I Origins – Recensione

“I Origins” è uno di quei film che, al momento di recensirli, impongono innanzitutto di valutarne l’effettiva appartenenza al genere “fantascienza”. Se da un lato utilizza diversi canoni della sci-fi, dall’altro si pone come un’opera più complessa che trascende i limiti di genere e va ad affrontare una serie di tematiche piuttosto ampie. In questo caso voler tracciare dei confini rischia di essere inutile se non controproducente, perciò liquiderei la questione con un chissene e passerei a commentare il film, che di argomenti ne ha tanti, tantissimi.

Mike Cahill è un giovane regista dalle mille competenze: sceneggia, monta, si occupa di effetti speciali e “I Origins” (come già “Another Earth“, l’esordio) è una creatura in cui ha impresso la sua mano in ogni aspetto, dal comparto tecnico alle tematiche affrontate e alla poetica cinematografica che, con questo secondo lavoro, va a configurarsi come sua cifra stilistica personale. Un regista vecchio stampo, insomma, ogni cui opera va a comporre un discorso più ampio e personale.

Della trama dirò molto poco: Ian Gray è un biologo molecolare che studia l’evoluzione dell’occhio, alla ricerca di un “anello mancante” che rivoluzionerebbe alcune basilari credenze umane. Nel frattempo si imbatte in Sofi, ragazza completamente fuori dai suoi schemi, che per questo sembra attrarlo come una calamita. La loro relazione e ciò che accade poi va a inserirsi in un intreccio più complesso e inquietante, ma qui mi fermo perché detesto gli spoiler e credo che queste poche righe siano tutto ciò che dovete sapere prima di vedere il film. Il resto lo scoprirete da soli.

Casualità e predestinazione, fede e scienza, ragione e spiritualità, inizio e fine, fatti e convinzioni: “I Origins” va a toccare una lunga serie di binomi difficili e opposti, senza mai trascurare l’elemento alla base, quello umano, che a sua volta porta con sé un bagaglio di complessità insolvibile. Il tutto è dipanato attraverso un intreccio non facile, che non cede agli spiegoni e lascia che sia lo spettatore a farsi strada tra la tanta carne messa al fuoco.

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Ho trovato la regia di Cahill eccellente, una narrazione rarefatta, suggestiva, mai ridondante ma comunque chiara ed esplicita fin dove deve esserlo; il tutto è supportato da una colonna sonora toccante, perfetta per le immagini che va a commentare. Il risultato è un film che tocca nel profondo, a tratti devastante, un’esperienza che si bilancia fra pathos e razionalità, i due estremi portanti dell’opera. Buona anche la scelta degli attori protagonisti, tra i quali ho apprezzato in particolar modo Brit Marling, moglie del regista.

Ci sono solo tre aspetti che mi impediscono di dare a “I Origins” un dieci pieno, e andrò ad analizzarli di seguito.

  1. Nonostante l’ottima sceneggiatura, ho trovato forzata – se non stereotipata – la caratterizzazione dell’Ian-ateo e della Sofi-spiritual-ambient-eiggiovacquàrion, come se quel tasto fosse stato premuto con troppa foga e si fosse incantato. Una gestione più soft e sfumata della questione l’avrebbe resa realistica e naturale, senza calcarci tanto la mano;
  2. anche il finale avrebbe dovuto essere più sfumato e soprattutto suscettibile di interpretazioni diverse sulla base degli indizi disseminati sulla via. Invece ho avuto l’impressione che, dopo aver mantenuto in equilibrio la bilancia scienza-spiritualità, a un certo punto il regista abbia deciso di far pesare di più uno dei due piatti. Da un punto di vista narrativo è comunque una scelta a effetto, perché esorcizza la spaesante inquietudine che aveva accompagnato l’opera fino a quel momento; da un punto di vista più ampio l’ho trovato un colpo basso;
  3. il terzo punto riguarda una scena che l’autore ha inserito come bonus post-credits e che non avrei neppure visto se non avessi saputo per puro caso della sua esistenza. Attendendo la fine dei titoli di coda, infatti, ci sono alcuni secondi extra che gettano una nuova e sinistra luce sul mondo costruito da Cahill – forse la scena più fantascientifica in senso stretto. Problema A: perché piazzarla lì? Un sequel? Una postilla che mostri ulteriori implicazioni delle scoperte di Gray? Ma a turbarmi è stato il problema B, solo che se dico perché faccio comunque spoiler. Lo scriverò alla fine della recensione, dopo il video musicale. Non leggete se non avete visto il film.
Sì, è lui, il toy-boy di Jen Lindley in “Dawson’s Creek”.

Questi sono i tre nei che ho trovato nell’opera, tre sporcature che mi hanno fatto un po’ storcere il naso e che dal mio punto di vista fanno sì che si giochi la lode. Al netto di quest’ultima, posso comunque affermare che “I Origins” è forse il miglior film che ho visto nell’ultimo anno, un’esperienza vivida e toccante in grado di scardinare i sensi dello spettatore, travolgerlo emotivamente e risputarlo fuori da questa girandola con il groppo in gola: bravo Cahill.

SPOILER: in che modo esattamente pensano di ottenere una scansione oculare di personaggi storici morti e sepolti da tempo e trovare così le loro reincarnazioni? I corpi non sono ormai decomposti e polverizzati da tempo? Qualcuno ha effettuato una scansione oculare di Elvis o di Hitler?

 

 

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