Indepencence Day: Rigenerazione – Recensione

A Independence Day sono particolarmente affezionata: sarà che avevo appena finito le medie, sarà che quella pomeridiana in un mono-sala dell’Eur fu l’ultima uscita di gruppo con gli amici della pre-adolescenza… ma ho questo ricordo di una me tredicenne che esulta sentendo parlare di “virus informatici” (cos’erano mai??), che sobbalza quando Okun viene aggredito dall’alieno e che gode come un riccio davanti al sigaro della vittoria di Will Smith. (A quei tempi, tra l’altro, Smith era ancora soltanto il principe di Bel Air. Ma noi lo amavamo lo stesso.)

“Guardate adesso gente in pista chi c’è…”

Non so se questo affetto per il film abbia a che fare con il mio giudizio su ID2, però parto subito in quarta: naaaaaaaaaaaaaaaaah, non ci siamo.

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Memorie di una sopravvissuta di Doris Lessing – Recensione

[ATTENZIONE: questa recensione, come tutte le nostre recensioni, NON contiene spoiler. Tranquilli!]

Okay, abbiamo citato talmente tante volte questo libro che mi sa che è il caso di parlarne per esteso. La settimana scorsa il dodo-Elena ha usato questo romanzo come paragone in positivo di quel maldestro incubo che è “La strada” di Cormac McCarthy, uno scrittore bravissimo che non capisco per quale motivo è preso malissimo e usa la sua bravura per scrivere merda e porcherie da cani. Questo per dirne bene, dato che parlar male non è nelle mie corde (ma il dodo non è una chitarra, traetene pure le dovute conclusioni).

Fanucci + biblioteche di Milano: grazie di esistere

“Memorie di una sopravvissuta” è un romanzo osannato, ma poco “battuto” di Lessing: sia perché nella fantascienza è un caso isolato, rispetto alla sua saga più famosa, sia perché è un testo oggettivamente difficile da leggere e da interpretare.
Io, per dire, non ho capito la fine e non ho nemmeno ben chiaro un pacco di cose, sono anni che guglo cose vergognose tipo “memorie di una sopravvissuta lessing significato” o “lessing memorie sopravvissuta che vuol dire chi me lo spiega please +++” ma il successo è stato scarso. Almeno fino a che non mi sono imbattuta nel saggio “La fine del tempo – Apocalisse e post apocalisse nella narrativa novecentesca” di La Mantia e Ferlita: un libro del cristo che mi ha dato la misura di quanto poco avessi colto.


Nonostante la mia generale ottusità, posso ben dire che “Memorie di una sopravvissuta” è un capolavoro misconosciuto, qualcosa che in ogni caso ti può cambiare e che gioca veramente duro.

Distopia. Il mondo va male, non ci sono regole, lo stato è kaput e in periferia di (quella che probabilmente è) Londra le cose degenerano.
Qualche mezzo funziona ancora, esistono i mercati e i comitati di quartiere: quindi la situazione è più rosea che a Roma Sud, tantoperdire, mentre negli States si divorano vivi, uno a zero per l’UE, fottimadri!
Ma c’è il rovescio della medaglia: di là c’è il paparino senza macchia che ha un cuore di supereroe, di qua ci sono categorie morali e sociali che vengono scandagliate con una sperimentazione letteraria che ci schiude un panorama davvero angosciante e nero sul serio.

Tornando alla storia: la città si spopola, la violenza aumenta, procurarsi cibo e vettovaglie non è facile e bande sempre più numerose e sempre più bellicose di ragazzini sempre più piccoli rendono sempre più pericoloso muoversi.
La protagonista è una donna anziana, che vive in una situazione sospesa, statica, di relativo benessere: casa tranquilla in un palazzone relativamente sicuro, esistenza alla finestra, a osservare le rovine; arricchita dal piccolo particolare che la donna si siede sul divano di casa sua e vede le cose nel muro. Sì, è così. Si fa, e noi con lei, dei trip della madonna, in una sorta di stanza segreta, un inner space che pesca nel profondo, sempre più giù. E porta alla luce ricordi emozioni immagini di una potenza prima evocativa e poi, man mano che il romanzo va avanti e le storie si complicano, annichilente. Nella vita della protagonista arriva una ragazzina che le viene affidata/abbandonata insieme al cagnolino, senza spiegazioni. Ragazzina che la donna accoglie, vede crescere, e ritrova nello spazio misterioso e asincrono della stanza segreta nel muro. La ragazzina cresce e si lega al capetto di una delle sinistre bande di adolescenti, che (come quelle di veri bambini soldato) sono terrifiche, paurose, di un furore cieco e inconsapevole che solo i bambini sanno incarnare fino in fondo. E anche nella stanza segreta viene chiamata in causa l’infanzia, e il mostruoso senso di impotenza, di umiliazione, di perdita che tanti comportamenti sbagliati provocano su chi è indifeso e candidamente beato. E che poi diventa un ragazzino perso, e un adulto che replica sbagli in grado di far crollare tutto.

Illustration by Mr. Fish – FONTE QUI

Io, dico davvero, non ho capito la fine, che però mi ha lasciata in lacrime e sicura di aver letto uno dei più bei romanzi della mia vita. Ho capito che Lessing è una maestra dell’allegoria, e che non si può categorizzare. Che forse il mondo distopico che crolla e va sempre peggio è quello che ti ritrovi addosso quando cresci, quando ti abbandonano, quando da piccola pastrocchi curiosa e qualcuno ti picchia le mani e ti dice brutta fai schifo sei cattiva fai schifo!

Sono felice di aver letto “Memorie di una sopravvissuta” prima di avere delle figlie, perché allora ho potuto sopportare meglio la sensazione di smarrimento che emerge dalle pagine più potenti di questo misterioso romanzo. E perché anche grazie a esso sono una madre migliore.

E sono felice di annoverare “Memorie di una sopravvissuta” tra le distopie da non perdere, quelle che nobilitano il genere. Perché raccontano dell’umano in brutte situazioni; e non, come fanno molti profeti del malaugurio che sbancano al banco, il peggio dell’ umano in brutte situazioni.

Quanto ai nostri pensieri, al nostro apparato intellettuale, alla razionalità, la logica, le deduzioni… come si fa ad attribuire grande valore a questo tipo di intelligenza, seduti come siamo tra le sue rovine?

Fuori tutti.

Cormac chi?
Cormac chi?”

La strada – Recensione

Dopo che una catastrofe non meglio specificata ha trasformato il pianeta in un arido deserto di cenere privo di fauna e flora, un uomo e il suo figlioletto attraversano gli Stati Uniti cercando di sopravvivere al freddo, alla fame e a chiunque gli si pari davanti. Il loro viaggio è un crescendo drammatico di violenza e di domande sul senso di tutto ciò, destinate a restare senza risposta.

“La strada” di Cormac McCarthy è un libro che ho faticato a finire, per un motivo che ho compreso solo a metà dell’opera: il disprezzo. Questo genere di distopia d’oltreoceano rappresenta infatti ciò che più disprezzo in certa cultura americana, l’idea ossessiva dell’homo homini lupus portata all’estremo, la convinzione che gli esseri umani siano fondamentalmente bastardi sanguinari e che al crollo della società civile inizierebbero a divorarsi (letteralmente) tra loro. Il romanzo si basa su questa visione del mondo incrollabile, monolitica, priva di qualunque spiraglio di luce, finendo per diventare una lettura pesante e morbosa.

Viggo Mortensen, protagonista della versione cinematografica di “The road” (2009)

Nonostante McCarthy sia un bravo scrittore – incredibilmente evocativo in ogni frangente, anche quando descrive la dispensa di un cannibale – queste sue scelte narrative mi hanno impedito di apprezzare “La strada” come romanzo di fantascienza. Se il mio rifiuto può essere un giudizio molto soggettivo, posso dire da un punto di vista più ampio che c’è molta faciloneria nel ritrarre un mondo post-apocalittico popolato solo di figli di puttana: così siamo bravi tutti, perché non bisogna impegnarsi a tirare fuori qualcosa di credibile o originale. Mi viene in mente Doris Lessing e la sua minuziosa, intelligente descrizione di una nuova società senza regole in “Memorie di una sopravvissuta”. Mi viene in mente anche un commento di Giulia mentre discutevamo di questo romanzo: “Ci sono posti al mondo dove se domani crollasse ogni regola nessuno si accorgerebbe della differenza”.

Ecco quello che non ho sopportato in “La strada”: è ruffiano e banale. Un romanzo di sci-fi che si basa su un immaginario trito e privo di sfumature manca il bersaglio e McCarthy, per quanto sia un bravo scrittore, non si dimostra un bravo scrittore di fantascienza.