Nessun uomo è mio fratello

Nessun uomo è mio fratello - Clelia Farris

Bastano poche righe di Nessun uomo è mio fratello perché la mandibola si spalanchi: il primo commento – per quanto informale – è che, diamine, Clelia Farris scrive divinamente. Il suo stile ha una musicalità, un’eleganza, una perfetta sintonia tra evocazione letteraria e corrispondenze emozionali… Insomma, ogni parola è lì dove deve essere, funzionale e funzionante. Se lo stile è già mezza vittoria, Clelia Farris se la aggiudica senza dubbio.

Tutto questo va a inserirsi in un romanzo di fantascienza ben congegnato, dall’atmosfera originale (grazie, Clelia, per averci salvato dalla “saga dell’astronauta Patterson” e da quella dei “mille innesti cibernetici dentro di me”), ambientato – pur senza coordinate esplicite – in un Paese asiatico povero e contadino, dove convivono tecnologia e usanze arcaiche. Enki, il protagonista, è una Vittima; nella società immaginata dalla Farris, all’età di dodici anni sul corpo delle persone appare un simbolo: la “V” della vittima, la “C” del carnefice. Per ogni Carnefice c’è una Vittima a lui destinata: un omicidio che la legge non punisce.

La storia di Enki è raccontata – usando l’azzeccata metafora delle stagioni – attraverso il suo percorso di crescita, dall’infanzia alla maturità; dall’accettazione infantile e passiva del crudele gioco di Vittime e Carnefici alla presa di coscienza di un meccanismo sociale spietato e inaccettabile, fino al conflitto, rappresentato dall’esperienza dell’omicidio, che introduce l’intreccio vero e proprio. Il personaggio Enki, voce narrante, è magistralmente costruito, soprattutto nella sua progressiva evoluzione; l’universo che prende vita attorno a lui è ricco di colori, sapori, atmosfere palpabili, ma anche personaggi pieni di sfaccettature, dai comprimari alle comparse.

Il romanzo affronta temi controversi, come la bioetica e la manipolazione genetica, ma soprattutto quello dell’autodeterminazione individuale e del libero arbitrio. E lo fa con un’eleganza che si mantiene intatta dal primo all’ultimo capitolo.

Se proprio dovessi esprimere un dubbio, sarebbe relativo all’immagine della “V” e della “C” in sé: pur essendo scritto in italiano, Nessun uomo è mio fratello è ambientato altrove, dove si suppone che le parole “Vittima” e “Carnefice” siano differenti e, di conseguenza, abbiano altre iniziali. Si tratta di un neo che, personalmente, ha messo un po’ alla prova a mia sospensione dell’incredulità (alimentata dal fatto che, più volte, ricorre la descrizione grafica delle lettere “V” e “C” così come le scriviamo nel nostro alfabeto).

È un dubbio che mi sentivo di esprimere, ma che di certo non intacca la mia ammirazione verso un romanzo che, a parer mio, non solo ripaga la lettura, ma vince il lettore per k.o.: tanto di cappello.

[Recensione a cura di Elena Di Fazio, apparsa originariamente sul sito di Studio83: Recensione di “Nessun uomo è mio fratello”]

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