maggio 2015 – i post

Lo so, lo so, questo non è un blog di storia. Stiamo mettendo a punto un software che sostituisca i riepiloghi mensili con la previsione dei post del mese prossimo.

Purtroppo i problemi sono molteplici, possiamo lavorarci solo strafatte ma non abbiamo più il fisico (è scappato, era stufo di dover sintetizzare sostanze per una paga da fame).
Inoltre ogni volta che ne mettiamo a punto una versione beta quella si innamora di Paolo Fox e ci scarica prima di farsi caricare.

Vi terremo aggiornati. Ma prevedo guai.

homePrimo post del blog: Fantascienza perché

homeTanto tempo fa, in una galassia lontana lontana… Starcon 2015, Bellaria – Impressioni prive di riflessioni

Recensioni come se piovesse:

homeCrazy friend – io e Philip K. Dick  di Jonathan Lethem

homeDesolation Road  di Ian McDonald

homeL’uomo di Marte  di Andy Weir

 

 

 

 

Colpo di scena: Lezioni Sul Domani è anche un libro. C’è nel menu ma non si vede.
homeLezioni Sul Domani: il Libro

Ti sei rotto le scatole della Fantascienza? Finta di niente e un click in scioltezza sui post di Studio83 di maggio 205. Si parla anche di tanto altro.

Arileggerci, cosmonauti!

L’uomo di Marte – Recensione

Una spedizione di sei astronauti su Marte incappa in una tempesta ed è costretta ad annullare la missione per tornare a casa. Soltanto cinque ripartono alla volta della Terra: uno di loro, il botanico Mark Watney, viene dato per morto dopo un incidente. L’uomo è però ancora vivo e si ritrova solo in un mondo morto e ostile. Senza perdere la speranza e confidando nella missione successiva della NASA, prevista qualche anno più tardi, Watney si ingegna al meglio delle sue possibilità per sopravvivere fino al salvataggio.

Sulla copertina de “L’uomo di Marte” sono citati “Robinson Crusoe” e “Gravity”, entrambi riferimenti azzeccati: come nel romanzo di Defoe il protagonista deve cavarsela in un mondo sconosciuto e pericoloso; come nello splendido film di Cuaron il contesto è completamente alieno, un luogo di solitudine totale in cui gravità e atmosfera sono diverse, non c’è ossigeno e rimediare un po’ d’acqua da bere richiede particolari conoscenze di chimica e ingegneria. (I riferimenti a “Gravity” finiscono qui, sia chiaro: le metafore e i temi del film non c’entrano molto col registro e le tematiche del romanzo di Weir).

Come si può intuire, il romanzo sconfina nell’hard sci-fi, filone della narrativa fantascientifica in cui si cerca – tramite accurate digressioni – il massimo realismo scientifico. Non so quanto l’opera sia riuscita in questo senso, anche se ho già sentito operatori del settore storcere il naso su qualche libertà concessasi dall’autore; dal punto di vista narrativo è una scelta che tende un po’ a stancare, sebbene il particolare carattere del protagonista e il suo modo di raccontare aiuti il lettore a non perdere troppo la concentrazione. L’obiettivo è rendere credibile la permanenza di un essere umano su Marte per un periodo piuttosto lungo e in questo senso l’autore, scienziato prodigio alla sua prima fatica letteraria, attinge al proprio bagaglio culturale per rendercelo più verosimile possibile.

La caratterizzazione del protagonista è una scelta che paga parecchio: Mark Watney è una voce ironica, piena di vita, di speranza, capace di scorgere il lato positivo e le possibilità di riuscita in ogni cosa. A lui è legato uno dei temi portanti dell’opera, la resilienza (di cui lo scorso anno parlò anche la nostra Giulia Abbate in un racconto apparso su “Crisis”): la capacità umana non solo di resistere alle avversità, ma di trovare dentro di sé le risorse per sopravvivere e andare avanti malgrado tutto. Di contro, Weir tende a tirare un po’ troppo la corda da questo lato: dissemina il cammino di Watney di ostacoli (ci si aspetta fino all’ultimo che spunti un marziano ad addentargli il polpaccio) e cura poco l’evoluzione psicologica, supponendo che vivere su un altro pianeta senza risorse e in totale solitudine non influisca un minimo sul carattere e la salute mentale di una persona (il tempo passa, ma si ha sempre l’impressione che il protagonista sia lì da un paio di settimane al massimo). Lo stesso dicasi per alcune scelte piuttosto importanti compiute a cuor leggero da altri personaggi, esigenze di copione, ne convengo, ma un po’ troppo facili se così presentate.

Dal punto di vista narrativo, il romanzo è raccontato – nel bene e nel male – con una tecnica cinematografica, tanto che sembra concepito per essere trasformato in un film (e infatti è già prevista l’uscita nelle sale statunitensi alla fine del 2015). Nel bene, perché questa scelta alimenta la suspense, facilita l’evocazione e rende la lettura scorrevole; nel male perché l’autore non fa mai una scelta narrativa precisa, ma cambia “inquadratura” a seconda della convenienza (diario; narratore in terza persona; rapide descrizioni di respiro planetario). A volte sembra di leggere uno storyboard in forma testuale, pronto per finire davanti alla cinepresa: il che a tratti si percepisce poco, a tratti di più e a tratti può infastidire un pelino.

Ma Weir non è uno scrittore, questo lo si nota nonostante l’ottimo lavoro: si percepisce infatti anche la mano di quattro o cinque editor che devono averlo assistito, aiutandolo a trasformare le sue idee, la sua ironia, il suo piglio brillante e le sue competenze in un romanzo dalla prosa fluida e facilmente leggibile. (Non è una critica, anzi: è meglio scardinare il più possibile l’idea che un romanzo sia il parto di una sola mente e una sola mano).

La suspense, che ho già citato come uno dei pregi principali del romanzo, resta viva dalla prima all’ultima pagina, insieme a una bellissima riflessione finale che ho apprezzato molto.

Film o non film, “L’uomo di Marte” si è quindi meritato un’ampia percentuale delle lodi che gli sono state rivolte in tutto il mondo: tra i fantascientisti è il romanzo del momento e sta raccogliendo pareri positivi, a cui aggiungo anche il mio.

Mark Watney, insomma, sopravvivrà o no? Potete scoprirlo leggendo “L’uomo di Marte”, di più non si può dire.

[recensione di Elena Di Fazio apparsa anche sul sito di Studio83: “L’uomo di Marte” – recensione]

Desolation Road – Recensione

La settimana scorsa ho nominato le Edizioni Zona 42. Eccoli qui. Applausi.

 

Ian McDonald, premiatissimo autore di fantascienza (più volte candidato al Premio Hugo, vincitore di quest’ultimo trofeo nella sezione “Racconti” – anno 2006 – e del Premio Philip K. Dick anni prima), conosciuto soprattutto per il monumentale “Il fiume degli dei” (2004), esordì nel lontano 1988 con un romanzo, intitolato “Desolation Road” e inedito in Italia fino alla primavera di quest’anno: è stata infatti la giovane e interessantissima casa editrice Zona 42 ad acquisirne i diritti e pubblicarlo nella nostra lingua, anche in e-book (formato in cui l’ho letto).

Inizio col lodare l’editore per l’ottimo lavoro: sia per averci permesso di leggere l’opera, sia per la bellissima traduzione e l’e-book. (Quest’ultimo, se posso dire la mia, ha un prezzo un po’ alto per essere una pubblicazione digitale, ma l’ho acquistato comunque per interesse verso il libro e la casa editrice).

La maggior parte delle recensioni e dei commenti su “Desolation Road” tirano in ballo due autori classici, Ray Bradbury e Gabriel Garcia Marquez, sottolineando – a ragion veduta – il curioso mix che ha fatto McDonald di stili che ricordano i due grandi scrittori: una fantascienza mescolata al realismo magico, scritta con uno stile evocativo, elegante; che ignora l’altro realismo, quello scientifico, e lo fa egregiamente, “vendendo” al lettore un’ambientazione marziana improbabile e bellissima.

Ian McDonald mette su un mondo un mattone alla volta, facendolo crescere assieme al numero dei personaggi, raccontandoci la loro storia e la loro evoluzione; tratta svariati temi, dalla genesi di una comunità alla religione, dal rapporto tra uomo e macchina alla maternità, dal misticismo agli orrori della società post-industriale. Ogni personaggio è un piccolo mondo che è bello scoprire a poco a poco, mentre – da un punto di vista più ampio – l’autore inserisce dubbi e interrogativi sull’uomo e sui micro (o macro) cosmi in cui vive.

Sull’altro piatto della bilancia abbiamo una lunghezza eccessiva, un mettere troppa carne al fuoco che a lungo andare si percepisce e pesa sulla lettura. Forse il risultato sarebbe stato diverso con un massiccio lavoro di riduzione che snellisse l’opera: per come è impostata, l’essere lunga quattrocento pagine la penalizza molto, a mio parere, appesantendola. È un peccato perché, con un maggiore senso del limite, il romanzo sarebbe stato davvero perfetto.

Resta una splendida lettura, almeno fino a un certo punto; poi si disperde un po’, ma non significa che non ne valga la pena. È quindi un romanzo che consiglio, soprattutto agli appassionati di fantascienza: ci mostra un aspetto ricco ed elegante di questo genere, un modo di fare sci-fi che personalmente adoro e che ha un grande valore letterario.

[Recensione di Elena Di Fazio apparsa anche sul sito di Studio83: Desolation Road – Recensione ]

Starcon 2015, Bellaria – Impressioni prive di riflessioni

Bellaria è un posto di mare bellissimo, mi chiedo per quale motivo in un fine settimana primaverile in cui i camping sono tutti pieni e la gente è tutta in giro i locali del centro pedonale all’ora di pranzo siano tutti sbarrati. Tranne quelli che servono da mangiare, quelli sono aperti, mi chiedo per quale motivo siano tutti un po’ incazzati e trattino maluccio chi chiede qualsiasi cosa non sia una piadina.
(E per la cronaca: noi in Romagna non siamo vegetariane, siamo allergiche. Sennò ci cacciano.)

La convention fantascientifica è un tutti insieme appassionatamente: Star Wars, Star Trek, Doctor Who, serie TV, pupazzi e pupazzetti, gente mascherata. Ah sì, c’è anche la letteratura, siamo negli scantinati, pardon, in “sala Babel”.

La convention fantascientifica è un tutti insieme, ciò nonostante di sabato pomeriggio è un panorama semilunare. La “grande kermesse” è un pochino vuota. Me ne chiedo il motivo.

Se poi mi è concessa un’altra critica, direi anche che dodici euro di ingresso al giorno sono un prezzo eccessivo.

Qualcuno  deve averci letto, tempo fa. Infatti quest’anno l’ingresso singolo, semplice, secco,  costava VENTICINQUE euro.

Buona notizia: c’è il libro in omaggio.
Cattiva notizia: è il libro tratto dal film nuovo di Star Trek.

Scusi, dico, sono le tre del pomeriggio, non è che è previsto un ingresso ridotto, che so, mezza giornata?
No, dice, forse dopo le nove.
Dopo le nove… di sera?
Sì, per la sfilata dei costumi.

Che termina alle nove e trenta, comunque. Divertente. E fanno venticinque.

Però ragazzi, che allestimenti.
Però ragazzi, che allestimenti.

Poi entri e fai un giro, e insieme a qualche stand di libri ci sono magliette e spille e cartonati e mercanzia varia. Venduta a prezzi stellari. Ma va bene così. Un po’ di gente a dire il vero c’è, e fa la fila per farsi la foto con la stella di una serie TV, si mettono in posa, e fanno cheese, e fanno sessanta euro.

Cheese!
Cheese!

Io mi attengo al programma, anche se non sempre, nelle edizioni passate, è stato seguito rigidamente. Ricordo con affetto la presentazione di una rivista che si è tenuta al bar di fronte, tra amici. Io però ero in sala Babel, in silenzio, a chiedermi dove fossero tutti.

E infatti anche stavolta una piccola sbavatura c’è stata, ma probabilmente mia, non ho ben capito come leggere il programma, forse. Arriviamo mezz’ora prima e ci ritroviamo in un incontro-dibattito sul nuovo episodio di Star Wars, che uscirà a dicembre.

Poteva andarmi peggio. Potevo restare a Milano.

Chi è a favore si siede a destra, chi è contro si siede a sinistra, voi due chi cazzo siete? Più o meno l’andazzo è stato questo, io non ce l’ho con Star Wars, anzi, nemmeno con i fan, tutt’altro, è solo che, se mi trovo nel mezzo di un dibattito fuori programma in cui non ho un’opinione ben definita, mi farebbe piacere essere trattata comunque con cortesia, sono un’ascoltatrice dignitosa, un bravo dodo che non fa male a nessuno.

Intanto, in un paese lontano lontano...
Intanto, in un paese lontano lontano…

La presentazione poi c’è stata, ed è stata anche bella. Io non ho parlato, ho detto che ero lì per ascoltare, e ho ascoltato, ho preso anche appunti. Perché una volta tanto volevo starmi zitta e sentire bene quello che dicevano gli altri e ne è valsa la pena.

Si è parlato delle Guide Odoya, ad esempio. La Guida alla Letteratura Horror  ha preso il Premio Italia, quest’anno, e nel presentarla Walter Catalano ha  spiegato anche il senso di un lavoro simile, che arriva dopo la Guida alla Letteratura di Fantascienza e la Guida al Cinema di Fantascienza, quindi in pratica dopo che lui, Gian Filippo Pizzo, Michele Tetro, Roberto Chiavini e compagnia scrivente si sono fatti il culo a fette, passatemi il francesismo.

Oggi il concetto di manuale onnicomprensivo, di guida di saggistica è diverso da un tempo, perché c’è Internet. Quindi quello che bisogna fare è cercare, scegliere e aggregare del materiale che, se poi uno lo vuole approfondire, può essere scoperto e analizzato online. Inoltre le nostre guide non sono neutre: abbiamo dato un taglio critico chiaro, per una lettura comunque nuova e che vada oltre il riassunto.

Oltre alla Guida al Cinema Horror, Gian Filippo Pizzo presentava tre antologie di racconti sci-fi italiani (contenenti anche nostri racconti. Quali? Dove? A voi il piacere di scoprirlo):

Proprio su questa curatela condivisa ci sono state parole interessanti. Già curare un testo, già curare qualsiasi cosa è difficile se lo si fa da soli, figuriamoci se c’è anche da coordinarsi.

Donato Altomare: – Io capisco come agisce un curatore, ma in tre come vi conciliate?

Gian Filippo Pizzo: – Litighiamo.

Conclusa la presentazione siamo andate via, non prima di un altro giro, saluti, incontri di amici vecchi e nuovi. Quello che ci ha sopportate più di tutti, e penso gli sia bastato per almeno un altro anno, è Alberto santo-subito Cola.

IMG_2820
Eccoci. Non siamo alla sfilata dei costumi e non indossiamo nessuna maschera.

Grazie alla sua mediazione, abbiamo conosciuto direttamente i due “editori di fantascienza e altre meraviglie” di Zona42. Una casa editrice “piccola” solo per dimensioni ma con un catalogo e soprattutto una qualità di titoli, proposte e traduzioni da fare paura senza essere horror. Anche se abbiamo trovato lo zampino di Elvezio Sciallis, che di horror è un’autorità indiscussa, e che firma la prefazione di un bellissimo testo che abbiamo (che Elena ha) appena letto e che recensiremo (che Elena recensirà) molto presto.

E se qualcuno volesse saperlo, in due noi ci conciliamo così.
Io bloggo, lei lavora.

Per una degna conclusione a questo post riepilogone spacciato per rapida sequenza di istantanee, ecco la lista dei vincitori  del Premio Italia 2015 in tutte le categorie.

E un altro  riepilogone, quello di Fantascienza.com, a testimonianza delle tante cose successe alla Starcon 2015 di Bellariamentre io cercavo solo cose di cui lamentarmi.

Al netto delle lamentele, torno con un bel carico di libri.

IMG_2828
Questi li stavo finendo. Sono sul comodino.
scaffale
Questi sono i prossimi: sullo scaffale in vista.
scaffale2
Anche questo ha un perché: sotto la gamba più corta del tavolo.

E che la prosperità sia con voi.
O qualcosa del genere.

Crazy Friend – Io e Philip K. Dick

libro-crazyfriend

“Crazy Friend” è un saggio scorrevole e divertente che raccoglie alcune prefazioni e articoli di Lethem dedicati alla figura di Philip K. Dick.
Su Dick si è scritto molto, specialmente negli ultimi anni, quando la riscoperta dei suoi romanzi si è unita a quella del genere sci-fi, con i suoi eterni cicli di gloria e oblio. Ma più che della letteratura di Dick, “Crazy Friend” è una retrospettiva di un rapporto ideale e letterario, del dialogo silenzioso dello scrittore Jonathan con il maestro Philip, e di una formazione alla fantascienza (e perché no, alla vita) attraverso la lettura di classici dickiani.

Lethem racconta della sua scoperta di Dick, della lettura vorace, del sogno post adolescenziale di conoscerlo, rotto bruscamente  dalla morte dello scrittore californiano. Abbiamo davanti, quindi, degli scritti autobiografici e di formazione, dove la letteratura si mischia alla realtà, la memoria ai progetti futuri, la critica letteraria (ottima e onesta) agli aneddoti (anche quelli gustosi, non dimentichiamo che Dick è amato da un sacco di gente strana).

Quale scrittore non porta nel cuore un maestro ideale? Chi di noi non ha un libro, una frase, più spesso un autore, dal quale è stato ossessionato? Chi non ha mai scritto un racconto al solo scopo di imitare un grande, per copiarne il tema, lo stile, per sognare nell’arco di una riga di essere come lui?
In “Crazy Friend” Lethem ci racconta la sua ossessione, e rilegge Dick come critico ma anche come fan, ammettendo candidamente di volersi sentire un suo figlio letterario, il suo ideale prosecutore.

Se il testo ha un punto debole, sono forse i racconti finali di Lethem ispirati ai temi dickiani, che a mio avviso sono piuttosto scarsi, specie se paragonati alla splendida prosa della prima parte. Tuttavia, sono tentativi coerenti con quanto Lethem ci racconta, ed esprimono a modo loro la tensione ideale dell’allievo verso il maestro.

“Crazy Friend” è quindi un saggio che può interessare ai lettori di Dick, ma anche agli scrittori in generale, perché racconta di una formazione letteraria, di un autore scopertosi tale grazie a un altro autore. È un paradigma, ed è anche un racconto simpatico e avvincente.

Un’ultima nota: “Crazy Friend” è edito da Minimum Fax, editore che è una garanzia. Ed è uscito in cartaceo dopo la versione in ebook, resa acquistabile sul sito dell’editore un giorno prima l’uscita del volume.  E tanto per confermare l’ottimo lavoro di Minimum Fax, ecco qui lo speciale su Lethem con interventi  inediti molto interessanti (tra cui una conversazione con Dave Eggers). Buona lettura!

 

[In origine sul sito di Studio 83:  Crazy Friend – Io e Philip K. Dick]

Cookie Policy – Informativa

Un cookie è un breve file di testo inviato al tuo browser da un sito web visitato, che viene memorizzato sul tuo hard disk, e che consente al sito di memorizzare informazioni sulla tua visita.
I cookie sono piccole porzioni di dati che vengono memorizzate e utilizzate per migliorare l’esperienza di utilizzo di un sito. Ad esempio possono ricordare temporaneamente le tue preferenze di navigazione per evitarti di selezionare tutte le volte la lingua, rendendo quindi le visite successive più comode e intuitive.
Oppure possono servire per fare dei “sondaggi anonimi” su come gli utenti navigano attraverso il sito, in modo da poterlo poi migliorare partendo da dati reali.
I cookie non registrano alcuna informazione personale su un utente e gli eventuali dati identificabili non verranno memorizzati. Se vuoi disabilitare l’uso dei cookie puoi personalizzare le impostazioni del tuo browser (per sapere come fare, leggi più avanti).

I cookie non sono virus o programmi. I cookie sono solamente dati salvati in forma testuale nella forma “variabile=valore” (esempio: “dataAccessoSito=2014-01-20,14:23:15″). Questi dati possono essere letti solamente dal sito che li ha generati, e in molti casi hanno una data di scadenza, oltre la quale il browser li cancellerà automaticamente.
Esistono diversi tipi di cookie.

I cookie tecnici: sono indispensabili. Sono quelli utilizzati dal gestore del sito per garantire e agevolare la normale navigazione e fruizione del sito (consentono ad esempio di autenticarsi per accedere ad aree riservate, di salvare i prodotti nel carrello, di ricordare alcuni criteri selezionali come la lingua…) e per raccogliere alcune informazioni in forma aggregata sugli utenti.

I cookie di profilazione, o di performance, sono quei file che i gestori dei siti web usano per raccogliere dati personali sui visitatori per poi inviare pubblicità e servizi mirati. Se hai notato che, dopo aver visitato un negozio online o fatto ricerche di determinati prodotti, nei banner pubblicitari di un sito diverso ci sono degli annunci relativi alle tue ricerche precedenti, ecco, quello è legato ai cookies di profilazione.

In questa seconda categoria rientrano anche i cookie di terze parti: derivano da annunci di siti diversi da quello che stai visitando, ad esempio popup o striscioni pubblicitari, presenti nel sito eeb visualizzato. Alcuni inserzionisti pubblicitari utilizzano questi tipi di cookie per tenere traccia delle visite dell’utilizzatore su tutti i siti sui quali offrono i propri servizi e usarli a scopo di marketing. Se un utente ritiene che questa tracciabilità possa essere fonte di preoccupazione e di ingerenza nella propria privacy, è possibile disattivare i cookie di terze parti.

Questo sito non utilizza inserti pubblicitari, non usa cookie di profilazione proprietari e non usa Google AdSense.

Il blog Lezioni Sul Domani utilizza pulsante per la condivisione su diversi social network.
Puoi approfondire la privacy policy di ognuno qui:
cookie-Privacy policy Facebook
Cookie-Privacy policy Twitter
Cookie-Privacy Policy Google+
Cookie-Privacy Policy WordPress
Per i link relativi a qualunque altro sito linkato all’interno di queste pagine consultare la privacy policy del sito stesso.
È possibile rifiutare o bloccare i cookies: abilitando la navigazione anonima oppure impostando il browser in modo da impedirne la memorizzazione.
Di seguito le istruzioni per farlo sui principali browser, [fonte: Storie da Birreria]

Altra risorsa utile se vuoi bloccare i cookie: Come bloccare i Cookie – Blog di Salvatore Aranzulla 

Continuando la navigazione sul sito accetti l’utilizzo dei cookie.

Gnam.
Gnam.