Self/less – Recensione

Damien Hale (Ben Kingsley) è un miliardario self-made-man che ha messo su un impero. Quando un cancro terminale gli lascia sei mesi di vita, si sottopone a una rivoluzionaria e segretissima procedura in grado di traslare la mente in un nuovo corpo giovane e funzionante creato in laboratorio. Poi si sveglia, si guarda allo specchio, vede lo sguardo vacuo di Ryan Reynolds e inizia a pensare di aver fatto una cazzata; la sua sensazione è confermata dal comportamento sinistro di chi gli ha donato nuova vita e da strane visioni di cui è vittima: e se il corpo che “indossa” fosse appartenuto a qualcun altro?

Ryan Reynolds nel ruolo di protagonista è già un elemento sufficiente per recensire un film; tanto più in questo caso, visto che il personaggio viene prima tratteggiato dignitosamente da Ben Kingsley e poi passato nelle sue mani, facendo coincidere inizio e fine. No, sul serio: qualcuno pensava che potesse essere anche solo lontanamente una buona idea? E infatti il miliardario Damien Hale scompare subito negli occhi spenti e nella mascella semispalancata di Reynolds, nonostante qualche goffo tentativo di ricordare allo spettatore che lì dentro c’è Ben Kingsley (come nella ridicola scena della giacca in discoteca).

selfless biceps
Non voglio essere sempre cattiva con Ryan Reynolds: va bene, qualche pregio ce l’ha.

E poi, via con l’action: sparatorie, mazzate, inseguimenti, esplosioni, lanciafiamme, mandibole scardinate contro i water e il protagonista che scopre abilità nascoste sulla falsariga di “The Bourne Identity”. Peccato che tutto questo sia assolutamente gratuito e noioso, una sequenza di cose e persone fatte a pezzi, con una sceneggiatura fiacchissima come unico supporto. La bioetica, il rapporto tra scienza e morale – spacciati come temi principali – vengono liquidati con un paio di dialoghi scemi, talmente banali che non farei nemmeno spoiler se li citassi tutti (provate a immaginarli, scriveteli su un foglio e poi guardate il film: scommetto che indovinerete).

zippo
“Puoi resistere alle radiazioni, ma non al mio Zippo!”

Pochi gli aspetti positivi: il montaggio, che dilata e comprime il ritmo all’occorrenza e regala qualche sequenza apprezzabile; la location di New Orleans, con il suo fascino inquietante; qualche inquadratura un po’ più studiata e personalizzata dal regista Tarsem Singh.

Tutto il resto è un debole action-movie, vuoto come lo sguardo del protagonista.

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