Gravity – Recensione

Due astronauti (Sandra Bullock e George Clooney) sono al lavoro su una stazione spaziale, quando una pioggia di detriti spazza via ogni cosa e li abbandona soli e sperduti nello spazio, con la difficile – se non impossibile – missione di tornare vivi sulla Terra. Questo era più o meno quello che si sapeva prima dell’uscita di “Gravity” di Alfonso Cuaròn, già regista del lodatissimo “Children of men”; una pellicola preceduta da una valanga di opinioni entusiaste, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia… insomma, un film che minacciava di rivelarsi una gran cagata radical chic.

"È così avant-garde!"
“È così avant-garde!”

Niente di più sbagliato. “Gravity” è un’opera pressoché perfetta, a partire dalla metrica dei novanta minuti (cosa gradita anche in virtù del 3D, difficile da sopportare per più di un’ora, ma che in questo caso regala una misurata intensità e profondità visiva, che va ad accompagnarsi a quella dei contenuti). Una sceneggiatura pulita, pochi ma efficaci dialoghi, un apparato visivo che supporta a meraviglia quello concettuale e che va a intrecciarsi con il secondo livello, quello dei significati, in questo caso profondi e devastanti.

L’odissea dell’astronauta sperduto, in “Gravity”, si trasforma in una delicata e toccante metafora sul dolore, sulla solitudine immensa che ne deriva e sul travagliato percorso della sua elaborazione; un percorso che vede il personaggio di Sandra Bullock simbolicamente isolato dal genere umano, una difficoltà dopo l’altra, fino all’accettazione consapevole di quella gravità che ogni essere umano deve portare sulle spalle senza restarne schiacciato.

gravity

Questo livello profondo di significati si interseca con una scelta di immagini e scenari assolutamente spettacolari, dalla prima all’ultima scena, che traducono in meraviglie visive il bagaglio emozionale evocato dal film. Cuaròn riesce a dare la stessa potenza immaginifica a un’aurora boreale, a una donna che scivola fuori dalla tuta spaziale e a una vite che ruota via nello spazio, in uno spettacolo unico dove immagine e significati si rafforzano a vicenda.

Oltre che un film, “Gravity” è un’esperienza profonda e travolgente dalla quale si esce arricchiti, e che trascina lo spettatore in un dramma crescente che trova senso nella catarsi finale. Da non perdere assolutamente.

(È stato anche realizzato anche un breve cortometraggio che mostra la conversazione tra Sandra Bullock e Aningaaq dal punto di vista di quest’ultimo. Eccolo qui.)