delle nostre case editrici preferite (Zona42, di cui abbiamo già recensito Desolation Road e Dimenticami Trovami Sognami). Zona42 continua a fare un ottimo lavoro con un catalogo intelligente e coraggioso, a cui si aggiunge il secondo titolo di un autore italiano: “Real Mars” di Alessandro Vietti, uscito quest’anno in e-book e cartaceo.

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