La fantascienza delle donne italiane, il femminicidio e altre amenità

[E pure oggi il dodo si scinde. Chi scrive oggi sono io, Giulia Abbate, the dark side of the dodo, la rompiballe insomma. Yak!]

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Illustrazione di Giovanna Loia

Sabato 21 maggio sono stata al Salone del libro di Torino per assistere e partecipare alla presentazione di “Oltre Venere”, La Ponga Edizioni, ultima fatica di Gian Filippo Pizzo in veste di curatore e di 13 autrici per un’antologia “al femminile”.

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Illustrazioni di Giovanna Loia

Io di “antologie al femminile” me ne intendo.

Il mio esordio come dodo [“Lezioni Sul Domani”, Giulia Abbate e Elena Di Fazio, CastelloVolante Editore 2011] è stato presentato dall’editore come “fantascienza al femminile” e arricchito di una prefazione a tema.

E tornando alla fantascienza al femminile, va precisato che con questa espressione non si intende “per un pubblico femminile”, ma si indica una fantascienza arricchita da uno sguardo femminile sulla società e sul mondo.

Elemento su cui concordavano anche Cristiana Astori e Serena Barbacetto alla presentazione torinese.

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Pizzo, Barbacetto e Astori alla presentazione di “Oltre Venere”, Torino 14/05/2016

Da LSD in avanti ho partecipato a diverse antologie di fantascienza, dove, quando le donne presenti superavano le cifre decimali, molto spesso lo si faceva notare con accento e sottolineatura, a conferma del fatto che la combinazione autrice-donna-fantascienza è ancora vissuta da molti come un elemento di eccezionalità.

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Illustrazione di Giovanna Loia

A parte questo, la mia esperienza di autrice in antologie è ampiamente positiva. Ci metto anche “Oltre Venere”, che ha al suo interno autrici interessanti e un curatore che è una garanzia, Gian Filippo Pizzo, “ineffabile” per i suoi ammiratori su Facebook. 🙂

(In “Oltre Venere” c’è anche Elena Di Fazio, l’altra metà del dodo, tanto perché lo sappiate.)

Altra buona notizia: esce proprio in questi giorni un’altra antologia-di-racconti-di-fantascienza-al-femminile, ancora più “estrema”: “Rosa sangue”, curatela di Donato Altomare e Loredana Pietrafesa, è la prima antologia di racconti fantastici al femminile che parlano di femminicidio. Diciotto racconti, tra i quali anche uno di Elena Di Fazio. (Tanto perché lo sappiate. Yak!)

rosa sangue

Esiste una relazione dichiarata tra queste due antologie. Ne ha parlato anche Gian Filippo Pizzo alla presentazione: sono un complemento l’una dell’altra, e dove “Rosa sangue” è schierata su un tema forte relativo a una importante battaglia di genere, “Oltre Venere” parla volutamente di altro, chiede alle autrici di misurarsi con temi “non di genere”.

La Prefazione di “Oltre Venere” si intitola “Fantascienza: sostantivo singolare femminile”.
Gian Filippo Pizzo vi espone dei fatti che sono di patrimonio comune. E quindi a volte diventano invisibili, come per quello strano effetto ottico che mi succede quando alle sette di mattina cerco smadonnando le chiavi di casa dappertutto senza accorgermi che sono proprio sulla porta. O che ce le ho in mano.

A volte mi è stato fatto rilevare che nelle mie antologie ci fossero poche esponenti del gentil sesso, al che ho dovuto rispondere che non era colpa mia, che non ho fatto mai discriminazioni di nessun tipo, ma il fatto era che poche donne rispondevano ai miei appelli.
[…]
L’amico Massimo Mongai (…) lamentava proprio lo scarso apporto femminile alla fantascienza, ma a mio parere non si è reso conto del fatto che questo apporto è scarso in tutti i campi (e non per colpa delle donne).
[…]
Il fatto vero è che la narrativa non ha questo tipo di limite. Non importa l’orientamento sessuale di chi scrive, non importa la sua religione, il colore della sua pelle, la sua condizione sociale, la sua provenienza geografica: quello che importa è quello che scrive, le idee che trasmette, e queste sono assolutamente individuali, non inquadrabili in altri termini.
[…]
Tutti possono scrivere quello che preferiscono e dunque anche le donne possono creare storie di fantascienza. Non contaminata da altri generi ma tradizionale: scientifica, tecnologica, speculativa, con attenzione a quello che potrebbe riservarci il futuro, con uno sguardo critico a quello che nasconde il presente. Fantascienza, e basta.

In questa dialettica “fantascienza di donne che parla di donne” e “fantascienza di donne e basta” c’è un tratto in comune tra i tre curatori, che la pensano allo stesso modo su una cosa.

A me la definizione femminicidio non piace: un omicidio è un omicidio, è grave sempre.
[Gian Filippo Pizzo, nel corso della presentazione di “Oltre Venere” a Torino il 14/5/2016]

E poi:

Coniare un termine per un particolare delitto in qualche modo significa fare differenze, significa, esasperando il concetto, addirittura essere razzisti di fronte alla morte di un essere umano femmina. (…) Quindi parlare di femminicidio, cioè differenziarlo dall’omicidio generalizzato, significa rammentare che è stata uccisa una donna e che il fatto suscita un interesse a volte purtroppo morboso. E questo è proprio una vergogna.
[Donato Altomare nella postfazione di “Rosa sangue”,  qui il post ]

Inoltre:

Diciotto autrici che raccontano storie di femminicidi senza usare toni rancorosi o polemici, non mettendo alla gogna il genere maschile, non scegliendo di essere un manifesto femminista.
[Loredana Pietrafesa nel post su “Rosa sangue”(qui il post)]

Quelle espresse da Pizzo, Altomare e Pietrafesa sono opinioni che ho sentito spesso. So che sono espresse partendo da intenzioni buone e condivisibili: un omicidio è sempre grave, una donna non deve per forza essere femminista, oltre alla rabbia ci sono molte altre sfaccettature possibili parlando di delitti. Vorrei però aggiungere una mia visione per integrare il quadro e magari fare chiarezza su un termine ancora controverso e a volte travisato: femminicidio.

Facciamo prima un esercizio semantico. Mettiamola così.

Parlare di omicidio a sfondo razziale per il linciaggio dei neri mi pare razzista, è come dire che allora se dei bianchi linciano un bianco la cosa è diversa.

Coniare un termine come omofobia per descrivere l’odio verso i gay è una forma indiretta di sessismo.

Alla luce di questi esempi, possiamo cambiare il modo in intendere la parola “femminicidio”:  non è un termine valutativo, ma un lemma esplicativo del contesto nel quale viene messo in atto. Ci aiuta anche a riconoscere quel contesto come parte del problema, un problema più ampio che potrebbe essere definito genocidio di genere: che vediamo dispiegarsi in tre classi di comportamento:

  • aborto selettivo di feti di sesso femminile perché di sesso femminile
  • infanticidio di neonate/bambine perché femmine
  • femminicidio, ovvero omicidio violento da parte di un uomo di una donna in quanto e perché è una donna.

Omicidio di una donna in quanto donna, solo e proprio perché femmina. Ecco cos’è il femminicidio.
Per chiarire meglio bisogna fare un passo indietro.
Comodi. Parte lo spiegone.

Il femminicidio. Storia di un termine

La parola femminicidio ha una storia: ricordo bene di averla sentita per la prima volta per un luogo, un tempo e una situazione precisa. Quella di  Ciudad Juarez, la città che uccide le donne: la cittadina messicana di frontiera dove ogni anno da decine di anni centinaia di donne e bambine vengono rapite e massacrate, con sevizie e stupri, e i loro cadaveri buttati poi nel deserto per essere ritrovati, se va bene, prima o poi.
Il tutto in un quadro sociale dove domina lo sfruttamento capitalista più selvaggio, i cartelli spadroneggiano, i poliziotti sono impotenti (se va bene: sennò sono corrotti e stupratori a loro volta) e i giornalisti e gli attivisti vengono sistematicamente eliminati nella più totale assenza di un qualsiasi stato sociale o civile. Il “caso” non è stato risolto, per la cronaca: non si è scoperto nessun colpevole, non si sa perché succede, non si sa proprio niente, si contano le morte e i lutti e basta.

Come mai uccidono le donne? Perché possono farlo. Per piacere sadico. Quando ti occupi di casi di omicidi seriali ti rendi conto che esiste una fantasia ricorrente in questo tipo di personalità: quella di rinchiudere le donne in un magazzino, legarle e torturarle. A Ciudad Juárez quando hai fantasie di questo tipo, potere e denaro, chi ti impedisce di metterle in pratica? Certo non la polizia.
[Da “Otto storie di Ciudad Juarez” di Judith Torrea]

Si sa solo una cosa: a Ciudad Juarez il solo fatto di essere femmina è un fattore di rischio, e la ragione per cui le vittime sono prese è il loro genere: sono femmine, quindi proprio per questo“utili” agli aberranti scopi dei loro carnefici.

Proprio come si parla di omicidio politico, di omicidio a sfondo razziale, ecco: il femminicidio è l’omicidio motivato dal genere sessuale. Non c’entra col razzismo alla rovescia, non discrimina la vittima (semmai lo fa chi la ammazza, non chi addita questa discriminazione), è spesso aggravato da brutali sevizie ed è stato additato per la prima volta da studiose e attiviste femministe, che hanno colto la specificità del femminicidio perché lo hanno vissuto sulla loro pelle.

(Infatti: la parola femminicidio è stata in realtà usata nei primi anni ’90 da una docente di Studi Culturali Americani Jane Caputi e ripresa dalla criminologa Diana Russell, ma diffusa dalle attiviste a proposito di Ciudad Juarez.)

Il femminicidio in Italia

In Italia il termine è arrivato qualche anno dopo e ha preso delle sfumature un po’ diverse, legate al diverso contesto nazionale e alla necessità di una battaglia civile e politica in quel senso specifico.

L’Italia è il paese del delitto d’onore, delle attenuanti per motivi passionali, dell’uomo latino impulsivo e caloroso, che se ti dà uno schiaffone è perché ti ama e se ti ammazza (ti picchia a morte, ti spara, ti accoltella, ti brucia, ti strozza, ti violenta, ti mutila, ti sfigura, ti gonfia di botte) è perché ti ama troppo.

Qui il termine femminicidio è servito alle attiviste, in particolare al collettivo di “Se non ora quando” per definire e mettere alla gogna:

  • l’omicidio violento di un uomo contro una donna che lui vede come una sua proprietà e come garante e custodia del valore e dell’onore maschile
  • la mentalità corrente del “delitto d’amore” e del valore e dell’onore maschile

Oggi il termine è quasi di uso comune.  Grazie al collettivo “Se non ora quando” che si è mobilitato con attiviste e intellettuali in un massiccio movimento civile impossibile da ignorare. Grazie al mondo della cultura e ai giornalisti che lo hanno adottato subito e senza troppe resistenze. E grazie, ça va sans dire, ai tanti amici che in questi anni, con tempismo e indefesso lavoro, lo hanno messo in pratica ammazzando donne a gogo, rimpinguando le pagine della cronaca nera, le patrie galere e i cimiteri.

A volte ho notato che la parola “femminicidio” suscita fastidio e insofferenza, posso ipotizzare tre motivi, anche umanamente comprensibili. La parola “femminicidio” fa paura / mette a disagio   perché:

  • È una parola nuova e non si sa bene come usarla, sembra una cosa di moda, ma che è?
  • È una mentalità nuova, se la adotti ti rendi conto che siamo in una situazione di allarme sociale (mondiale) e devi maneggiare una consapevolezza che non è facile da sopportare.
  • Documenta una trasformazione in atto non solo nel vocabolario ma anche nella mentalità corrente, e forse è questa la cosa più difficile nella quale ritrovarsi.

Però oggi è necessario parlare di femminicidio e non di semplice omicidio, perché nella parola “femminicidio” sono incluse una serie di caratteristiche che una volta erano viste come attenuanti e che oggi dobbiamo invece considerare aggravanti, capovolgendo il “tradizionale” punto di vista.

Lui la ama, lei lo ha lasciato, si sente ferito nella sua virilità, ha un attacco di gelosia, senza di lei non può vivere, ha bisogno di lei, è vittima di una follia d’amore, pensa che lei gli abbia mancato di rispetto, scopre che lei ha un altro, la vede come sua e di nessun altro.

Non sono attenuanti di un delitto passionale, magari compiuto in un raptus di follia, porello.
Sono aggravanti giuridiche, brutto stronzo, e cornice psicologica e sociale di un femminicidio che nel momento in cui vediamo “annunciato” possiamo evitare.

Ecco, questo è il punto. Dire significa vedere il problema. Ciò che rende il femminicidio diverso da un omicidio generico sono le sue cause: elementi che stanno al cuore della mentalità patriarcale, oggettivizzatrice, irresponsabilmente violenta e che fanno del femminicidio un delitto quasi sempre annunciato. Quasi sempre che si poteva evitare, se solo se ne fosse riconosciuto il rischio concreto dalla lunga serie di chiare avvisaglie.

Se accettiamo questa visione del femminicidio e lo nominiamo, possiamo contribuire a evitarlo. Mi pare una buona ragione per non dubitare della parola e per usarla senza paura di fare discriminazioni o ingiustizie, anzi.

Oltre Venere e Rosa Sangue: la fantascienza delle donne

L’uscita delle due antologie “Oltre Venere” e “Rosa Sangue” è una buona notizia.  E  la curatrice e i due curatori hanno fatto un ottimo lavoro.

(Magari chissà, in realtà la pensano un po’ come me. Magari non avei dovuto fare queste precisazioni, meglio fare finta di niente e non sollevare polveroni, così l’antologia viene comprata e letta da lettori intelligenti e di buone intenzioni, che però si spaventerebbero se diciamo brutte parole. Un po’ come si fa quando un bel libro è di fantascienza ma non si vogliono scoraggiare i lettori di letteratura “vera” e allora anche fantascienza come femminismo diventa una parola da evitare. Chissà.)

“Rosa Sangue” e “Oltre Venere” rappresentano dei tasselli di un discorso importante che non è ristretto alla letteratura di fantascienza ma interessa tutte e tutti noi.

È importante che noi autrici parliamo di temi di genere (io lo faccio in continuazione e anche non interrogata, non so se ve ne siete accorti).  Ed è anche importante ricordare che noi autrici non siamo obbligate a parlare solo di temi di genere. Non è che perché siamo donne dobbiamo parlare solo di e alle donne, come già detto poco sopra. Abbiamo il diritto, quando ci va, di parlare anche di altro.

E i temi di genere, tra parentesi, non sono temi di genere femminile. Oltre alle uccise, vittime del femminicidio e del genocidio di genere lo siamo tutti, maschi, femmine, dodo e tutto quello che ci passa nel mezzo.
Ho sempre trovato frustrante che le autrici donne siano quasi le uniche che si fanno carico di parlare di temi di genere e (da buona fantascientista) sogno la nascita di un NeoMaschilismo: un nuovo movimento tutto in azzurro, capace di un cammino di autocoscienza e ridefinizione del maschile che si faccia carico delle disuguaglianze e della violenza e che lavori per combatterla.

Leggerò con partecipazione i racconti delle due antologie in rosa.

E aspetterò con fiducia l’uscita della prima antologia di fantascienza al maschile, tutta riservata ai colleghi uomini, che parli di uguaglianza di genere, di violenza contro le donne, di oppressione, di parità e di tutto quello che ci passa nel mezzo.

…vale per tutte e per tutti!
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