“Next-Stream. Visioni di realtà contigue”, Kipple – Prefazione di Giulia Abbate

“Next-Stream. Visioni di realtà contigue” è una raccolta di racconti di autori e autrici italian* che si sono misurati con la fantasia per costruire storie avvincenti, che possano arrivare anche a chi normalmente non legge fantastico e fantascienza.

L’antologia è stata curata dall’editore Kipple e plurivincitore di premi letterari vari, Lukha B. Kremo, e da Giulia Abbate, vostra umile mezza dodo.

Contiene racconti di Alessandra Cristallini, Andrea Pomes, Domenico Mastrapasqua, Francesca Fichera, Franci Conforti, Giovanni de Matteo, Irene Drago, Laura Silvestri, Linda De Santi, Marco Milani, Matt Briar, Sandro Battisti, Stefano Trucco, Valeria Barbera. Con l’introduzione di Kremo e la copertina di Ksenja Laginja, contributi che valgono come due racconti in più.

Ecco qui di seguito la prefazione di Giulia Abbate: riassume un po’ il senso del lavoro fatto insieme, e il bello che c’è dentro questa Next-Stream!

A volte capita all’improvviso. Altre volte è il risultato di una sequenza di avvenimenti e relazioni, un percorso impercettibile che si rivela solo al compimento, e che dopo assume i crismi della necessità.

Capita di trovarsi all’improvviso in mezzo a una rivelazione. Di risvegliarsi in territori sconosciuti e chiedersi che tipo di bussola usare, e dove trovarla.
Capita a molti personaggi nei racconti di questa raccolta: vivono passaggi, irruzioni, epifanie; oppure arrivano alla realtà contigua passo dopo passo, dopo percorsi oscuri, ma intrinsecamente inevitabili.

È capitato anche a me, quando Kremo mi ha chiesto di curare insieme a lui il progetto connettivista della nuova Next Stream.

– Io non sono connettivista – ho risposto.
– Allora sei perfetta – ha detto lui.  – Ho bisogno di mainstream.
– Giusto cielo. Anche io! Dove lo trovo, dove?
– Ok, senti questa allora. Ho bisogno di autrici fantastiche.
– Quelle le trovo. Andata!

La questione femminile è un’altra delle rivelazioni che ti trovi addosso quando inizi a scrivere e a lavorare nell’editoria. Sembra che le femmine scarseggino, in questo aureo mondo. Basta aprire un indice qualsiasi, di un’antologia qualsiasi, per imbattersi in questa penuria di genere.

Era il 2017 quando Pat Cadigan ha affrontato la questione, durante un suo panel tenutosi alla convention del libro fantastico Stranimondi. Io c’ero e l’ho sentita. Ed ecco: un altro passaggio improvviso, un altro colpo rivelatore.

«Non puoi sempre pretendere e ottenere una esatta parità di genere nelle antologie. Io stessa non sono riuscita a essere sempre in un’antologia, perché avevo… avevo mia madre, da curare!
Sono consapevole del fatto che probabilmente si rivolge la call a più donne di quel che poi risulti, perché loro poi non possono esserci. Perché magari sono madri e devono prendersi cura dei loro figli, o hanno la responsabilità della cura dei loro genitori anziani…
Per questi motivi, da parte mia non sono severa, non voglio esattamente il cinquanta per cento di donne e uomini. A volte è semplicemente chiedere troppo.»

A volte è chiedere troppo.

È chiedere troppo che un’antologia possa appianare una discriminazione presente ben prima della selezione editoriale, che determina vite e mentalità, e di conseguenza appare anche negli indici dei libri.
È chiedere troppo che una donna possa dedicare alla scrittura la stessa cura che può infondervi un uomo, a parità di lavoro e di famiglia ma non sempre di tempo davvero libero.
Inoltre, è chiedere troppo che una donna lavori per un’antologia perché è una donna: perché poi allora non ti lamentare che non ci sono abbastanza donne. Magari il tema della raccolta non le interessa, la consegna non è nelle sue corde autoriali, e così via. Le occasioni sono poche, non per questo sono obbligatorie. È ingiusto che anche in questo campo il semplice no sia una risposta che scatena rappresaglie.
Dovrebbero esserci più occasioni per tutt*, e la libertà di prenderle o meno. Punto e basta.

E dovrebbero esserci tutt* coloro che lo vogliono: perché lo vogliono e perché a parità di qualità non ci siano altre disparità che alla radice impediscano di provarci.
Il mio ideale non è il cinquanta per cento di donne e il cinquanta per cento di uomini, tant’è che in questa antologia non va così.
Qui ci sono più donne che uomini. Mi spiace.
Il mio ideale è che appaiano e si trovino in giro più di due generi, tanti generi, diversi, complessi e assolutamente dichiarati e riconoscibili. C’è un concetto che viene spesso ripreso, quando si parla “solo” di uomini e donne e di cosiddette quote rosa: «In un mondo ideale e libero da pregiudizi il genere non si dovrebbe nemmeno notare!» Non è vero, è un sillogismo da tastiera che nega la complessità del mondo: il genere sarà sempre importante, sarà sempre tematizzato e problematizzato, perché saremo sempre noi e ciò che riteniamo davvero importante di noi, per noi. Solo, non dovrà essere giudicato nel suo valore, non dovrà essere soppresso, negato, insultato, ignorato o negletto.
Ci dovranno essere sempre più racconti e libri di persone di tutti i generi possibili. In modo che, da qualche parte, altre persone notino la loro esistenza e si dicano: «allora esisto anche io. Allora posso anche io.» E in modo che altre persone non li notino: magari lo facciano dopo essersi gustati la bellezza di una prosa… lo vedo capitare spesso, alcuni lettori ammettono la loro sorpresa nello scoprire che una certa cosa che hanno letto e gradito è stata scritta da una donna. Un’altra rivelazione, una destabilizzazione, un mondo contiguo nel quale muoversi a piccoli passi cercando nuove bussole.
E torniamo qui: a ciò che mettono in scena tanti racconti di questa raccolta.

Il bello è che noi non avevamo dato indicazioni di merito, tuttavia ci sono arrivate storie incredibilmente affini, adiacenti e correlate, richiamantesi con sincronicità affascinanti.
La realtà contigua è un altrove che è già qui: e l’irruzione del non familiare in un contesto già spiazzante, nel quale i personaggi si muovono attingendo a competenze misteriose, istintive, seguendo pulsioni di vita, confidando nella possibilità di cogliere qualcosa di vero ovunque si trovino a vagare.
Alcuni racconti mettono in scena da subito dei mondi iperreali, fantasmagorici e spalancati nei quali cadiamo senza appigli: Conforti e Fichera usano leggi del reale, la matematica, la musica, per darci delle esplosioni cenestetiche, intense e divertentissime, a loro modo struggenti. I personaggi di De Matteo, Trucco, Battisti, Bryar viaggiano in mondi alterati, forse spostati, nei quali le sensazioni di estraneità e familiarità sono altrettanto forti e le storie sono permeate di significati vicini, troppo vicini, non solo contigui: a vista. Barbera crea rivoli di possibilità, accende e spegne, entra ed esce da scenari paralleli che si autoescludono eppure esistono insieme. Drago dà una precisa collocazione alla sua ambientazione contigua, ma poi ne cambia la cornice, ed ecco che cambia anche il senso.

Un’altra linea narrativa comune è proprio il cambiamento: la mutazione non indolore dei personaggi. De Santi e Silvestri configurano modifiche fisiche strumentali, che poi diventano strutturali: incidono sulle biografie, alterano le sostanze. Mastrapasqua confonde e replica il suo stesso protagonista che non vuole, non può mutare, per non dissolversi. Cristallini e Pomes, con le loro flash novel sparpagliate nell’antologia a separare e riunire gli altri racconti, inseguono pezzo dopo pezzo un cambiamento che forse sarebbe stato meglio evitare.

L’ultimo racconto, quello di Laginja, è in copertina. Anche una sola frase di commento è superflua da parte mia, pensala tu, trova quel che ti serve. Io ci intravedo una luna, è impossibile, eppure eccola lì. Mi fa davvero felice.
E così il lavoro fatto per Next Stream. Non me lo aspettavo, non lo credevo possibile, e invece. A volte un invece capita all’improvviso, altre volte lo si costruisce… altre volte ancora, qualcosa da fuori chiede di agire per farti cambiare, e tu scopri che, giusto cielo, è giusto assecondare quel qualcosa.

Qui dentro ci sono un po’ tutte queste modalità, e anche di più, in storie avvincenti ed emozionanti. Spero che piacciano anche a te che leggi, spero che ti facciano felice, spero che ti accompagnino nelle loro realtà contigue e che ti diano lo slancio per vedere, creare, aprire le tue.

Buone visioni!

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Octavia Butler: l’allegoria dell’empatia, una visione necessaria / Post Premio Italia 2018

Questo post ha vinto il Premio Italia 2018 nella categoria “Miglior articolo pubblicato su rivista amatoriale.

Scritto da Giulia Abbate per la rubrica “La fantascienza delle donne” curata da Elena Di Fazio e Giulia Abbate (cioè il dodo al completo, noi che curiamo anche questo sito!) è stato pubblicato originariamente qui:

In seguito è stato ripubblicato nella versione cartacea di Andromeda: “Lost Tales – Andromeda”, curata come la “web-sorella” da Alessandro Iascy e pubblicata da Letterelettriche.

Grazie a tutti quelli che hanno votato questo post e grazie a chi lo leggerà e condividerà.

Continuiamo a pensare, ora come ieri, che l’empatia sia fisiologica e che quando manca ci si ammala. E continuiamo a essere convinte che i libri di Octavia Butler siano necessari, ora più di ieri.

Octavia Butler: l’allegoria dell’empatia, una visione necessaria

Alcune immagini di questo post sono tratte da foto scattate durante le proteste femminili e femministe che hanno percorso il Sudamerica nell’ottobre 2016, e che hanno inaugurato una nuova ondata di proteste di piazza e di lotte per i diritti delle donne e la libertà dalla violenza di genere.
Fonte diretta: 27 Powerful Images Of Women Protesting Against Femicide In Latin America

Il 22 giugno 2017 è stato il settantesimo anniversario della nascita di Octavia Estelle Butler, scrittrice e madre ideale dell’afrofuturismo.

Butler, ahinoi, è morta a soli 58 anni, il 24 febbraio del 2006. Ci ha lasciato in eredità le radici di un movimento filosofico e rivoluzionario, un archivio di documenti e manoscritti preziosissimo (recuperato e catalogato dai suoi estimatori in una collezione a lei dedicata) e alcuni romanzi indimenticabili.

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[Da Radio Imagination: Octavia E. Butler’s Los Angeles]

Il suo romanzo tra i più citati e famosi, “La parabola del seminatore”, contiene una quantità enorme di visioni, di letture e di idee di futuro e per il futuro. Basterà dire che proprio questo, insieme al suo Kindred, è considerato una delle basi ideologiche dell’afrofuturismo. Una impostazione culturale che oggi sta prendendo un vigore forse mai avuto, e sta uscendo dai confini della propria nicchia, grazie a un’agguerrita new wave africana e afroamericana, fantascientista, anticolonialista e femminista intersezionale.

Ne “La parabola del seminatore” ci sono quindi idee e concetti molto ripresi e molto ragionati nel merito. La religione di Earthseed, lo splendido Seme della Terra (da quando lessi Butler mi resi conto era anche la mia: la ritrovai in me stessa). Oppure la distopia e l’ammonimento sociale: il disastro climatico causato dall’umanità, il senso di isolamento individualista/consumista, il fondamentalismo religioso, la politica piegata ai personalismi, e molto altro.

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[Da : Two newly discovered Octavia Butler stories to be published as e-book]

Un aspetto rispetto ad altri mi pare meno affrontato e riguarda una caratteristica che è alla base del personaggio principale, ma che allo stesso tempo non pare rilevante, perché non è necessaria all’economia dell’intreccio.

Per questa ragione a me pareva quasi un difetto, di un libro comunque meraviglioso, ma pur sempre un di più, forse di troppo.

Ragionandoci, mi sono accorta che, pur essendo un “di più” rispetto all’intreccio in senso stretto, questo elemento è costitutivo del romanzo e della saga. Sto parlando della “malattia dell’empatia”, che Butler chiama “sindrome da iperempatia”.

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.”

Questa ovviamente non è Butler. È Jose Saramago, Nobel alla Letteratura, che incentra il suo romanzo “Cecità” proprio su questa allegoria: la cecità è morale, è la mancanza di umanità, di solidarietà, di… empatia verso gli altri.

Non posso far niente riguardo alla mia iperempatia, per quanto papà lo desideri. Sento quello che vedo sentire agli altri, o quello che credo sentano. I dottori la definiscono una ‘sindrome organica illusoria’. Stronzate. Fa male, ecco tutto quello che so.

[…] In ogni caso i miei neurotrasmettitori sono alterati e tali resteranno, ma posso cavarmela bene, purché gli altri non ne sappiano niente.

[…] A volte la gente dice che ho un’aria cupa o arrabbiata; preferisco che pensino questo, piuttosto che sappiano la verità. Che pensino qualsiasi cosa, purché non sappiano com’è facile farmi soffrire.

[Da “La parabola del seminatore” di Octavia E. Butler]

La piccola, forte Olamina ha lo stesso problema della moglie del dottore di Saramago, ma rovesciato: la moglie del dottore non ha la cecità, quindi è sana e in un certo senso salva e si salva. Olamina invece ha l’(iper?)empatia, quindi è malata, e il suo percorso è più accidentato e difficile, più doloroso.

Curioso: anche l’iperempatia di Olamina ha molto a che fare con il vedere: lei vede una persona soffrire, e anche se essa finge, Olamina soffre lo stesso.

L’empatia può anche essere indicata come rispecchiamento: vediamo gli altri come noi e pur sapendo che siamo distinti possiamo identificarci in loro e sentire come loro. Nel mondo “reale”, l’empatia è una caratteristica umana fisiologica: l’incapacità di provare empatia è un disturbo mentale e della personalità, uno stato patologico.

Da questo punto di vista, Butler ci vede molto lungo.

Rifletti ora anche su quest’altro punto. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile […] E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri […] Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?

– Certamente, rispose. […]

Tratto dal mito della caverna. Platone, “Opere”, vol. II

È così: quando ci troviamo in un mondo “malato” (una famiglia disfunzionale, un gruppo di coetanei aggressivi, una società bulimica incentrata sull’accumulo distruttivo) e noi non siamo così, siamo “normali”, non allineati, non collaborativi, in realtà la nostra diversità in quello specifico contesto ci fa apparire malati, ci fa essere quelli che soffrono e manifestano il disagio, il disagio che gli altri non avvertono più. Tu resti l’unico sensore. E la strada è tutta in salita.

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Andiamo per un attimo nel biografismo. Voler a tutti i costi identificare chi scrive con la sua opera è rischioso e spesso fallace, ma a volte può anche darci qualcosa in più.

Octavia Estelle Butler ha sofferto di bullismo, lo ha poi raccontato diverse volte. Aveva una forma di dislessia, era molto alta e si sentiva sgraziata. Era nera, en passant.

“Certo, parlo della mia esperienza personale. Ma è un’esperienza comune a chiunque ricordi bene i giorni di scuola. Naturalmente non tutti sono stati bulli o vittime di bullismo. Ma tutti abbiamo visto verificarsi del bullismo, e guardandolo abbiamo risposto in qualche modo: partecipandovi o rifiutandolo, ridendoci su o restando in silenzio, sentendoci disgustati, o sentendocene attratti…”

Octavia Butler, da 15 fascinating facts about Octavia Butler

Viviamo insieme. E siamo comunque legat* gli uni alle altre, vicini e interdipendenti. Violare questo legame, tradirlo, arrestarsi all’homini lupus, non vedere più gli altri in noi, è un grave vulnus: che quando è comune, porta paradossalmente l’empatia a diventare una malattia, un problema per chi la vive.

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Butler si dimostra incredibilmente attenta in un caso ancora più estremo: il racconto dello stupro subito da un personaggio iperempatico nel secondo libro della saga, “La parabola dei talenti”. (Dire chi è il personaggio non sarebbe un grande spoiler, ma evito lo stesso. Leggete il libro!)

La donna viene violentata da un fondamentalista cristiano, in una situazione di sopraffazione palese: non è addormentata né drogata, viene picchiata brutalmente, nella piena consapevolezza del brutto che sta succedendo. Ma c’è un altro problema:

“Io ero l’unica empatica delle quattro, così che ho dovuto sopportare non solo il dolore e l’umiliazione, ma anche il selvaggio, intenso piacere del mio stupratore. Non ci sono parole per descrivere la contorta, schizoide laidezza di tutto ciò.”

Alla luce di quanto detto, questa può sembrare un’estremizzazione, una conseguenza nefasta della “sindrome iperempatica” inventata da Butler, e di nuovo qualcosa che comunque non influisce sull’intreccio, accade e basta, quasi incidentalmente, e viene poi lasciato lì. Invece, ancora una volta Butler fa centro. Purtroppo, mi verrebbe da dire. Perché anche qui c’è molta più verità di quanto sembra e di quanto ci augureremmo.

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[“Non è che hanno gradito la violenza: [le persone che hanno subito la violenza] si sentono in guerra con loro stesse, perché il corpo ha risposto come se lo avesse gradito. Come se il corpo le avesse tradite.”

@_clvrarose ha spiegato in 11 tweet questo aspetto poco considerato della violenza sessuale. Gli altri tweet qui: Girl explane rape in 11 tweet, and everybody must read them]

Quando subiamo una violenza sessuale, il nostro corpo attua dei meccanismi di difesa per limitare i danni: l’atto sessuale imposto va comunque a stimolare le aree erogene, che agiscono meccanicamente, ci fanno nascere delle sensazioni spurie ma fisiologiche. Tutto si confonde. La volontà dice no, il corpo reagisce per la sopravvivenza, come può, in quel momento.

«Perché ho provato piacere? Come ho potuto? Allora è colpa mia, è stata colpa anche mia, allora non ho subito una vera violenza, c’entro anche io!»

No. Tu non c’entri. Tu sei la persona sana. In un contesto malato, paghi la tua integrità con più sofferenza, con più domande, con più dolore.

#niunamenos1

Qui non ho appigli per un facile autobiografismo. Butler a quanto ne so non ha mai parlato di questi argomenti e la violenza sessuale è un tema presente, parte di un discorso generale legato alla sopraffazione (in Seme selvaggio è molto presente, ad esempio, nella sua forma psicologica). Ignoro se nella sua vita possa esserci qualcosa che va in questo senso, Butler è stata attivista per molte cose, ad esempio, ma non mi pare per le vittime di violenza sessuale in particolare.

Ma come dicevo in apertura, la biografia è un di più.

La letteratura ha la sua ragione di esistere al di là dell’esperienza contingente, e nella sua finzione mette in scena più verità di quanto pensiamo, a volte più di quanto vorremmo.

Le parole, le storie di Butler ci chiedono di pensare alle nostre specificità e a “noi nel mondo”. Di guardarci intorno, di andare avanti lottando a testa alta, di non rompere la connnessione con gli altri, senza cercare di “guarire”.

Se la sindrome da iperempatia fosse più comune, queste cose non avverrebbero. La gente potrebbe uccidere, e sopportarne il dolore o venirne distrutta. Ma se ciascuno avvertisse il dolore altrui, chi si metterebbe a torturare un altro? Chi causerebbe una sofferenza superflua? Finora non avevo mai considerato il mio problema come qualcosa di positivo, ma data la situazione attuale, comincio a pensare che potrebbe essere utile. Vorrei passarlo ad altri, o, in mancanza di questo, trovare altre persone come me e vivere tra loro. Una coscienza biologica è meglio di nessuna coscienza.

[Da “La parabola del seminatore” di Octavia E. Butler]

Diversamente da molte altre distopie postapocalittiche statunitensi, dove il nichilismo e il canemangiacane raggiungono vette atroci di nulla e distruzione morale, le Parabole di Octavia Butler contengono e si basano su un messaggio di speranza. E ci donano delle immagini dure, violente, crudeli, solo per dirci che non è così che dovrebbe essere, non è così che dovrà essere, se restiamo uniti e connessi.

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L’universo è il seme di Dio.

Solo noi siamo il Seme della terra.

E il destino del Seme della terra

è di mettere radici tra le stelle.

[Lauren Olamina, “I libri dei vivi”- da “La parabola del seminatore” di Octavia Butler]

Buon compleanno, Octavia! Ci manchi! Non possiamo fare altro, da questa parte dello specchio, che mandarti un grazie per le tue allegorie intense, necessarie e guaritrici.

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[Dall’archivio privato “rivelato” di Octavia Butler. Fonte: Celebrating Octavia Butler]

Giulia Abbate

Didattica della fantascienza – Panel @Stranimondi sulla scrittura di fantascienza con Giulia Abbate, Emanuele Manco e Franco Ricciardiello

Il 6 ottobre 2018 il dodo è stato alla convention Stranimondi, dedicata al libro fantastico e di fantascienza.

Oltre ad aver rimediato tre Premi Italia, abbiamo partecipato ad alcuni panel e incontri interessanti sulla fantascienza italiana qui e ora. La mezzadodo Giulia Abbate ha tenuto una breve presentazione insieme a Franco Ricciardiello ed Emanuele Manco, dal titolo: “Didattica della fantascienza”.
Un incontro per parlare di scrittura fantascientifica da diversi punti di vista, alcuni anche molto critici, e riflettere su nuove strade da prendere e su buone pratiche da adottare per proporre al pubblico una fantascienza sempre migliore.

La prima parte del panel è stata di Franco Ricciardiello, che ha espresso un’opinione nettamente sfavorevole sullo stato dell’arte e su alcune tendenze presenti nella fantascienza italiana che abbassano la qualità degli scritti. Poi ho preso la parola io, Giulia Abbate, per fare il “poliziotto buono”: ho esposto consigli e possibili strategie per scrivere meglio, con più metodo, meno fatica e un’efficacia migliore in generale.

Ecco la trascrizione del mio intervento!

Mi occupo di fantascienza per passione, e di scrittura tout court per lavoro. Posso dire, ricollegandomi a quanto detto da Franco Ricciardiello e alla mia esperienza diretta di editor indipendente, che una certa cultura della scrittura facile e una certa mancanza di alcuni strumenti non è prerogativa solo della fantascienza, in Italia, ma di tanti altri generi. E più in generale, è una mancanza che riguarda una grandissima massa di persone che amano scrivere. Quest’ultimo fatto, la passione generalizzata per la scrittura, lo  considero positivo, in sé: non solo perché mi dà da lavorare, ma perché dà da ragionare a tante persone. Scrivere fa crescere, ed è un’occupazione più che nobile.

Il fatto però è che tantissimi coloro che amano scrivere non hanno la percezione di quanto la scrittura possa, anzi debba essere un’abilità che si impara. Quando si dice il mestiere si intende proprio questo: l’abilità di usare sempre meglio i vari elementi della narrazione; abilità che si può imparare e che ha un grande valore pratico. Ce ne accorgiamo nel momento in cui ci sono tante idee, e non c’è però il modo di esprimerle efficacemente, con eleganza e proprietà: perché non ci sono strumenti né conoscenza del mestiere, e quindi diventa più difficile sviluppare le tante belle idee e le trovate narrative, che comunque in Italia ci sono.

In considerazione di questa carenza, Franco e io abbiamo pensato di affrontare l’argomento fantascienza dal punto di vista della scrittura creativa.

La scrittura creativa ha tanto da dare alla fantascienza, ed è anche il contrario: la fantascienza ha tantissimo da dare alla scrittura creativa, sia come approccio, che come contenuti.

Mi spiego. Per scrivere un romanzo – anche un racconto, ma soprattutto un romanzo, che è un percorso lungo –  ci vuole molta abilità e soprattutto un metodo. Si può anche scrivere senza: ideare e finire un romanzo in due mesi, di getto e ispirazione, succede ed è una cosa meravigliosa.

Ma nel momento in cui ho un’idea e la devo sviluppare è sicuramente meglio che io abbia un metodo.
È sicuramente meglio che prima di iniziare la scrittura io metta in atto una serie di accorgimenti basati su una strategia che stabilisco a priori.

La strategia si può elaborare sulla base di molte e diverse considerazioni: sulla base ad esempio del nostro peculiare modo di lavorare, delle inclinazioni e attitudini personali. Ma esistono anche dei punti fermi, simili per tutti, che possono essere il nostro leit motiv e la base vera sulla quale innestare poi successive peculiarità: ovvero, come funziona il cervello.

Tenere conto di come funziona il cervello significa rendersi conto che ci sono delle pratiche e delle strategie che sono più valide di altre, in molti più casi di altri.
Ciò non significa che voglio imporre un metodo, non sono il tipo: semplicemente mi sono accorta, in tanti anni di attività – affiancamento a scrittori e scrittrici, scritture personali e studio accademico e specialistico – che alcune pratiche sono migliori di altre nella maggior parte delle volte.

Questo vale specialmente nella fantascienza: dico specialmente perché la fantascienza è il genere più difficile di tutti.

Se vuoi scrivere bene fantascienza, se riesci a scrivere bene un romanzo di fantascienza, tutto quello che scriverai dopo (a meno che non sia un trattato di fisica quantistica!), tutta la fiction che scriverai dopo… sarà una passeggiata di salute.

È facile scrivere fiction mainstream dopo essermi misurata con paradossi spaziotemporali etecnicismi hard che però devo infilare nel racconto in modo coerente – ad esempio senza far parlare i personaggi in questo modo: Intendi dire la famosa legge del gatto di Schroedinger? Quella che postula bla, bla bla.

[Ho parlato dell’infodump in diversi post, qui: L’infodump: una panoramica e come evitarlo]

Dunque nel momento in cui imparo a gestire delle specifiche criticità proprie della fantascienza, tutto il resto è molto meno problematico! Ci si sente proprio sollevati!

interviene Emanuele Manco: –  Davvero? Io non saprei, non ho mai scritto mainstream!
Giulia Abbate: –  è un’esperienza che va fatta!
Emanuele Manco: –  Piuttosto mi chiedo come si possa scrivere mainstream.
Giulia Abbate: – Ok, questo dilemma invece te lo lascio tutto.

Sicuramente è vero anche il contrario: alla fantascienza serve un metodo di scrittura creativa, ambito specialistico che i fantascientisti, soprattutto qui in Italia, conoscono poco.
Magari perché si sono formati con letture esclusivamente fantascientifiche, trascurando quindi aspetti narratologici più ampi e più approfonditi; magari perché si limitano a scrivere in modo amatoriale, accontentandosi di una dialettica tutta interna al fandom; magari perché qui in Italia la cultura della scrittura creativa non é così diffusa in generale. Negli USA si insegna nelle università, mentre qui siamo affidati alle anime buone che tengono corsi privati: pochi sono davvero validi, in un mare di offerte di livelli molto diversi, e poco coerenti tra loro nei principi di base.

L’impostazione della scrittura creativa aiuta la fantascienza. La fantascienza aiuta la scrittura creativa. Perché come già detto è un genere difficile, e quello che si scrive dopo è meno pesante e laborioso. E anche perché la fantascienza, e quella speculativa specialmente, dà uno sguardo, un’attenzione, un pensiero laterale che poi servono anche al romanziere in generale.

Noi fantascientisti dobbiamo farci delle domande intrinseche al nostro genere. E SE? Domande del genere servono alla pratica della scrittura tout court: perché si impara a porsele anche nelle scritture “normali”, o in ambiti specifici della narrazione dove esse sono davvero utili, ad esempio per quanto riguarda i personaggi, o l’elaborazione dei twist narrativi.

Lo sguardo che la fantascienza ci aiuta a sviluppare scaturisce dal suo essere letteratura delle implicazioni: e spesso è proprio la cura per l’implicazione ciò che in generale distingue una narrazione attenta e accurata da una che invece è tirata via alla carlona.

Ora:  per concludere questa piccola panoramica, nella quale ho collegato la scrittura creativa con la fantascienza, vado a fare qualche esempio e a delineare qualche consiglio pratico di scrittura, che può servire espressamente al fantascientista.

La relazione tra le due sfere è un ciclo, uno scambio alla pari, perché, lo ripeto:

  1. dandoci un metodo basato sull’impianto teorico della scrittura creativa rinforziamo la narratività e la qualità della nostra fantascienza;
  2. imparando a scrivere bene fantascienza ci facciamo le ossa sulla profondità di scrittura e sullo sguardo che è necessario avere: attento, estroso, accurato nei dettagli, pronto a cogliere le implicazioni.

Cosa ci aiuta a scrivere bene fantascienza?

Come già detto, l’alleata principale è la pianificazione.
Dobbiamo studiare la scrittura creativa e la possibilità di un metodo per la pianificazione. Riprendendo il discorso fatto in apertura: si può scrivere un romanzo di getto, in effetti. Ma di solito, almeno sulla base della mia esperienza di editor con autori e autrici di tutti i tipi, il romanzo iniziato di getto quando arriva a tre quarti si arena. Lo chiamano blocco dello scrittore, in realtà è un vicolo cieco che noi imbocchiamo volontariamente, perché abbiamo poca consapevolezza di come funziona il cervello quando dispiega la sua creatività – e di quanto è lungo in realtà il percorso di un romanzo.

Ecco quindi un consiglio spassionato che darei a chi ha una bella idea e vuole scriverci un romanzo – una bella idea o dei personaggi, qualche situazione, chi scrive sa che cosa succede quando hai quel certo materiale vivo che ti eccita molto, e quindi è bello, vorresti sederti subito e buttaro fuori, metterti a scrivere… NO. Il consiglio è questo: NO.
Non farlo.

Stendi piuttosto una mappa mentale.

È un procedimento creativo, non la definirei tecnica: devi scrivere il nucleo della storia, la cosa più importante che vuoi dire attraverso di essa, e poi disegnare delle ramificazioni a essa correlate, che vuoi comunque inserire  (come scenari, personaggi, avvenimenti, ecc.) e che ti vengono in mente quasi spontanee.

Con la mappa mentale si lavora in modo quasi automatico, dando molto spazio al subconscio: è un brainstorming con noi stessi, mettiamola così. Disegniamo al centro la cosa che eccita di più, che riteniamo più importante trasferire nella storia e a chi leggerà:  quell’idea è il nucleo, la radice di tutto il resto.

Non dimentichiamo mai che la fantascienza è una letteratura fatta di messaggi. Tanti romanzi fantascientifici sono romanzi a tesi. E il romanzo a tesi è pericolosissimo, proprio perché corre il rischio di mettere la tesi in primo piano, nel tentativo esplicito di convincere, di convertire quasi, a scapito della storia. In effetti, comunicare un messaggio è uno dei motivi per cui si scrive, ma chi legge non deve percepire la comunicazione come un qualcosa di insistente, di normativo, altrimenti si sentirà manipolato o peggio sopraffatto e quindi si ritirerà dalla relazione.

Per raggiungere i nostri scopi, ovvero una tesi presente ma non soverchiante in una storia che sia aperta, la mappa mentale è molto utile.
Metterò al centro del foglio la tesi: senza ragionarci troppo, solo con la consapevolezza quell’idea è quella che ci appassiona di più, e dovrà vivere nelle nostre righe. Esplicitandola da subito a noi stessi, rendiamo più facile un fatto quasi inspiegabile con le categorie della mera razionalità: ovvero che questa idea centrale, al centro della ramificazione di altre idee correlate, vivrà davvero nelle righe, verrà infusa nell’intera storia, sempre presente anche nei successivi passaggi creativi, anche in quelli più inconsapevoli. E noi nello scrivere resteremo coerenti con essa, e non ce la dimenticheremo, ad esempio, come capita in alcuni manoscritti che mi arrivano: dove  il primo capitolo o una prima parte prefigura qualcosa, ma poi il resto va da tutt’altra parte. L’idea non è al centro, la storia scantona, e quindi bisogna sistemare o compattare con un editing fatto bene.

Quindi: la mappa mentale è un lavoro a metà tra istinto e volontà, precede qualsiasi altro lavoro di pianificazione ed è dunque un caldo consiglio.

Dopo la mappa, arriva il momento della vera costruzione: il plotting. Dobbiamo tirare giù l’intreccio.
E di nuovo: tanti intrecci si scrivono quasi da soli, buttiamo giù uno schemino al volo ma poi ci gettiamo subito nella scrittura, e nella prima stesura tutto torna, che bello! A volte succede.

Tante altre volte, invece succede che uno inizia a scrivere e poi non sa più dove andare. Tante volte uno fa una scaletta così, tanto per farla, perché l’insegnante o l’influencer dice che va fatta… ma non la cura, non la sviluppa o rifinisce, la tratta male, come un’incombenza da togliersi di dosso.

…e poi si trova nel bel mezzo dell’incubo dello scrittore e della scrittrice: «E ADESSO?»

Ritrovarsi a chiedersi «E adesso?» dopo aver già scritto una certa quantità di materiale è un fatto tragico per chi scrive giallo, o avventura, o qualsiasi altro genere…  per il fantascientista è peggio, è un gorgo di morte e disperazione. Perché il fantascentista ha un’altra implicazione da considerare, ovvero gli eventuali errori.

Quando facciamo un errore in un romanzo mainstream abbiamo la possibilità di riaccomodare le cose abbastanza facilmente. Succede proprio nell’editing: io leggo, rilevo quasi sempre degli errori e propongo aggiustamenti per eliminarli, tamponarli, modificarli e correggerli, e ci si leva d’impiccio.

Con la fantascienza le cose non sono così semplici.
Se basiamo l’intero nostro romanzo su una particolare legge fisica della quale però non considiamo adeguatamente il corollario o le implicazioni che poi fanno crollare tutto l’impianto narrativo… che si fa? Se ideiamo un paradosso spaziotemporale che però a un certo momento si confonde, si incarta, e magari viene fuori che è tutto molto più complicato oppure tutto troppo semplice per reggere l’intreccio… che si fa?

Quello che voglio dire è che nella fantascienza l’errore strutturale è un problema molto più presente e frequente, perché la fantascienza non mette solo in campo delle storie, ma sviluppa delle idee. In questi casi, è molto più difficile andare a intervenire dopo.

Dunque nel momento in cui si fa la scaletta bisogna averne ben presente la necessita, e applicarsi nel plotting con molta attenzione e un’attitudine razionale.

Insieme alla scaletta, altro consiglio: stendi anche la cronologia degli eventi.
È uno strumento molto importante, io lo consiglio anche a chi scrive romanzi storici, nel momento in cui si ha la necessità di ricollegarsi a fatti realmente accaduti. Nella fantascienza essa è vitale, specialmente se si lavora con il tempo.

La cronologia non è la stessa cosa della scaletta: la scaletta segue l’intreccio, quindi la sgraniamo capitolo per capitolo, con salti avanti e indietro che segniamo esattamente come appariranno poi nella storia  finale:

Capitolo 1 – Anno spaziale 2345, la scoperta di un misterioso delitto
Capitolo 2 – Il passato: i ricordi d’infanzia del personaggio, il tenebroso investigatore cyberpunk con il trauma
Capitolo 3- Si torna all’Anno spaziale 2345, dove il protagonista inizia le sue indagini

La cronologia è il calendario cronologico e temporale: può avere note a margine e rimaneggiamenti, ma di base è lineare e in un unico senso temporale di marcia. Può sembrare un lavoro pleonastico, non lo è: aiuta tantissimo sia nell’ideazione che nella scrittura in sé.

Il tempo che passiamo sulla pianificazione è tutto tempo che noi mettiamo in cassaforte. Anche se magari è meno eccitante della scrittura tout court. Ma più stiamo nel momento razionale e freddo di costruzione cosciente della nostra idea, e più poi scrivere sarà bello, sarà facile: potremo davvero lasciarci andare alla scrittura, perché la pianificazione ci dà una cornice, e quella cornice ci protegge. Grazie a essa non ci avventuriamo alla cieca in territori che poi ci rendiamo conto essere infidi o anche inutili: magari dopo avere scritto scene e capitoli che poi saremo costretti a eliminare dal testo finale. Un altro trauma per chi scrive!

Uno spreco del genere capita anche quando non ci si documenta abbastanza, e si scopre a posteriori che quello che si è scritto è sbagliato, quindi non vale nulla. Cancellare una scena è un grande dispendio di energie.

Concludo con un ultimo spunto, una cosa di cui mi sono accorta lavorando sia come scrittrice che come editor: non bisogna mai confondere le fasi del lavoro di scrittura.

Conosciamo tutti la famosa citazione di King e molti altri: tu non sei editor di te stesso.

È un consiglio molto, molto citato, ma poco seguito.

Nella scrittura di un romanzo ci sono dei momenti diversi: siamo in un percorso lungo, e ognuno di quei momenti coinvolge facoltà diverse del nostro cervello. Raccomando caldamente di non confondere tra loro i momenti diversi, almeno non nella stessa sessione di lavoro.

A questo proposito, una parentesi. Oltre alla scaletta del romanzo può esserci anche una scaletta del tempo di lavoro. Faccio un esempio pratico, basato sulla mia attività di scrittrice di contenuti su richiesta.

Caso: mi si chiede un racconto o un pezzo specialistico con la consegna da ora a sei mesi. Ecco un’idea di scaletta:

  1. Un mese per l’idea.
  2. Un mese per la scaletta
  3. Due mesi per la scrittura
  4. Un mese per la revisione
  5. …dopo due settimane di stacco.

Farsi un calendario delle fasi di lavoro aiuta a strutturare la propria strada. Ed è a sua volta un esercizio razionale: che si fa in un momento ben definito, preferibilmente prima di tutto il resto.

Invece nel momento in cui scriviamo, dopo aver fatto tutto il lavoro di pianificazione razionale possibile, dobbiamo sentirci davvero liberi. Lasciamo la creatività a briglia sciolta e consegniamoci alle immagini che ci vengono su, alle parole che i personaggi si dicono e ci suggeriscono liberamente. Ci verrà più facile farlo se sapremo già dove dobbiamo andare, senza temere svolte inaspettate in un vicolo cieco.

È molto importante non interrompere questo flusso creativo: nemmeno nel momento in cui non ci viene una parola, nemmeno nel momento in cui ci rendiamo di doverci documentare di più su una certa cosa – fatto che nella fantascienza capita spesso: sei nello spazio e ti accorgi che devi saperne più su un particolare casco; oppure strutturi una distopia sociale e ti poni domande su dettagli i più vari (i biglietti dell’autobus ci sono? I rubinetti dell’acqua corrente?)… Può capitare, insomma, di dover approfondire molti aspetti dei quali ci accorgiamo in corsa.

Ecco un altro consiglio: NON facciamolo mentre stiamo scrivendo. Piuttosto prendiamo nota e programmiamo un momento diverso, in una sessione separata, per approfondire quel certo dettaglio; e intanto proseguiamo con la scrittura.

Meglio, molto meglio lasciare una X nel testo e andare avanti fino alla conclusione del capitolo, piuttosto che aprire cinquanta pagine su google per la definizione esatta di un dettaglio che possiamo integrare dopo.
In questo modo non si confondono tipi di lavoro diversi, quello creativo e quello razionale.

Il mio intervento finisce qui: lascio la parola a Emanuele Manco, puoi ascoltare qui la sua viva voce, nella registrazione postata sul suo blog.

Dopo il panel, abbiamo lasciato un momento aperto alle domande: ci sono stati diversi interventi e anche delle discussioni interessanti, con critiche e confronti che non escludo di mettere online appena posso. In questa ultimissima parte della conferenza il poliziotto cattivo l’ho fatto io, stigmatizzando alcuni comportamenti che rilevo di frequente e che a mio avviso abbassano la qualità e dunque le possibilità della fantascienza. Ne parleremo in un prossimo post, magari!

Grazie intanto per l’attenzione!

Questa piccola conferenza non è che un assaggio, un microscopico abstract di quello che Franco e io abbiamo messo nel manuale di scrittura di fantascienza che abbiamo scritto insieme, e che uscirà tra poche settimane.

Se vuoi essere informat* dell’uscita del manuale e dei prossimi post in tema:

See ya! Yak!

Into the forest – Recensione

Sulla piattaforma Netflix, rovistando con attenzione, si possono scovare un sacco di titoli interessanti nella categoria “Fantascienza”. Uno di questi è “Into the forest”, post-apocalittico canadese del 2015, diretto dalla regista Patricia Rozema e interpretato da Ellen Page e Evan Rachel Wood (che ultimamente è tornata alla ribalta con “Westworld”).

Nell e Eva abitano in una bella casa nel bosco insieme al padre vedovo. Un giorno, all’improvviso, la corrente salta per non tornare più. Senza energia elettrica, viene meno ogni altra risorsa: mezzi di comunicazione, mezzi di trasporto, produzione alimentare. Nessuno sa cosa sia successo, neppure in paese, e l’unico modo per scoprire cosa è rimasto del mondo esterno è affrontare viaggi a piedi lunghi mesi. Le sorelle, rimaste sole in seguito a una serie di eventi, si trovano a dover difendere se stesse e la propria casa in un mondo in cui tutti lottano per sopravvivere.
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Mary Shelley – Un amore immortale – Recensione

Lo scorso marzo, “Frankenstein, o il moderno Prometeo” ha compiuto duecento anni. Ne abbiamo parlato anche noi, più o meno in ogni dove, scegliendolo come classico del mese sul blog di Studio83 e ripercorrendo su Andromeda – Rivista di Fantascienza la storia dell’autrice Mary Shelley.

Adesso la regista saudita Haifaa al-Mansour, già premiata per “La bicicletta verde”, porta la storia della scrittrice sul grande schermo, firmandone la sceneggiatura insieme a Emma Jensen. E di materiale da portare ce n’era tanto, considerando che Mary Shelley diede vita a un intero genere letterario, che fu una donna di ideali e vedute avanzatissime per l’epoca, contraria all’istituzione del matrimonio, sostenitrice del libero amore e fortemente femminista (figlia, non a caso, della madre del femminismo liberale Mary Wollstonecraft).
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