22-11-’63 di Stephen King – Recensione

Se dovessi trovare un paragone a caldo per spiegare questo romanzo nei suoi pregi e difetti, per prima cosa mi verrebbe in mente mia nonna. Mia nonna ha un modo tutto suo, quando deve raccontare qualcosa, di arrivare dal punto A al punto B del discorso, dalle premesse alla conclusione; di solito questo modo prevede il passaggio da tutte le altre lettere dell’alfabeto.
“Non sai cosa mi è successo ieri pomeriggio, quando sono uscita per fare la spesa!”
“Cos’è successo, nonna?”
“Allora, ieri mattina mi sono svegliata, ho rifatto il letto, ho guardato fuori dalla finestra – a proposito, hai visto i lavori in corso qui sotto? Fanno rumore tutto il giorno –, poi sono andata in cucina e ho fatto colazione. La settimana scorsa ho comprato delle nuove brioche al supermercato, vuoi assaggiarle? Sono buonissime scaldate al forno la mattina. Così ho preso il tè…”
“Sì, ma questo che c’entra con quello che è successo?”
“Aspetta! Adesso ci arrivo, non avere fretta! Le brioche erano squisite, dopodiché mi sono lavata i denti, mi sono vestita, ho rifatto il letto – ultimamente mi viene sempre il mal di schiena quando rifaccio il letto, comunque, dicevo…”

E via di questo passo per le successive due ore, fino a che l’interlocutore non perde le staffe o sviene per sfinimento.
Ecco, Stephen King in “22/11/’63” fa esattamente la stessa cosa.
Per ottocento pagine.

Ora, che Stephen King sia un affabulatore più bravo di mia nonna non c’è alcun dubbio: riesce a inchiodare il lettore a qualunque testo, fosse anche una lista della spesa, producendo una vera e propria dipendenza. Non fa eccezione “22/11/’63”, dove quest’arte è ormai raffinata a dovere da un veterano della narrativa di genere come King. Gran parte dell’effetto dipende dalle premesse attorno alle quali ruota la storia, un’idea graffiante nella sua semplicità e nelle imperscrutabili implicazioni che si porta dietro: se potessimo modificare un evento talmente importante da aver rappresentato uno spartiacque nella storia del mondo, lo faremmo? E quali sarebbero le conseguenze?

Questo è ciò che accade al protagonista, l’insegnante Jake Epping, che scopre l’esistenza di un varco spaziotemporale nella tavola calda di fiducia. Il varco conduce nello stesso luogo, ma in un altro tempo: il 1958. L’America è ancora profondamente razzista, si fuma negli autobus, si balla il lindy-hop e il presidente Kennedy non è ancora stato assassinato. Ponendo come vera l’ipotesi della colpevolezza di Lee Harvey Oswald, cosa accadrebbe se si impedisse l’omicidio di uno dei presidenti più amati e controversi degli Usa?

È a questa domanda che il lettore attende impaziente di avere una risposta, ma a questo punto il romanzo si biforca in due direzioni. Una, più attinente al genere, è incentrata sulle regole a cui sottostanno i viaggi nel tempo chéz King: cosa accade quando si attraversa il varco, come il passato reagisce al cambiamento, in quale modo il tempo (quasi personalizzato in un’entità senziente e onnipervasiva) dirama le proprie radici quando viene riscritto.

La seconda storyline è incentrata sulla vita del protagonista nei cinque anni che lo separano dal momento clou, ed è qui che, per trecento pagine buone, l’opera parte per la tangente. Quelle trecento pagine si sarebbero potute tagliare di netto senza che la struttura del romanzo subisse danni; quando il lettore si rende conto che King sta menando il can per l’aia senza arrivare al dunque, e che tutto ciò che accade è quasi ininfluente ai fini della domanda principale (“riuscirà il nostro eroe a salvare Kennedy?”), iniziano i sudori freddi.

Ora, come ho già detto, King il suo lavoro di narratore sa farlo, per cui le trecento pagine bonus non sono mai noiose. Ho personalmente trovato irritante la scelta di auto citarsi così platealmente con l’arco narrativo di Derry (quello sì che è ininfluente, considerata la prima regola del viaggio nel tempo, che scoprirete leggendo); per il resto si tratta di una sorta di spin-off all’interno del romanzo, senza il quale ci saremmo trovati in mano un’opera più snella e leggera, che avrebbe potuto dire in quattrocento pagine quello che dice in ottocento.

Questo è, a mio parere, l’unico (ma non piccolo) difetto di un romanzo che, per il resto, vede uno Stephen King tornare alla carica in gran forma. Pur muovendosi nei pascoli della fantascienza, il Re del Brivido riesce a far emergere elementi suggestivi e raggelanti (come le descrizioni di Fort Worth e Dallas, o la figura dantesca dell’uomo con le tessere colorate) di grande impatto; si mostra un po’ impreparato sulla narrativa distopica quando va a descrivere gli eventi degli ultimi capitoli (un lettore di fantascienza non faticherà a trovarci una valanga di esagerazioni e cliché), ma si fa perdonare lo scivolone con un finale che ho trovato tra i più sentiti e commoventi mai usciti dalla sua penna.

Perciò: sì, “22/11/’63” vi prenderà per sfinimento; saprà però ripagarvi con una serie di stoccate narrative e momenti mozzafiato che vi inchioderanno alle pagine.

[Recensione a cura di Elena Di Fazio apparsa originariamente sul sito di Studio83 – “22-11-’63” di Stephen King” Recensione]

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