Cloud Atlas – L’atlante delle nuvole – Recensione

Divenuto celebre grazie all’omonimo film del fratelli Wachowski (quelli di Matrix, per intenderci), Cloud Atlas di Mitchell risale in realtà al 1998. L’opera è a modo suo monumentale: sei romanzi in uno, organizzati in una struttura a incastro che li lega progressivamente uno all’altro attraverso elementi comuni; alcuni espliciti (la storia precedente viene citata in quella successiva, producendo effetti sui protagonisti), altri legati ai temi affrontati e in generale al filo conduttore dell’iper-romanzo.

La trovata di Mitchell che ho più apprezzato è legata alla commistione di generi letterari. Ogni mini-romanzo appartiene infatti a un genere diverso e ben definito, narrato con stili e linguaggi differenti, e differenti registri.

I sei mini-romanzi si riassumono nel seguente schema:

Il diario dal Pacifico di Adam Ewing. La cronaca di un notaio a bordo della nave Prophetess e del suo viaggio nei mari del Sud: il tema portante è la progressiva presa di coscienza dell’oppressione perpetrata dall’uomo europeo, che sfugge pian piano a ogni giustificazione razionale;

Lettere da Zedelghem. Romanzo epistolare ambientato negli anni Trenta, nel quale il giovane musicista Robert Frobisher racconta al suo amico-amante Rufus Sixsmith le proprie vicende nella casa di Vyvyen Ayrs, anziano compositore dalla morbosa situazione familiare. Trascinato nel dramma, Frobisher tenta di portare a termine il suo sogno: comporre il sestetto “L’atlante delle nuvole”, che dà il titolo al romanzo e ne ricalca la struttura;

Il primo caso di Luisa Rey. Stavolta siamo a Buenas Yerbas, California, negli anni Settanta. La giornalista Luisa Rey, sulle orme del padre appena morto, si imbarca in uno scoop che quasi le costerà la vita: smascherare la Seaboard Corporation e le sue devastazioni ambientali;

La tremenda ordalia di Timothy Cavendish. Londra, al giorno d’oggi. L’editore a pagamento Timothy Cavendish si ritrova a far soldi in seguito alla bravata di un suo scrittore, ma i fratelli di quest’ultimo lo perseguitano. Per sfuggire alle minacce finisce rinchiuso in un ospizio assieme a un gruppo di anziani, di cui si proclamerà liberatore;

Il Verbo di Sonmi-451. Corea, un centinaio di anni da oggi. L’umanoide artificiale Sonmi, precedentemente impiegata come cameriera in un fast-food, registra le proprie memorie assieme a un archivista. In una società basata su schiavi artificiali e consumatori, nella quale i marchi danno i nomi alle cose, Sonmi rivela l’esistenza di un movimento sotterraneo di liberazione: ma, come nella migliore tradizione fantascientifica, niente è come sembra.

Sloosha Crossing e tutto il resto. Un futuro imprecisato, successivo a una misteriosa Caduta che ha distrutto l’umanità e cancellato quasi del tutto la tecnologia. Sulla Big Island hawaiiana, il protagonista Zachry narra l’incontro con Meronima, appartenente alla tribù dei Prescienti (coloro che hanno memoria del mondo com’era prima e studiano i clan delle Hawaii, rimasti separati – per ragioni geografiche – dal resto dell’umanità).

David Mitchell

La progressione temporale delle sei storie è accompagnata da un’evoluzione linguistica, che inizia con l’elegante prosa ottocentesca di Adam Ewing e termina con la neolingua di Zachry; lo stile narrativo e il registro cambiano ugualmente di volta in volta, adattandosi ai sei generi diversi che caratterizzano il sestetto (diario ottocentesco; romanzo epistolare di inizio Novecento; ritmata spy-story anni Settanta; commedia brillante; romanzo sci-fi, con le sue sperimentazioni linguistiche in due step – la storia di Sonmi e quella di Zachry).

Per quanto riguarda la struttura, segue fedelmente quella del sestetto: la prima metà dei primi cinque romanzi, seguiti dalla storia di Zachry integrale, e la conclusione dei cinque spezzoni in ordine inverso (1.2.3.4.5.6.5.4.3.2.1).

Già da questo punto di vista, quindi, si deve riconoscere a Mitchell di aver fatto un grande lavoro di pianificazione e strutturazione. Dall’iper-romanzo che ne viene fuori emerge un filo conduttore: il tema della schiavitù e del sopruso, giustificato di volta in volta nella Storia, accompagnato – al contempo – da un’umanità parallela e illuminata, disposta a mettere tutto in discussione per perseguire l’idea del giusto. Tutti i protagonisti sono, a modo loro, dei liberatori; che lottino contro il razzismo, la repressione dei costumi sessuali, l’onnipotenza delle corporazioni, il sopruso sugli anziani, la schiavitù o la violenza, ognuno rappresenta a modo suo il sentimento di liberazione e rivoluzione che attraversa la storia umana.

Spendendo due parole sull’omonimo film, c’è da dire che il romanzo mette molta più carne al fuoco e riesce a costruire una struttura ad anello funzionante senza gli espedienti del cinema (nel film, per esempio, le sei storie sono interpretate dagli stessi attori, per sottolineare l’idea “karmica” suggerita da Mitchell). Il romanzo, inoltre, non cede alla deriva da action-movie che ha preso “Il Verbo di Sonmi-451” nel film, preferendo invece una storia sì ritmata, ma ricca di problematizzazioni della realtà; discorso simile per “Sloosha Crossing”, che nella riduzione cinematografica era ridicolizzato da una versione orale forzatissima della neolingua (definita giustamente “la lingua di Bingo Bongo” da Nuovo Cinema Locatelli). Ed è infine assente, ringraziando il cielo, anche il sottotono epico/mistico da Era dell’Acquario che permeava tutto il film.

Jim Sturgess interpreta Adam Ewing nel film.

Nel romanzo di Mitchell le connessioni tra epoche sono suggerite, il filo conduttore è privo di roboanti misticismi, ma riguarda – come già detto – il tema schiavitù/ribellione insito nell’umanità, nonché il ricorrente tentativo, da parte di ogni potere, di giustificare se stesso e i sistemi scellerati che lo sorreggono.

“Cloud Atlas” è dunque un romanzo di ottima fattura, un’opera con una sua originalità, ricco di sperimentazioni narrative e linguistiche: una lettura, insomma, che consiglierei a chi ama la fantascienza, ma ama anche il gioco di rimandi tra generi diversi.

[Recensione a cura di Elena Di Fazio pubblicata in origine sul sito di Studio83 – Cloud Atlas L’atlante delle nuvole – recensione]

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