Didattica della fantascienza – Panel @Stranimondi sulla scrittura di fantascienza con Giulia Abbate, Emanuele Manco e Franco Ricciardiello

Il 6 ottobre 2018 il dodo è stato alla convention Stranimondi, dedicata al libro fantastico e di fantascienza.

Oltre ad aver rimediato tre Premi Italia, abbiamo partecipato ad alcuni panel e incontri interessanti sulla fantascienza italiana qui e ora. La mezzadodo Giulia Abbate ha tenuto una breve presentazione insieme a Franco Ricciardiello ed Emanuele Manco, dal titolo: “Didattica della fantascienza”.
Un incontro per parlare di scrittura fantascientifica da diversi punti di vista, alcuni anche molto critici, e riflettere su nuove strade da prendere e su buone pratiche da adottare per proporre al pubblico una fantascienza sempre migliore.

La prima parte del panel è stata di Franco Ricciardiello, che ha espresso un’opinione nettamente sfavorevole sullo stato dell’arte e su alcune tendenze presenti nella fantascienza italiana che abbassano la qualità degli scritti. Poi ho preso la parola io, Giulia Abbate, per fare il “poliziotto buono”: ho esposto consigli e possibili strategie per scrivere meglio, con più metodo, meno fatica e un’efficacia migliore in generale.

Ecco la trascrizione del mio intervento!

Mi occupo di fantascienza per passione, e di scrittura tout court per lavoro. Posso dire, ricollegandomi a quanto detto da Franco Ricciardiello e alla mia esperienza diretta di editor indipendente, che una certa cultura della scrittura facile e una certa mancanza di alcuni strumenti non è prerogativa solo della fantascienza, in Italia, ma di tanti altri generi. E più in generale, è una mancanza che riguarda una grandissima massa di persone che amano scrivere. Quest’ultimo fatto, la passione generalizzata per la scrittura, lo  considero positivo, in sé: non solo perché mi dà da lavorare, ma perché dà da ragionare a tante persone. Scrivere fa crescere, ed è un’occupazione più che nobile.

Il fatto però è che tantissimi coloro che amano scrivere non hanno la percezione di quanto la scrittura possa, anzi debba essere un’abilità che si impara. Quando si dice il mestiere si intende proprio questo: l’abilità di usare sempre meglio i vari elementi della narrazione; abilità che si può imparare e che ha un grande valore pratico. Ce ne accorgiamo nel momento in cui ci sono tante idee, e non c’è però il modo di esprimerle efficacemente, con eleganza e proprietà: perché non ci sono strumenti né conoscenza del mestiere, e quindi diventa più difficile sviluppare le tante belle idee e le trovate narrative, che comunque in Italia ci sono.

In considerazione di questa carenza, Franco e io abbiamo pensato di affrontare l’argomento fantascienza dal punto di vista della scrittura creativa.

La scrittura creativa ha tanto da dare alla fantascienza, ed è anche il contrario: la fantascienza ha tantissimo da dare alla scrittura creativa, sia come approccio, che come contenuti.

Mi spiego. Per scrivere un romanzo – anche un racconto, ma soprattutto un romanzo, che è un percorso lungo –  ci vuole molta abilità e soprattutto un metodo. Si può anche scrivere senza: ideare e finire un romanzo in due mesi, di getto e ispirazione, succede ed è una cosa meravigliosa.

Ma nel momento in cui ho un’idea e la devo sviluppare è sicuramente meglio che io abbia un metodo.
È sicuramente meglio che prima di iniziare la scrittura io metta in atto una serie di accorgimenti basati su una strategia che stabilisco a priori.

La strategia si può elaborare sulla base di molte e diverse considerazioni: sulla base ad esempio del nostro peculiare modo di lavorare, delle inclinazioni e attitudini personali. Ma esistono anche dei punti fermi, simili per tutti, che possono essere il nostro leit motiv e la base vera sulla quale innestare poi successive peculiarità: ovvero, come funziona il cervello.

Tenere conto di come funziona il cervello significa rendersi conto che ci sono delle pratiche e delle strategie che sono più valide di altre, in molti più casi di altri.
Ciò non significa che voglio imporre un metodo, non sono il tipo: semplicemente mi sono accorta, in tanti anni di attività – affiancamento a scrittori e scrittrici, scritture personali e studio accademico e specialistico – che alcune pratiche sono migliori di altre nella maggior parte delle volte.

Questo vale specialmente nella fantascienza: dico specialmente perché la fantascienza è il genere più difficile di tutti.

Se vuoi scrivere bene fantascienza, se riesci a scrivere bene un romanzo di fantascienza, tutto quello che scriverai dopo (a meno che non sia un trattato di fisica quantistica!), tutta la fiction che scriverai dopo… sarà una passeggiata di salute.

È facile scrivere fiction mainstream dopo essermi misurata con paradossi spaziotemporali etecnicismi hard che però devo infilare nel racconto in modo coerente – ad esempio senza far parlare i personaggi in questo modo: Intendi dire la famosa legge del gatto di Schroedinger? Quella che postula bla, bla bla.

[Ho parlato dell’infodump in diversi post, qui: L’infodump: una panoramica e come evitarlo]

Dunque nel momento in cui imparo a gestire delle specifiche criticità proprie della fantascienza, tutto il resto è molto meno problematico! Ci si sente proprio sollevati!

interviene Emanuele Manco: –  Davvero? Io non saprei, non ho mai scritto mainstream!
Giulia Abbate: –  è un’esperienza che va fatta!
Emanuele Manco: –  Piuttosto mi chiedo come si possa scrivere mainstream.
Giulia Abbate: – Ok, questo dilemma invece te lo lascio tutto.

Sicuramente è vero anche il contrario: alla fantascienza serve un metodo di scrittura creativa, ambito specialistico che i fantascientisti, soprattutto qui in Italia, conoscono poco.
Magari perché si sono formati con letture esclusivamente fantascientifiche, trascurando quindi aspetti narratologici più ampi e più approfonditi; magari perché si limitano a scrivere in modo amatoriale, accontentandosi di una dialettica tutta interna al fandom; magari perché qui in Italia la cultura della scrittura creativa non é così diffusa in generale. Negli USA si insegna nelle università, mentre qui siamo affidati alle anime buone che tengono corsi privati: pochi sono davvero validi, in un mare di offerte di livelli molto diversi, e poco coerenti tra loro nei principi di base.

L’impostazione della scrittura creativa aiuta la fantascienza. La fantascienza aiuta la scrittura creativa. Perché come già detto è un genere difficile, e quello che si scrive dopo è meno pesante e laborioso. E anche perché la fantascienza, e quella speculativa specialmente, dà uno sguardo, un’attenzione, un pensiero laterale che poi servono anche al romanziere in generale.

Noi fantascientisti dobbiamo farci delle domande intrinseche al nostro genere. E SE? Domande del genere servono alla pratica della scrittura tout court: perché si impara a porsele anche nelle scritture “normali”, o in ambiti specifici della narrazione dove esse sono davvero utili, ad esempio per quanto riguarda i personaggi, o l’elaborazione dei twist narrativi.

Lo sguardo che la fantascienza ci aiuta a sviluppare scaturisce dal suo essere letteratura delle implicazioni: e spesso è proprio la cura per l’implicazione ciò che in generale distingue una narrazione attenta e accurata da una che invece è tirata via alla carlona.

Ora:  per concludere questa piccola panoramica, nella quale ho collegato la scrittura creativa con la fantascienza, vado a fare qualche esempio e a delineare qualche consiglio pratico di scrittura, che può servire espressamente al fantascientista.

La relazione tra le due sfere è un ciclo, uno scambio alla pari, perché, lo ripeto:

  1. dandoci un metodo basato sull’impianto teorico della scrittura creativa rinforziamo la narratività e la qualità della nostra fantascienza;
  2. imparando a scrivere bene fantascienza ci facciamo le ossa sulla profondità di scrittura e sullo sguardo che è necessario avere: attento, estroso, accurato nei dettagli, pronto a cogliere le implicazioni.

Cosa ci aiuta a scrivere bene fantascienza?

Come già detto, l’alleata principale è la pianificazione.
Dobbiamo studiare la scrittura creativa e la possibilità di un metodo per la pianificazione. Riprendendo il discorso fatto in apertura: si può scrivere un romanzo di getto, in effetti. Ma di solito, almeno sulla base della mia esperienza di editor con autori e autrici di tutti i tipi, il romanzo iniziato di getto quando arriva a tre quarti si arena. Lo chiamano blocco dello scrittore, in realtà è un vicolo cieco che noi imbocchiamo volontariamente, perché abbiamo poca consapevolezza di come funziona il cervello quando dispiega la sua creatività – e di quanto è lungo in realtà il percorso di un romanzo.

Ecco quindi un consiglio spassionato che darei a chi ha una bella idea e vuole scriverci un romanzo – una bella idea o dei personaggi, qualche situazione, chi scrive sa che cosa succede quando hai quel certo materiale vivo che ti eccita molto, e quindi è bello, vorresti sederti subito e buttaro fuori, metterti a scrivere… NO. Il consiglio è questo: NO.
Non farlo.

Stendi piuttosto una mappa mentale.

È un procedimento creativo, non la definirei tecnica: devi scrivere il nucleo della storia, la cosa più importante che vuoi dire attraverso di essa, e poi disegnare delle ramificazioni a essa correlate, che vuoi comunque inserire  (come scenari, personaggi, avvenimenti, ecc.) e che ti vengono in mente quasi spontanee.

Con la mappa mentale si lavora in modo quasi automatico, dando molto spazio al subconscio: è un brainstorming con noi stessi, mettiamola così. Disegniamo al centro la cosa che eccita di più, che riteniamo più importante trasferire nella storia e a chi leggerà:  quell’idea è il nucleo, la radice di tutto il resto.

Non dimentichiamo mai che la fantascienza è una letteratura fatta di messaggi. Tanti romanzi fantascientifici sono romanzi a tesi. E il romanzo a tesi è pericolosissimo, proprio perché corre il rischio di mettere la tesi in primo piano, nel tentativo esplicito di convincere, di convertire quasi, a scapito della storia. In effetti, comunicare un messaggio è uno dei motivi per cui si scrive, ma chi legge non deve percepire la comunicazione come un qualcosa di insistente, di normativo, altrimenti si sentirà manipolato o peggio sopraffatto e quindi si ritirerà dalla relazione.

Per raggiungere i nostri scopi, ovvero una tesi presente ma non soverchiante in una storia che sia aperta, la mappa mentale è molto utile.
Metterò al centro del foglio la tesi: senza ragionarci troppo, solo con la consapevolezza quell’idea è quella che ci appassiona di più, e dovrà vivere nelle nostre righe. Esplicitandola da subito a noi stessi, rendiamo più facile un fatto quasi inspiegabile con le categorie della mera razionalità: ovvero che questa idea centrale, al centro della ramificazione di altre idee correlate, vivrà davvero nelle righe, verrà infusa nell’intera storia, sempre presente anche nei successivi passaggi creativi, anche in quelli più inconsapevoli. E noi nello scrivere resteremo coerenti con essa, e non ce la dimenticheremo, ad esempio, come capita in alcuni manoscritti che mi arrivano: dove  il primo capitolo o una prima parte prefigura qualcosa, ma poi il resto va da tutt’altra parte. L’idea non è al centro, la storia scantona, e quindi bisogna sistemare o compattare con un editing fatto bene.

Quindi: la mappa mentale è un lavoro a metà tra istinto e volontà, precede qualsiasi altro lavoro di pianificazione ed è dunque un caldo consiglio.

Dopo la mappa, arriva il momento della vera costruzione: il plotting. Dobbiamo tirare giù l’intreccio.
E di nuovo: tanti intrecci si scrivono quasi da soli, buttiamo giù uno schemino al volo ma poi ci gettiamo subito nella scrittura, e nella prima stesura tutto torna, che bello! A volte succede.

Tante altre volte, invece succede che uno inizia a scrivere e poi non sa più dove andare. Tante volte uno fa una scaletta così, tanto per farla, perché l’insegnante o l’influencer dice che va fatta… ma non la cura, non la sviluppa o rifinisce, la tratta male, come un’incombenza da togliersi di dosso.

…e poi si trova nel bel mezzo dell’incubo dello scrittore e della scrittrice: «E ADESSO?»

Ritrovarsi a chiedersi «E adesso?» dopo aver già scritto una certa quantità di materiale è un fatto tragico per chi scrive giallo, o avventura, o qualsiasi altro genere…  per il fantascientista è peggio, è un gorgo di morte e disperazione. Perché il fantascentista ha un’altra implicazione da considerare, ovvero gli eventuali errori.

Quando facciamo un errore in un romanzo mainstream abbiamo la possibilità di riaccomodare le cose abbastanza facilmente. Succede proprio nell’editing: io leggo, rilevo quasi sempre degli errori e propongo aggiustamenti per eliminarli, tamponarli, modificarli e correggerli, e ci si leva d’impiccio.

Con la fantascienza le cose non sono così semplici.
Se basiamo l’intero nostro romanzo su una particolare legge fisica della quale però non considiamo adeguatamente il corollario o le implicazioni che poi fanno crollare tutto l’impianto narrativo… che si fa? Se ideiamo un paradosso spaziotemporale che però a un certo momento si confonde, si incarta, e magari viene fuori che è tutto molto più complicato oppure tutto troppo semplice per reggere l’intreccio… che si fa?

Quello che voglio dire è che nella fantascienza l’errore strutturale è un problema molto più presente e frequente, perché la fantascienza non mette solo in campo delle storie, ma sviluppa delle idee. In questi casi, è molto più difficile andare a intervenire dopo.

Dunque nel momento in cui si fa la scaletta bisogna averne ben presente la necessita, e applicarsi nel plotting con molta attenzione e un’attitudine razionale.

Insieme alla scaletta, altro consiglio: stendi anche la cronologia degli eventi.
È uno strumento molto importante, io lo consiglio anche a chi scrive romanzi storici, nel momento in cui si ha la necessità di ricollegarsi a fatti realmente accaduti. Nella fantascienza essa è vitale, specialmente se si lavora con il tempo.

La cronologia non è la stessa cosa della scaletta: la scaletta segue l’intreccio, quindi la sgraniamo capitolo per capitolo, con salti avanti e indietro che segniamo esattamente come appariranno poi nella storia  finale:

Capitolo 1 – Anno spaziale 2345, la scoperta di un misterioso delitto
Capitolo 2 – Il passato: i ricordi d’infanzia del personaggio, il tenebroso investigatore cyberpunk con il trauma
Capitolo 3- Si torna all’Anno spaziale 2345, dove il protagonista inizia le sue indagini

La cronologia è il calendario cronologico e temporale: può avere note a margine e rimaneggiamenti, ma di base è lineare e in un unico senso temporale di marcia. Può sembrare un lavoro pleonastico, non lo è: aiuta tantissimo sia nell’ideazione che nella scrittura in sé.

Il tempo che passiamo sulla pianificazione è tutto tempo che noi mettiamo in cassaforte. Anche se magari è meno eccitante della scrittura tout court. Ma più stiamo nel momento razionale e freddo di costruzione cosciente della nostra idea, e più poi scrivere sarà bello, sarà facile: potremo davvero lasciarci andare alla scrittura, perché la pianificazione ci dà una cornice, e quella cornice ci protegge. Grazie a essa non ci avventuriamo alla cieca in territori che poi ci rendiamo conto essere infidi o anche inutili: magari dopo avere scritto scene e capitoli che poi saremo costretti a eliminare dal testo finale. Un altro trauma per chi scrive!

Uno spreco del genere capita anche quando non ci si documenta abbastanza, e si scopre a posteriori che quello che si è scritto è sbagliato, quindi non vale nulla. Cancellare una scena è un grande dispendio di energie.

Concludo con un ultimo spunto, una cosa di cui mi sono accorta lavorando sia come scrittrice che come editor: non bisogna mai confondere le fasi del lavoro di scrittura.

Conosciamo tutti la famosa citazione di King e molti altri: tu non sei editor di te stesso.

È un consiglio molto, molto citato, ma poco seguito.

Nella scrittura di un romanzo ci sono dei momenti diversi: siamo in un percorso lungo, e ognuno di quei momenti coinvolge facoltà diverse del nostro cervello. Raccomando caldamente di non confondere tra loro i momenti diversi, almeno non nella stessa sessione di lavoro.

A questo proposito, una parentesi. Oltre alla scaletta del romanzo può esserci anche una scaletta del tempo di lavoro. Faccio un esempio pratico, basato sulla mia attività di scrittrice di contenuti su richiesta.

Caso: mi si chiede un racconto o un pezzo specialistico con la consegna da ora a sei mesi. Ecco un’idea di scaletta:

  1. Un mese per l’idea.
  2. Un mese per la scaletta
  3. Due mesi per la scrittura
  4. Un mese per la revisione
  5. …dopo due settimane di stacco.

Farsi un calendario delle fasi di lavoro aiuta a strutturare la propria strada. Ed è a sua volta un esercizio razionale: che si fa in un momento ben definito, preferibilmente prima di tutto il resto.

Invece nel momento in cui scriviamo, dopo aver fatto tutto il lavoro di pianificazione razionale possibile, dobbiamo sentirci davvero liberi. Lasciamo la creatività a briglia sciolta e consegniamoci alle immagini che ci vengono su, alle parole che i personaggi si dicono e ci suggeriscono liberamente. Ci verrà più facile farlo se sapremo già dove dobbiamo andare, senza temere svolte inaspettate in un vicolo cieco.

È molto importante non interrompere questo flusso creativo: nemmeno nel momento in cui non ci viene una parola, nemmeno nel momento in cui ci rendiamo di doverci documentare di più su una certa cosa – fatto che nella fantascienza capita spesso: sei nello spazio e ti accorgi che devi saperne più su un particolare casco; oppure strutturi una distopia sociale e ti poni domande su dettagli i più vari (i biglietti dell’autobus ci sono? I rubinetti dell’acqua corrente?)… Può capitare, insomma, di dover approfondire molti aspetti dei quali ci accorgiamo in corsa.

Ecco un altro consiglio: NON facciamolo mentre stiamo scrivendo. Piuttosto prendiamo nota e programmiamo un momento diverso, in una sessione separata, per approfondire quel certo dettaglio; e intanto proseguiamo con la scrittura.

Meglio, molto meglio lasciare una X nel testo e andare avanti fino alla conclusione del capitolo, piuttosto che aprire cinquanta pagine su google per la definizione esatta di un dettaglio che possiamo integrare dopo.
In questo modo non si confondono tipi di lavoro diversi, quello creativo e quello razionale.

Il mio intervento finisce qui: lascio la parola a Emanuele Manco, puoi ascoltare qui la sua viva voce, nella registrazione postata sul suo blog.

Dopo il panel, abbiamo lasciato un momento aperto alle domande: ci sono stati diversi interventi e anche delle discussioni interessanti, con critiche e confronti che non escludo di mettere online appena posso. In questa ultimissima parte della conferenza il poliziotto cattivo l’ho fatto io, stigmatizzando alcuni comportamenti che rilevo di frequente e che a mio avviso abbassano la qualità e dunque le possibilità della fantascienza. Ne parleremo in un prossimo post, magari!

Grazie intanto per l’attenzione!

Questa piccola conferenza non è che un assaggio, un microscopico abstract di quello che Franco e io abbiamo messo nel manuale di scrittura di fantascienza che abbiamo scritto insieme, e che uscirà tra poche settimane.

Se vuoi essere informat* dell’uscita del manuale e dei prossimi post in tema:

See ya! Yak!

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Into the forest – Recensione

Sulla piattaforma Netflix, rovistando con attenzione, si possono scovare un sacco di titoli interessanti nella categoria “Fantascienza”. Uno di questi è “Into the forest”, post-apocalittico canadese del 2015, diretto dalla regista Patricia Rozema e interpretato da Ellen Page e Evan Rachel Wood (che ultimamente è tornata alla ribalta con “Westworld”).

Nell e Eva abitano in una bella casa nel bosco insieme al padre vedovo. Un giorno, all’improvviso, la corrente salta per non tornare più. Senza energia elettrica, viene meno ogni altra risorsa: mezzi di comunicazione, mezzi di trasporto, produzione alimentare. Nessuno sa cosa sia successo, neppure in paese, e l’unico modo per scoprire cosa è rimasto del mondo esterno è affrontare viaggi a piedi lunghi mesi. Le sorelle, rimaste sole in seguito a una serie di eventi, si trovano a dover difendere se stesse e la propria casa in un mondo in cui tutti lottano per sopravvivere.
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Mary Shelley – Un amore immortale – Recensione

Lo scorso marzo, “Frankenstein, o il moderno Prometeo” ha compiuto duecento anni. Ne abbiamo parlato anche noi, più o meno in ogni dove, scegliendolo come classico del mese sul blog di Studio83 e ripercorrendo su Andromeda – Rivista di Fantascienza la storia dell’autrice Mary Shelley.

Adesso la regista saudita Haifaa al-Mansour, già premiata per “La bicicletta verde”, porta la storia della scrittrice sul grande schermo, firmandone la sceneggiatura insieme a Emma Jensen. E di materiale da portare ce n’era tanto, considerando che Mary Shelley diede vita a un intero genere letterario, che fu una donna di ideali e vedute avanzatissime per l’epoca, contraria all’istituzione del matrimonio, sostenitrice del libero amore e fortemente femminista (figlia, non a caso, della madre del femminismo liberale Mary Wollstonecraft).
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Il nastro di Sanchez – Recensione

Marco è un laureato nei suoi mid-twenties, cerca lavoro e nel frattempo sbarca il lunario dando ripetizioni e facendo il dog sitter. La sua vita è un disastro: ha appena rotto con la fidanzata, la padrona di casa vuole sfrattarlo e si trova a scontrarsi con personaggi decisamente irritanti.

“Il nastro di Sanchez”, Giovanna Repetto, Delos Digital 2016

Halcon vive sul pianeta Tequiero, istruito dallo zio Mentore. Gli abitanti di Tequiero hanno le ali e possono librarsi in volo sugli incredibili paesaggi del pianeta: ma l’apparente paradiso nasconde un segreto. Cosa lega le vite di Marco e Halcon?
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I mondi di Ursula K. Le Guin: cinque parole chiave / (per Andromeda – rivista di Fantascienza)

Questo post a firma Elena Di Fazio è stato pubblicato su Andromeda – Rivista di Fantascienza, per la rubrica mensile “La fantascienza delle donne” curata da noi, il dodo.
Post originale qui: I mondi di Ursula K. Le Guin: cinque parole chiave

La fantascienza delle donneLo scorso 22 gennaio è scomparsa, all’età di ottantotto anni, Ursula K. Le Guin. Un’autrice che ha lasciato, nella storia della letteratura fantascientifica, un’impronta indelebile. Che ha dato lustro e vigore alla cosiddetta “soft sci-fi”, portando l’antropologia, la sociologia, la psicologia nel genere. Che ha abbattuto le barriere letterarie spaziando tra i confini del fantastico in senso più ampio. Che ha parlato di ambientalismo, anarchia, identità di genere, influenzando autori e autrici che sarebbero venuti dopo di lei.

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La sua storia e la sua bibliografia sono ampie per trattarle in un solo articolo: andiamo quindi a ricordare Ursula K. Le Guin attraverso cinque parole chiave che ci schiudono, pur senza pretesa di esaustività, i suoi mondi.

Hopi Corn Dance“Hopi corn dance”, Tonita Peña

  1. LINGUAGGIO

Il linguaggio è una tematica importantissima nella narrativa di Le Guin: l’autrice creò vere utopie linguistiche, attraverso le quali parlò di lingua scritta e orale, percezione del mondo e dell’identità di genere, gerarchie, poesia, musica. Al suo romanzo “Sempre la valle” (Always coming home, 1986) accompagnò non solo un glossario e un dizionario dell’immaginaria lingua Kesh, ma anche un’audiocassetta che conteneva canti e poesie del popolo di cui aveva narrato.

My_World_is_not_Flat,_2011_by_M._Bagshaw“My world is not flat”, Margarete Bagshaw

  1. CALIFORNIA

E, più nello specifico, la California degli anni ’50 e ’60: un luogo di impressionante fermento artistico, culturale, rivoluzionario, che influenzò la formazione di Le Guin e le diede ampie chiavi di lettura del mondo. Frequentò la Berkeley High School insieme a Philip K. Dick (sebbene i due non si conoscessero), trascorse le sue estati in una fattoria chiamata “Kishamish” nella Napa Valley, tra colline e vigneti, ma soprattutto nel mezzo delle stimolanti frequentazioni dei suoi genitori: scrittori, poeti, scienziati, nativi americani… un contesto culturale che avrebbe caratterizzato l’identità della sua narrativa.

Flyingheadacorn“Flying head terrified of woman cooking and eating acorn”, David Cusick

  1. FEMMINISMO

Ruoli di genere, disparità sociali, maternità, patriarcato: sono temi centrali in quello che forse è il romanzo più importante di Le Guin, “La mano sinistra delle tenebre” (The left hand of darkness, 1969). Come sarebbe una società di ermafroditi, in cui i ruoli riproduttivi siano perfettamente interscambiabili? Da questa domanda parte un incredibile lavoro di world-building e una lunga riflessione sulla parità di genere, di cui la fantascienza diventa un campo d’indagine e di sperimentazione.

Blackhawk-spiritbeing“Dream or vision of himself changed to a destroyer and riding a buffalo eagle”, Black Hawk

  1. PACIFISMO

Antimilitarista e antimperialista, Ursula K. Le Guin trattò spesso questi argomenti attraverso i suoi romanzi. La sopraffazione, il valore della non-violenza e soprattutto della comunicazione sono elementi fondamentali nelle sue opere, così come la sperimentazione e l’analisi dell’utopia anarchica di un altro suo masterpiece, “I reietti dell’altro pianeta” (The dispossessed, 1974), storia di due pianeti gemelli e opposti: il feroce e capitalista Urras, l’anarchico Anarres.

At_the_Sand_Creek_Massacre,_1874-1875“The Sand Creek massacre”, Howling Wolf

  1. AMBIENTALISMO

La controcultura anni ‘60 e l’interesse di Le Guin per la storia dei nativi americani influenzarono l’etica ambientalista che emerge dai suoi romanzi, in cui guerra e imperialismo passano anche per le devastazioni ambientali. Le Guin è stata definita “ecofemminista”, laddove rimarca una cultura di prevaricazione storicamente maschile e gerarchica; e racconta di civiltà legate alla terra, in cui la parità sociale tra i generi si accompagna a profondo rispetto e simbiosi verso la natura.

“Credere che la narrativa realistica sia per definizione superiore alla narrativa dell’immaginazione è come pensare che l’imitazione sia superiore all’invenzione.”

Ursula Kroeber Le Guin, 1929-2018