Gilda Musa – Un incontro e Un piccolo ritratto, di Vittorio Curtoni / con intro di Nino Martino

Pubblichiamo oggi un post dedicato alla scrittrice Gilda Musa, poetessa, germanista e autrice di fantascienza fino alla fine degli anni ’70.

Gli articoli sono entrambi a firma di Vittorio Curtoni: uno è un’intervista a Musa, uscita sul numero 21 (anno 1977) della rivista di fantascienza ROBOT, che a quei tempi era edita da Armenia.

Nell’altro pezzo, lo scrittore e traduttore, che tanta parte ebbe a sua volta nel panorama SF italiano, ricorda la scrittrice a poco tempo dalla scomparsa della donna.

Entrambi gli articoli ci sono stati gentilmente mandati da Nino Martino, autore di racconti e romanzi e finalista al Premio Odissea, che lo ha trascritto per intero e ce lo ha inviato. Lasciamo quindi a lui la parola per introdurlo.
A te, Nino, e GRAZIE!

Nino Martino

Ogni tanto, per curiosità prendo qualche cosa dalla mia biblioteca e provo a sfogliare a caso. Un libro mi sembra di non averlo mai letto? Vado a vedere ed è fittamente annotato di mio pugno. Cose così. E l’altro giorno mi sono imbattuto in un vecchio numero di Robot, in cui il compianto Vittorio Curtoni intervistava Gilda Musa.

Di lì ho fatto un po’ di ricerche, per mettere una toppa alla mia ignoranza (o oblio di cose che conoscevo? Spero la seconda ipotesi).

Ho scoperto che Gilda Musa è stata una importante scrittrice di fantascienza degli anni ‘70 insieme al marito Inisero Cremaschi.
Ho scoperto che entrambi hanno avuto un ruolo importante per la crescita della fantascienza italiana, anche organizzativo. Ed è a loro, forse, che si deve molto della qualità oggi.

L’intervista mi è sembrata di strepitosa attualità. Gilda musa ha idee chiarissime e le esprime in modo perfetto. Ci sono, di fatto, tutti i temi che sono in dibattito presso di noi.

Buona lettura e fateci sopra qualche piccola riflessione… Serve a noi tutti.

Incontro con Gilda Musa

Vittorio Curtoni

Gilda Musa

Qual è stata la spinta che ti ha indotto a scrivere? E perché ti dedichi, da anni, alla fantascienza?

Questa è la domanda che ogni scrittore desidera sentirsi fare. Poi succede che nessuno sa veramente, seriamente, concretamente, e profondamente rispondere. Escluso forse Asimov, il quale però sembra che abbia cominciato a raccontare le proprie vicende, biografiche e letterarie, da quando era in culla.

Visto che non sono Asimov, risponderò in modo molto più conciso: la spinta che mi ha indotta a scrivere è stata la necessità di interpretare la misteriosa complessità della realtà in movimento. Quanto alla fantascienza, la spinta è stata data dal fatto che è un tipo di narrativa che con maggiore efficacia e prontezza segue, anzi anticipa, le mutazioni del nostro mondo. Ho sempre desiderato che il mondo cambiasse, da quando ho cominciato ad avere l’uso della ragione. Può darsi che la fantascienza non incida molto nelle pieghe dell’esistenza individuale e collettiva dei nostri contemporanei. Ma, se non altro, ci offre un’illusione della realtà. E non è forse questo il maggiore fascino della fantascienza?

Quale differenza esiste fra l’attività di poetessa e quella di scrittrice di sf?

La poesia agisce verticalmente, affondando nella psicologia con gli strumenti di un linguaggio-laser, privilegiando essenzialmente le immagini e le forme. La fantascienza agisce anche orizzontalmente, in lungo e in largo, in tutti gli aspetti dell’esistenza: occupa le zone della sociologia, della politica, della progettazione scientifica, della psicologia individuale e di massa. Nella fantascienza, in breve, si rispecchia l’intero crogiolo del mondo. E la narrativa di fantascienza mi consente di esprimerlo nella sua poliedricità, attraverso personaggi e vicende. Per questo motivo, nel mio lavoro, poesia e fantascienza si integrano e si completano.

Fra i tuoi racconti, quale ricordi con maggiore soddisfazione? E perché?

Sarebbe facile rispondere: tutti, quelli già pubblicati e quelli ancora inediti. Ma non sarebbe legittimo, vero? Allora restringerò la rosa a un paio: Memoria totale e Max, tutti e due raccolti in Festa sull’asteroide, dopo essere usciti in riviste e antologie.

Memoria totale rivela, di me, l’aspetto più segreto e più poetico. Max, vicenda oggettiva sul tema dell’uomo nato in laboratorio, apre la mia coscienza sul mondo esterno. I due racconti, che non a caso molti lettori preferiscono, rappresentano appunto i miei campi di ricerca. Posso aggiungere che anche fra i miei racconti inediti ho i miei prediletti.

Tu lavori in questo campo sin dai tempi di «Futuro». Come sono stati gli inizi? Quali differenze ti sembra esistano oggi, a più di dieci anni da allora ?

Come tutti sanno, quando ho cominciato a scrivere, non sono partita dalla fantascienza, ma dalla poesia, dalla letteratura tedesca moderna, dalla letteratura atipica. La fantascienza è arrivata proprio con «Futuro», quando Inìsero Cremaschi e Lino Aldani rivelarono a me stessa che Memoria totale era un racconto di science-fiction. Avevo scritto una vicenda fantascientifica, senza sapere che potesse essere definita tale. Dopo quel primo racconto, tutto si è svolto con naturalezza, per me. Quanto alla situazione odierna, direi che il lavoro dei «pionieri» sia servito a spianare la strada ai nuovi autori.

Qual è la tua concezione del racconto di sf?

Novità, anticonformismo, suspense. Se manca uno di questi elementi, è possibile scrivere, forse, un capolavoro, ma non un buon racconto di autentica fantascienza.

Con che metodo (o metodi) scrivi?

Tutti i metodi sono buoni: pensarci su, rompersi le meningi fino a scovare un buon plot, ma il metodo migliore resta ancora quello di «pensare ad altro», cioè vivere guardandosi in giro. La realtà che mi sta attorno è un’immensa miniera per immaginare, e quindi scrivere, una storia di sf. Quanto alla resa narrativa, posso dire che non mi stanco di scrivere e riscrivere la medesima pagina anche otto o dieci volte, fino alla sua trasparente chiarezza e alla sua efficacia rappresentativa.

Che cosa ti ha insegnato l’esperienza del romanzo? La ritenteresti?

Del romanzo darei questa definizione: una fatica tremenda, almeno dieci volte quella che ci vuole per un racconto. Però, alla fine, viene decuplicata anche la soddisfazione morale, quella che compensa l’autore di tutto il tempo e l’energia psichica consumata sulle pagine. Se la ritenterei? L’ho già ritentata. Ho iniziato e finito nel 1977 un romanzo psicotecnologico destinato ai giovani, dal titolo ancora provvisorio Marinella Seconda, che sarà pubblicato dalla S.E.I. Inoltre, sto lavorando a una particolarissima space-opera, un romanzo più complesso e più «avventuroso» di Giungla domestica.

Scrivere un romanzo è un’esperienza importante, che consiglio. Ci si sente più maturi, dopo.

Quali sono, a tuo giudizio, i migliori autori nel campo della sf oggi in attività?

In Italia? All’estero? In ogni caso, non mi è possibile dare una risposta. Nel campo della sf avviene uno strano fenomeno: quasi tutti gli autori, anche i meno bravi, offrono sempre suggestioni, incantesimi, proposte, idee inedite; un fenomeno che avviene con minore frequenza nel campo della narrativa normale.

La tua opinione sul fandom in genere e in particolare?

Il fandom è l’habitat dello scrittore di fantascienza. Ci è indispensabile, come l’aria che respiriamo. A volte, ma non troppo spesso, l’aria è un pochino inquinata. Ma non per questo è meno preziosa.

Segui le vicende della sf americana? Se sì, come giudichi gli ultimi sviluppi del settore?

Seguo la sf americana anche da un punto di vista critico: infatti fin dal 1976 collaboro con il quotidiano “Paese Sera” con l’incarico della narrativa fantascientifica straniera e italiana.

Ho letto, su ROBOT, che alcuni scrittori americani intendono abbandonare la fantascienza. Li capisco. A casa loro, la sf è considerata ancora da molti come un «genere», una sottocategoria letteraria. Forse è per questo che, in generale, la sf statunitense sta prendendo strade meno ortodosse della sf delle origini: fantasy, speculative fiction, un pizzico di horror, una spruzzata di sesso, eccetera. Secondo me, però, lo sviluppo più interessante è dato da quegli autori che affondano i bisturi nei rapporti fra scienza e potere.

La tua reazione ai racconti del premio ROBOT?

Quando, insieme con Aldani, Cremaschi, Raiola, Anna Rinonapoli e altri, cominciai a scrivere, eravamo in pochi. Ora ci troviamo davanti a un reggimento di nuovi scrittori, o aspiranti scrittori. Quasi cinquecento racconti, al premio ROBOT! E l’aspetto più interessante è che il valore medio degli esordienti sia cosi alto, così maturo.

Che epitaffio vorresti per la tua vita?

Esiste una mia poesia, intitolata Tu, lontano lettore: è una sorta di coraggiosa epigrafe e un messaggio al futuro.

Però, per brevità, ne invento un altro:

Visse in tempi di mutamenti / e amò quei mutamenti.

Un piccolo ritratto di Gilda Musa

Vittorio Curtoni

Vittorio Curtoni
Vittorio Curtoni

È recentemente scomparsa Gilda Musa, una delle autrici più importanti per la storia della fantascienza italiana. Vittorio Curtoni ne traccia un ricordo.

Non ho incontrato Gilda Musa poi troppe volte in vita mia, e non la vedevo da almeno una quindicina d’anni; ma la notizia della sua morte, avvenuta a fine febbraio, mi ha lasciato un vuoto dentro. Se n’è andata in punta di piedi, con discrezione, com’era nello stile di questa signora minuta, tanto amabile, sempre pronta ad accendersi in discussioni vivacissime sulla natura del lavoro letterario, sul senso e sul perché della scrittura. Per questo, forse, ne conservo un ricordo così vivido: Gilda era una di quelle persone che puoi vedere poco, magari in occasioni particolari come una convention o la riunione di una giuria di un premio letterario, ma quegli incontri ti restano impressi per la vigoria, il calore intellettuale che sprigionano.

Gilda era un vulcano d’idee, di proposte, di voglia di fare; sembrava un po’ la metà, come dire?, iper-attiva della coppia che formava con Inisero Cremaschi. Anche Inisero è sempre stato una fucina intellettuale d’alto livello, come dimostra la sua produzione letteraria, come si vede benissimo dai suoi troppo rari racconti di fantascienza, ma il suo comportamento è più pacato, tranquillo. Inisero porge con garbo, suggerisce, propone; Gilda era irruenta, sicura di sé, assertiva. Forse (l’ho sempre pensato) è stato proprio grazie a questa diversità d’indole che i due hanno dato vita a un matrimonio tanto riuscito; o almeno, diciamo che entrando in casa loro si aveva l’impressione di una coppia in grande sintonia e armonia. Il che è bellissimo in linea generale ed è, mi si permetta dirlo, piuttosto raro in un universo come quello della letteratura, dove tanta gente è perennemente pronta a scannare tanta altra gente. Basta, ad esempio, rileggere l’introduzione di Inisero a “Giungla domestica” (Dall’Oglio, 1975) per rendersi conto di come il marito scrittore si tiri in disparte per lasciare tutto lo spazio possibile alla moglie scrittrice: io di coppie così ben assortite ne ho conosciute poche.

Il mio rapporto con Gilda Musa è iniziato molto prima che avessi il piacere di conoscerla di persona. Lei era di una generazione precedente alla mia, sicché io, da ragazzo, mi sono spesso trovato a incontrare quei bellissimi racconti seminati tra le pagine della rivista Futuro e delle antologie Interplanet: storie come “Memoria totale”, “Trenta colonne di zeri”, o “Max” mi si sono stampate nel cervello, colmandomi di meraviglia e reverente ammirazione. Non l’ho ancora detto, ma Gilda è sempre stata uno degli autori italiani di science fiction più dotati di capacità stilistiche; una grande autrice e narratrice nel senso più pieno dei termini. Non a caso era anche poetessa e germanista: una personalità multiforme incentrata su una consapevolezza dei mezzi letterari che ben pochi hanno eguagliato. Era l’epitome (e lo dico con la consapevolezza di esporre me e lei a critiche anche feroci, ma tant’è, la verità si impone da sé, non si discute) di quella “fantascienza umanista” che in Italia ha dato per anni frutti non indifferenti. Il rigore stilistico era per lei condizione necessaria e imprescindibile, sulla quale innestare lo sviluppo di idee fantastiche tanto innovative quanto pregnanti sul versante dei contenuti. Era scrittrice dotata di capacità di discernimento in sommo livello, sino ad arrivare alla rigorosa meticolosità di distinguo sottilissimi. C’è un episodio che ricordo molto bene e che illustra in maniera esemplare, credo, il concetto. Quando scrissi il capitolo a lei dedicato del mio volume “Le frontiere dell’ignoto”, glielo portai a leggere per avere il suo placet (sì, lo so, con tanti altri non l’ho fatto, ma Gilda era una signora, e che signora), e lei approvò tutto, fu molto contenta, mi ringraziò. Mi chiese però una lievissima modifica: dove, parlando della sua antologia “Strategie”, avevo scritto che si trattava di “strategie letterarie”, lei mi chiese di mettere invece (e io obbedii, s’intende) “strategie narrative”.

Questioni di pelo caprino? Non credo proprio. Questo è rigore. È attenzione spasmodica alla singola parola. È quello che uno scrittore veramente scrittore dovrebbe sempre fare, quando maneggia la lingua. È quello che tanti sedicenti autori non hanno mai imparato e che invece per lei era una sorta di seconda natura.

Se ben rammento, il primo contatto diretto con lei l’ho avuto allo SFIR (così si chiamavano all’epoca le convention nazionali: Science Fiction Italian Rundabout) di Ferrara del 1976. Gilda trattò mia moglie e me con una cordialità, una familiarità che davvero mi riempì di gioia. Un pochino anche d’orgoglio, lo confesso: essere accettato alla pari, di primo acchito, senza discussioni, da uno dei miei scrittori preferiti! Ancora oggi la ringrazio di questo. Gilda era nel pieno della sua querelle con la RAI, che aveva mandato in onda uno sceneggiato, “La traccia verde”, che a suo giudizio plagiava il suo romanzo “Giungla domestica”. Non so come si sia risolta, a livello legale, la questione, ma di certo ho sempre pensato che Gilda avesse ottime ragioni: per quanto sia vero che all’epoca le ricerche sulla supposta “sensibilità delle piante” fossero uno dei piatti forti della parapsicologia mondiale, è altrettanto vero che le due trame rivelavano coincidenze sconcertanti. E il suo romanzo era uscito prima che venisse prodotto lo sceneggiato. In sostanza, in entrambe le storie il colpevole di un delitto viene smascherato grazie alle reazioni “emotive” di una pianta… Vedete un po’ voi. Come minimo, il suo sacro furore era pienamente giustificato.

Con lei e con Inisero, Giuseppe Caimmi, Giuseppe Lippi e io siamo stati compagni di giuria per le due edizioni del “Premio Robot”. Ci siamo ritrovati negli uffici dell’Armenia, e dopo un pranzo in compagnia abbiamo passato il pomeriggio a discutere in maniera piuttosto accesa delle virtù e dei vizi dei racconti che avevamo letto. Debbo dire, riandando a quegli anni, che se nella seconda edizione Mauro Gaffo si impose all’unanimità, la vittoria di Morena Medri con “In morte di Aina” il primo anno fu dovuta soprattutto ai coniugi Cremaschi: loro due puntavano senza la minima esitazione su quel racconto, e invece noialtri tre avevamo una rosa di papabili troppo estesa e variegata. E non riuscimmo a trovare una piattaforma d’accordo. Non che mi dispiaccia, intendiamoci; ma insomma, se volete, anche questa è una riconferma delle ferree convinzioni e delle capacità di persuasione di Gilda Musa (e Inisero Cremaschi, come no). Una donna straordinaria, lasciatemelo dire.

Sono stato un po’ di volte a casa loro, sempre accolto con estrema cordialità. Avevano sotto casa una pizzeria che era un punto di ritrovo per gli scrittori milanesi, e oltre tutto la pizza era anche ottima! (Be’, io sono fanatico di pizza e ho canoni piuttosto rigorosi in merito.) Una volta andai da loro, ai mitici tempi di ROBOT, con Giuseppe Lippi, e quel che ricordo più di tutto è il fatto che non mi avvidi, a pianterreno, della presenza di una vetrata ORRIBILMENTE trasparente e mi ci fiondai contro col non indifferente peso del mio corpo. Una craniata fantozziana da restarci secco! Arrivai all’appartamento dei Cremaschi suonato come una campana e, suppongo, apparentemente sbronzo, anche se in realtà non avevo bevuto un goccio… Ma fu una serata ugualmente bella, calorosa, nell’ormai consueta pizzeria. Anche la botta disumana alla fronte è entrata a fare parte dei miei ricordi più dolci. Visto che mi trovai in fulgida compagnia.

So che, per anni, Gilda e Inisero sono stati il fulcro di riunioni periodiche (settimanali, credo) di autori che si davano convegno a casa loro per discettare dell’arte di scrivere. Un cenacolo, in parole povere.

Nonostante i loro ripetuti inviti, non ho partecipato una sola volta a questi incontri, per banali questioni logistiche: io vivo a Piacenza, loro a Milano. Talora la geografia e’ d’intoppo. E come non ricordare l’antologia “I labirinti del terzo pianeta” (Nuova Accademia, 1964), curata da loro due in anni in cui il semplice parlare di sf italiana era atto di smisurato orgoglio? Un’antologia nella quale riuscirono a coinvolgere nomi come Mario Soldati e Libero Bigiaretti, oltre a quelli che potremmo definire i “professionisti” indigeni della fantascienza. E un’altra impresa notevole è stata, negli anni Settanta, la serie “La Collina”, pubblicata dalla Nord: quattro intensi volumi a metà tra saggistica e narrativa nei quali si è tentato di lanciare la nuova etichetta di “neofantastico” per i narratori italiani. Il termine non ha avuto, è vero, grande successo, e le vendite non sono state eccezionali, come d’altronde è quasi sempre accaduto in Italia alle iniziative “diverse” in un campo tutto sommato molto conservatore; ma provate a sfogliare quelle pagine e vedrete quanto fervore, quanto attivismo, quanto discutere. Il curatore ufficiale di “La Collina” è stato Inisero, ma non è difficile vedere dietro la mano complice della moglie, che con lui condivideva la passione smisurata per il lavoro letterario.

Rammento queste cose per testimoniare l’importanza che la presenza di Gilda Musa ha avuto, nel farsi della fantascienza italiana, non solo per le sue virtù d’autrice ma anche per le attività concomitanti ideate e gestite col compagno della sua vita. E chissà quanto ho dimenticato. Ma non volevo offrire di lei un ritratto globale quanto piuttosto un’immagine, un’impressione; l’istantanea che rimarrà fissata nella mia memoria. Quel che penso di lei come narratrice l’ho detto nello scritto che potete leggere su questo numero di DELOS. Per il resto, che aggiungere? Carissima Gilda Musa, tu hai arricchito la mia esistenza con quello che hai scritto e con la tua presenza umana. Cose delle quali non si può mai essere grati a sufficienza.

Grazie di tutto, e a rivederci prima o poi, chi lo sa?

Articoli pubblicati in originale sul numero 21 della rivista Robot, Armenia, 1977

PREMIO ITALIA 2020 – Grazie!

Abbiamo vinto il Premio Italia 2020 per il miglior articolo su pubblicazione non professionale, con il nostro La tesi dell’apostolo cattivo: il nuovo adattamento di Evangelion e il traduttore camaleonte.”

GRAZIE a tutti e tutte voi che lo avete votato!

E grazie anche al prof. Patrick Boylan che scrisse per noi il pezzo “Il traduttore camaleonte”, incluso nel post. Questo premio è anche suo.

Il Premio Italia quest’anno è andato anche a Futuro Presente, collana di racconti di fantascienza sociale in ebook a cadenza mensile.
Questo è un premio che ci rende davvero felici e che accettiamo insieme alle autrici e agli autori che animano la collana con i loro fantastici racconti.

Ecco tutte le uscite della collana: Futuro Presente – Delos Digital
La pagina facebook che animiamo con recensioni e speciali: Futuro Presente

Il secondo posto come Miglior articolo su pubblicazione professionale è andato a un altro dodopost: “Antologie al femminile: è discriminazione?”, pubblicato su ROBOT.
Una versione precedente, sul quale abbiamo basato il pezzo, è leggibile qui: Antologie al femminile: è discriminazione? – Lezioni Sul Domani

Altro secondo posto al “Manuale di scrittura di fantascienza” pubblicato per Odoya da Giulia Abbate e Franco Ricciardiello.
Qui l’introduzione: Perché scrivere fantascienza?

Il Premio Italia per Migliore antologia è andato a URANIA “Strani Mondi” uscita a luglio 2019 per Mondadori, che contiene anche un nostro racconto: “Guerra fredda” di Giulia Abbate & Elena Di Fazio.

GRAZIE 🙂

Qui l’elenco di tutti i vincitori e le vincitrici di quest’anno: Premio Italia 2020, tutti i vincitori- Fantascienza.com

Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra

A volte mi sento fortunata, come una che sia scampata a un abuso per puro caso: una che ha perso quell’autobus, o ha declinato distrattamente un certo passaggio in macchina, ma la sua amica no e le è andata peggio e poi si può solo raccontare e raccogliere i pezzi, tanto della sopravvissuta che della scampata.

Mi sento fortunata perché sono scampata ai romanzi di Marion Zimmer Bradley.

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La comunità SFF vacilla di fronte alle accuse contro Marion Zimmer Bradley

Questa è la mia traduzione al post di The Guardian “SFF community reeling after Marion Zimmer Bradley’s daughter accuses her of abuse”
Lo pubblichiamo qui come “appendice” al post “Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra” scritto in occasione del “caso Montanelli”, per ragionare insieme di idoli da abbattere e di cui sperabilmente liberarci.

La comunità della SFF vacilla dopo che la figlia di Marion Zimmer Bradley la accusa di abuso

Le affermazioni di Moira Greyland secondo cui è stata molestata dalla scrittrice fantasy hanno fatto inorridire lettori e scrittori che erano stati ispirati dal suo lavoro.

Il mondo della fantascienza e del fantasy è sconvolto, in seguito alle notizie secondo cui la figlia dell’autrice fantasy bestseller Marion Zimmer Bradley ha accusato sua madre di averla abusata da bambina. Autori come John Scalzi, G. Willow Wilson e Jim Hines hanno reagito con orrore alle accuse contro una donna che era stata considerata un pilastro della comunità SFF. La scrittrice Janni Lee Simner ha annunciato che donerà i suoi guadagni di una storia ambientata in un mondo immaginario creato da Bradley a un’organizzazione benefica anti-abuso.
Moira Greyland, la figlia di Bradley, ha resa pubblica la sua accusa sul blog della scrittrice Deirdre Saoirse Moen, all’inizio di questo mese, dando a Moen il permesso di citare un’e-mail in cui ha scritto:

“La prima volta che mi ha molestata, avevo tre anni. l’ultima volta avevo 12 anni ed ero in grado di andarmene … Era crudele e violenta, oltre che sessualmente del tutto fuori di testa. Non sono la sua unica vittima, né le sue uniche vittime erano ragazzine. “

Greyland è la figlia di Bradley e Walter Breen, che è stato incarcerato per molestie di bambini ed è morto in prigione. Greyland ha scritto, nella sua e-mail a Moen:

“Ho mandato Walter in prigione per aver molestato un ragazzo … Walter era uno stupratore seriale con molte, molte, molte vittime (ne ho riferite 22 ai poliziotti) ma Marion era molto, molto peggio”.

I fan di SFF vacillano a questa notizia. Bradley, morta nel 1999, è stata una celebre autrice, amata per “Le nebbie di Avalon”, la sua interpretazione della leggenda arturiana, che raccontava la storia dalle prospettive delle donne dietro il trono, e per le storie di Darkover: ambientato su un pianeta colonizzato dagli umani, il mondo di Darkover è stato ripreso anche in antologie scritte da altri autori.

Le accuse hanno già portato una di queste autrici, Janni Lee Simner, ad annunciare che donerà i diritti d’autore e i proventi delle sue storie di Darkover all’ente benefico anti-abuso RAINN. Simner ha scritto sul suo blog:

“rimango orgogliosa delle storie di Darkover che ho scritto e rispetto i molti colleghi scrittori che hanno iniziato proprio sulle pagine delle antologie di MZB e sulla sua rivista. MZB ha avuto un ruolo enorme in molte delle nostre carriere, e non è mia intenzione negarlo o negare quanto profondamente i lettori siano stati toccati – e in alcuni casi salvati – dall’opera di MZB. Ma non posso nemmeno negare il danno causato dalla creatrice imperfetta di quell’opera. Quello che posso fare è fare in modo che il mio aver scritto nei suoi mondi vada a combattere quelle stesse ferite e abusi nei luoghi in cui stanno accadendo adesso. “

Altri hanno dichiarato che non leggeranno più i romanzi di Bradley. L’autore vincitore del premio Hugo John Scalzi su Twitter ha definito le accuse “orribili”, mentre il vincitore del premio World Fantasy G Willow Wilson ha dichiarato di essere “senza parole”.

“Posso perdonare gli artisti per non aver rispettato i loro ideali”, ha twittato, “ma non per ABUSO INFANTILE. Non consiglierò mai più nessuna delle sue opere. Non puoi coprire merda in foglia d’oro e poi affermare che non puzza.”

Jim Hines, che ha ricevuto la sua “prima lettera di rifiuto” da Bradley, e ha continuato a vendere storie a Fantasy Magazine di Marion Zimmer Bradley e alla sua antologia Sword & Sorceress XXI, ha scritto sul suo blog:

“Sono orgoglioso di queste storie. Credo che la serie Sword & Sorceress sia stata importante, e sono grato a Bradley per averla creata. Credo che la sua rivista abbia aiutato molti nuovi scrittori e che i suoi libri abbiano aiutato innumerevoli lettori. Tutto ciò rende ancora più tragiche le rivelazioni su Marion Zimmer Bradley che protegge un noto stupratore e molesta sua figlia e altri.”

Greyland, scrivendo al Guardian via e-mail, ha dichiarato di non aver parlato prima

“perché pensavo che i fan di mia madre si sarebbero arrabbiati con me per aver detto qualcosa contro qualcuno che aveva difeso i diritti delle donne e fatto sentire così tanti di loro in modo diverso su se stessi e le loro vite. Non volevo ferire nessuno che lei avesse aiutato, quindi ho tenuto la bocca chiusa.”

Greyland, arpista, cantante e regista d’opera, ha affermato che ormai le era chiaro che

“un motivo per cui non ho mai detto nulla è che consideravo la sua vita più importante della mia: più importante era la sua fama, più importanti sicuramente i sentimenti dei suoi fan. Chi mi conosce, conosce la verità su di lei, ma oltre a ciò, non reputavo rilevante quello che mi ha fatto, finché il suo lavoro e la sua reputazione continuavano.”

Greyland ha salutato l'”effusione dell’amore e del sostegno” seguito alle sue rivelazioni.

“Ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni, a quanto pare, è che lo stupro e l’abuso sui bambinisono stati abbastanza sotto gli occhi dell’opinione pubblica per essere intesi come tali, e ora si crede alle vittime e ai sopravvissuti, e ci sono così tanti sopravvissuti tra i fan di mia madre, così come sostenitori di sopravvissuti e persone decenti che hanno a cuore la verità che mia madre è ora chiamata a rispondere agli stessi standard di cui ha scritto”, ha continuato nella sua email. “Sono così felice di aver parlato, perché sul blog, così tante persone hanno condiviso le loro PROPRIE storie di abuso, incesto e dolore. Continuerò a parlarne, anche solo per far sì che le persone che hanno bisogno di condividere le proprie le storie lo faranno ora “.

Dopo che Greyland ha parlato, all’inizio di questo mese, Deborah J Ross, autrice ed editrice di antologie di Darkover, ha twittato in risposta a una domanda sulle sue affermazioni:

“Viene raccontata solo metà della storia. Si prega di fare attenzione a credere alle voci sensazionalistiche online”.

Ross, che ha lavorato con Bradley nei romanzi di Darkover, si è successivamente scusata per il tweet in un blog definendolo “sconsiderato”.

“Ho sbagliato sulla storia e ho sbagliato a dire quello che ho detto. Sono profondamente dispiaciuta per il dolore che ho causato”, ha scritto Ross. “Sono rimasta scioccata e sconvolta dalla storia raccontata dalla figlia di Marion. Non avevo alcuna conoscenza preliminare di eventuali misfatti da parte di Marion, ed è stato del tutto inappropriato per me commentare. Nulla di ciò che ho detto dovrebbe essere preso come giustificazione o difesa verso l’abuso sui bambini. Per quanto riguarda Walter Breen, come molti altri, sono stata indotta in errore a credere che non avesse agito sulle sue inclinazioni. Quando ho scoperto la verità, ero inorridita e ho assistito la polizia nelle indagini sulla seconda serie di accuse. Ciò ha provocato la sua incarcerazione. Chiedo la vostra comprensione e pazienza con me per il tempo che ho impiegato a rispondere. Offro alle vittime il mio pieno sostegno e le mie preghiere per la guarigione “.

Russell Galen, l’agente letterario del Marion Zimmer Bradley Literary Works Trust, ente che detiene i diritti d’autore sulle opere letterarie di Marion Zimmer Bradley e che è amministrato da un fiduciario esterno, ha detto che lui e il fiduciario erano “consapevoli delle accuse che sono state fatte”.

“Marion è deceduta e non siamo in grado di chiederle la sua versione della storia, né abbiamo alcuna conoscenza personale degli eventi che vengono descritti. Tutto ciò che possiamo dire è che durante i decenni in cui abbiamo lavorato con lei, abbiamo trovato in Marion una grande amica e una persona estremamente gentile. Era molto amata da molti amici, specialmente nella comunità letteraria, dove sosteneva le carriere di molti scrittori sostenendo anche spese personali considerevoli. Questa è solo una dichiarazione di fatto basata sulla conoscenza personale, e non intende rispondere a queste accuse”,

ha detto Galen al Guardian.

[Articolo uscito il 27 giugno del 2014 su The Guardian, qui il link all’originale: “SFF community reeling after Marion Zimmer Bradley’s daughter accuses her of abuse” ]

 

Posso godermi l’arte e denunciare l’artista? – Roxane Gay

Questa è la mia traduzione al post di Can I enjoy the art and denounce the artist? di Roxane Gay, per Marie Claire (6 febbraio 2018).
Lo pubblichiamo qui come “appendice” al post “Marion Zimmer Bradley: basta con questa cattiva maestra” scritto in occasione del “caso Montanelli”, per ragionare insieme di idoli da abbattere e di cui sperabilmente liberarci.

Posso godermi l’arte e denunciare l’artista?

di Roxane Gay

Crescendo, ho adorato The Cosby Show. A me e ai miei fratelli era concessa solo un’ora di televisione alla settimana, ciò significava trascorrere del tempo con Bill Cosby e la sua famiglia televisiva. Da ragazza nera della classe media, mi veniva detto che lì c’era qualcosa della mia vita, che tornava di riflesso. Tale rappresentazione era sfuggente, necessaria e incredibilmente significativa. Non potrei descrivere in modo più netto di questo l’impatto che Cosby ha avuto su di me.

Quando sono cresciuta e ho iniziato a sentire storie sull’abitudine di Cosby alle aggressioni sessuali, ho avuto il desiderio di distogliere lo sguardo. Non poteva essere possibile che l’uomo che ci ha dato il personaggio di Cliff Huxtable potesse anche essere un predatore sessuale. Ma io cerco sempre di credere alle persone quando raccontano quanto hanno sofferto. So quanto costa il farsi avanti in veste di vittima di violenza sessuale, e quando il responsabile è famoso, il costo è massimo, e ciò che si ottiene è davvero poco. Mentre l’entità delle sue violenze veniva alla luce, anche solo il numero di donne che Cosby ha perseguitato mi ha sconcertata, come la volontà di alcune persone di tenere ancora in considerazione la sua eredità artistica, nonostante il male che ha fatto.

Ogni volta che penso al lavoro di Cosby, ricordo le donne che ha perseguitate, e come il loro silenzio sia stato imposto dalla trappola dorata della sua fama. Per me, l’eredità artistica di Cosby è insignificante di fronte al dolore che ha causato. Deve esserlo. Prima Cosby ha dato un grande contributo artistico,  e poi lo ha distrutto. La responsabilità della distruzione è sua e solo sua. Siamo liber* di piangerne, ma non a spese delle sue vittime.

Verso la fine del 2017, la diga del silenzio si è infranta, e donne e uomini sono venute allo scoperto, in quantità senza precedenti, dando voce a come furono aggredite, molestate, intimidite, messe a tacere e sminuite in molti modi da uomini creativi di potere. Molte eredità sono state rese insignificanti da queste testimonianze, anche se il dibattito sull’eventualità che ciò avvenga continua, in modo inspiegabile.

Non possiamo più inchinarci all’altare del genio creativo ignorando il prezzo troppo spesso pagato per quel genio. A dire il vero, avremmo dovuto imparare questa lezione molto tempo fa, ma subiamo la fascinazione culturale di uomini creativi e potenti che sono anche “mercuriali” o “volatili”: di uomini che si comportano male.

A questi uomini viene dato ampio spazio. La loro importanza conferisce loro una certa immunità. Perdoniamo le loro trasgressioni, perché creano cose così brillanti, perché sono così carismatici, perché c’è un tale fascino per le persone che sfidano le convenzioni culturali e che osano fare tutto ciò che vogliono. Sia che stiamo parlando di Bill Cosby o Woody Allen o Roman Polanski o Johnny Depp o Kevin Spacey o Harvey Weinstein o Russell Simmons o di qualsiasi uomo che abbia costruito il suo successo sulle schiene di donne e uomini la cui sofferenza è stata ignorata per il bene di quello stesso successo, è tempo di dire che nessun’opera d’arte, nessuna eredità è tanto grande da farci scegliere di guardare dall’altra parte.

Non faccio più fatica con le eredità artistiche. Non è così difficile rigettare il lavoro di predatori e uomini arrabbiati, perché soffrire per l’eredità di un predatore significherebbe che c’è un prezzo che sono disposta a lasciare che le vittime paghino per amore della buona arte, mentre la verità è che non esiste mezz’ora di TV così eccellente da valere il prezzo della sofferenza di chicchessia. Al suo posto, ricordo quante carriere di donne sono state rovinate; penso a coloro che hanno rinunciato ai loro sogni perché alcuni “geni” hanno deciso di indulgere alla propria sete di potere e di controllo, considerandola più importante dell’ambizione e della dignità altrui. Ricordo tutto il silenzio, i decenni e decenni di silenzio forzato, intimidazioni e manipolazioni che hanno permesso ai malvagi di prosperare. E nel fare tutto ciò, per me è abbastanza facile per me non darmi pensiero della presunta grande arte di uomini cattivi.

Esistono persone creative di ogni tipo, che sono brillanti, originali, misteriose e in grado di trattare gli altri con rispetto. Il genio creativo non scarseggia di certo, ed è questo il tipo di opere alle quali invece possiamo e dobbiamo rivolgerci.

Roxane Gay

Versione originale del post: Can I enjoy the art and denounce the artist? di Roxane Gay, per Marie Claire (6 febbraio 2018).

Premio Italia: seconda fase!

È ufficialmente aperta la seconda fase del Premio Italia, dopo che l’elenco dei finalisti e finaliste è stato pubblicato sul portale fantascienza.com (qui l’articolo completo).

Noi Dodo, Elena e Giulia, siamo felicissime di essere in finale in diverse categorie: in questo momento tutt’altro che lieto, qualche bella notizia sul fronte editoriale non può che fare bene. Abbiamo quindi pensato di fare un piccolo riepilogo con i relativi link, per chi volesse approfondire e darci una possibilità nella fase finale.

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Categoria: Curatore/Curatrice

Potete votarci come: Giulia Abbate ed Elena Di Fazio

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Dal 2016 curiamo la collana di fantascienza sociale Futuro Presente per Delos Digital. Leggiamo i racconti, diamo feedback ad autori/autrici, selezioniamo, editiamo in quella che è sempre una sinergia di penne e teste. Se vi piace il lavoro che abbiamo svolto finora, potete darci il vostro voto!

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Categoria: Collana

Potete votarci come: Futuro Presente

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L’ultimo racconto lungo uscito nella collana

Anche Futuro Presente è in finale! Una collana giovane, ma già ricca di bellissime penne. Cerchiamo costantemente di diversificare l’offerta, con una panoramica di autrici e autori che sia più ampia e varia possibile. Se apprezzate la collana, potete votarla alla fase finale!

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Categoria: Saggio

Potete votare: “Manuale di scrittura di fantascienza” di Giulia Abbate e Franco Ricciardiello (Odoya, 2019)

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Nel 2019 è uscito, per i tipi di Odoya, il “Manuale di scrittura di fantascienza”, costruito e redatto a quattro mani da Giulia Abbate e Franco Ricciardiello. Qui è Elena che scrive, dunque posso lodare senza imbrodare: non è UN manuale, è IL manuale! Approfondito ma al tempo stesso semplice e lineare, ricco di citazioni, notazioni, suggerimenti. Leggere per credere… e per votare!

Il manuale è pensato per insegnare la fantascienza a chi non la conosce, con una prospettiva operativa, e lo stanno già usando nelle scuole. Per saperne di più, qui trovate l’introduzione al volume.

 

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Categoria: Antologia

Potete votarci come: “Italia Futura Presente”, a cura di Giulia Abbate ed Elena Di Fazio, Delos Digital

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“Italia Futura Presente” è la prima antologia cartacea nata da Futuro Presente. Raccoglie alcuni dei racconti usciti in digitale, sotto il tema comune del futuro dell’Italia. Per premiare anche e soprattutto gli autori e le autrici presenti nell’antologia, potete votarla alla fase finale! Qui potete leggere anche la prefazione.

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Categoria: Articolo su pubblicazione professionale

Potete votarci come: Giulia Abbate, Elena Di Fazio, Antologie al femminile: è discriminazione?, Robot, Delos Books

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L’articolo apparso su Robot e in finale al Premio Italia è la rielaborazione di un pezzo che avevamo scritto qui sul blog qualche anno fa, in occasione di alcune polemiche contro le antologie “al femminile”. Linkiamo qui l’articolo originale, mentre qui si può trovare il relativo numero di Robot.

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Categoria: Articolo su pubblicazione amatoriale

Potete votarci come: Giulia Abbate e Elena Di Fazio, La tesi dell’apostolo cattivo: il nuovo adattamento di Evangelion e il traduttore camaleonte, Lezioni sul domani

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A questo link l’articolo integrale (senza zuccheri aggiunti!)

L’estate scorsa, migliaia di millennial nostalgici (e non solo) attendevano col cuore in gola la release dell’intera serie “Neon Genesis Evangelion” sulla piattaforma Netflix. L’estate scorsa, migliaia di millennial nostalgici (e non solo) si piantavano un punteruolo nei timpani pur di sottrarsi al nuovo, tragico doppiaggio targato Cannarsi. Netflix ha dovuto ritirare immediatamente la nuova versione italiana per ridoppiarla da capo e noi abbiamo dovuto ripescare le vecchie VHS in cantina per poterci godere NGE senza soffrire.

Questo articolo cerca di rendere giustizia al tragico accadimento, approfondendo tra il serio e il faceto il concetto di traduzione come incontro tra culture. (Con bonus finale: le riflessioni del nostro ex docente universitario di inglese per la comunicazione interculturale.)

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In bocca al lupo a tutt* gli altr* finalisti e finaliste per la seconda fase. Ad astra e soprattutto

NESSUNA RECALCITRANZA!

 

Premio Italia 2020: le nostre proposte

Manca POCHISSIMO allo scadere del voto del Premio Italia: ovvero, entro le 00:00 del 22 aprile si possono esprimere delle preferenze su chi premiare, tre per categoria.

Quest’anno arriviamo un po’ in ritardo, dato che insieme a questa surreale quarantena abbiamo una mole di lavoro persino superiore al solito. Ma tant’è: ecco le nostre proposte per le segnalazioni che ci riguardano.

Ma non pubblichiamo solo autosegnalazioni, vogliamo menzionare anche dei lavori che troviamo meritevoli. Il Premio Italia è un riconoscimento simbolico e proprio per questo pensiamo che sia bello riconoscere i contributi significativi per la nostra comunità e per la fantascienza!

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Un discorso di incoraggiamento da parte di N.K. Jemisin

Il pep talk è un discorso fatto per motivare e incoraggiare chi ascolta. Per il NaNoWriMo, iniziativa online dedicata alla scrittura, molti autori e autrici hanno condiviso con i/le partecipanti alcune parole ed esperienze, per ispirare forza.

Quello che segue è il pep talk di Nora K. Jemisin, autrice di fantascienza considerata tra le migliori dell’ultima decade, e ci troverete una storia interessante.

Mettiamo le sue parole  nella “calza della Befana” di quest’anno: vi auguriamo un buon 2020 e tantissime belle stagioni di letture e scritture. Yak!

Jemisin a Barcelona nel 2017, foto di Jordi Cotrina

Dunque, storia vera:

In una fredda notte d’inverno, ho chiamato Kate Elliott, mia amica e mentoressa. Balbettando, ho ammesso che avevo la disperata paura di aver scritto il peggior romanzo mai esistito. Era troppo strano, troppo sconclusionato, un enorme casino, ed ero praticamente certa di non possedere l’abilità letteraria di raccontare quella storia come aveva bisogno di essere raccontata. Insomma, ho dichiarato: avrei chiamato il nostro editore comune e avrei chiesto di rescindere il mio contratto.

Kate ha ascoltato con pazienza, e poi mi ha detto qualcosa che ora io dirò a te: ogni scrittore passa attraverso una cosa simile. Ogni. Scrittore.
È nell’ordine di ciò che facciamo: per creare un mondo, popolarlo e renderlo reale, dobbiamo credere che abbiamo qualcosa di straordinario nelle nostre mani. Dobbiamo credere di essere fantastici — almeno per un momento, almeno abbastanza per tentare questa cosa incredibilmente difficile.
Questo è il punto più alto del processo creativo.

Però è difficile mantenere questa convinzione, quando passi sotto la macina che è la messa in pratica dell’idea. Il vigore crolla. E a un certo punto, verso la metà, avrai necessariamente una battuta d’arresto, riguarderai quello che hai scritto — e sarà un disastro, i romanzi in corso sono sempre un disastro, la creatività è questo, ed è a questo che serve la revisione — e farai un salto all’indietro, con orrore.
Questo è il nadir, il punto più basso dell’eccitazione che hai provato quando hai iniziato il romanzo. Questo è l’opposto del momento di stupore che ti ha spinto a iniziare il NaNoWriMo.
Questo è l’Abisso del Dubbio.

Raggiunto questo punto, ti si prospetta una scelta: puoi buttarti nell’abisso, abbandonare il tuo romanzo e sguazzare nel pensiero di quanto fai schifo.
Oppure puoi allontanarti dal bordo del burrone.
Farlo sarà difficile, perché hai già in moto il tipo sbagliato di slancio. Dovrai invertire i motori e bruciare un po ‘di carburante in più per contrastare l’inerzia. Dovrai risalire verso la vetta, o almeno raggiungere un’altezza sicura. Potresti metterci un po’ di tempo in più, ma va bene. Meglio tardi che mai.

E se può aiutarti, ricorda: è questo ciò che ti rende uno scrittore o una scrittrice. Sì, questo. Il male allo stomaco, la prostrazione, la ferma convinzione di essere La Peggiore e che tuo romanzo è Il Peggiore e che fa tutto schifo. È così che a volte si sentono scrittori e scrittrici. (È così che a volte si sentono tutti.) Ma scrittori e scrittrici non permettono che questa sensazione li travolga.

Com’è finito il mio incontro con l’Abisso del Dubbio?
Kate mi ha convinta a non abbandonare la scrittura del romanzo — davvero, ho detto che l’avrei cancellato, avrei bruciato il PC e hackerato Dropbox per assicurarmi che non ci fossero backup — prima di parlarne con il mio editore.

Saggia Kate: questa decisione mi ha imposto un paio di giorni di attesa, per pensarci e calmarmi. E quando ho raccontato la mia fiaba di dolore al mio editore, la sua risposta è stata: Ah, sì, succede. Prenditi una pausa e pensaci su, poi ne riparliamo.

L’ho fatto. Mi sono sentita meglio. E poi ho finito il romanzo. (La quinta stagione, pubblicato nell’agosto 2015.) Oggi come oggi, penso che sia la cosa migliore che abbia mai scritto.

Quindi. C’è l’abisso che sbadiglia davanti a te. C’è il bordo del burrone, sotto i tuoi piedi. Se hai raggiunto questo punto, significa che sei una vera scrittrice/un vero scrittore, indipendentemente da ciò che decidi: congratulazioni per questo traguardo.

E ora, vorresti continuare a essere un vero scrittore/una vera scrittrice?

Allora girati e torna al lavoro.

Jemisin ritira il Premio Hugo nel 2018. E il suo discorso è un’altra roba forte.

Articolo orginale qui: NaNoWriMo – Pep talk from N. K. Jemisin

Buon Anno e buoni abissi!

 

#25novembre – Ancora sul femminicidio…

Parlando di genere, di violenza e di narrazioni, in questi ultimi anni ci sono stati molti cambiamenti, sia nella mentalità generale, sia nei discorsi mainstream, sia (conseguentemente) nella fantascienza.

Ci piace ricordare, in questo giorno dedicato alla consapevolezza e alla lotta contro la violenza sulle donne da parte degli uomini, che all’interno del fandom siamo state tra le prime ad aprire la questione delle narrazioni di genere, e a ricollegarci esplicitamente al femminismo contemporaneo e ai temi di genere più scottanti, occupandoci in particolare di una parola: “femminicidio”.

Qualcuno sostiene che la fantascienza non deve essere politica, che non deve occuparsi di attualità.
Noi la pensiamo diversamente.

Ecco il primo post che pubblicammo in merito: La fantascienza delle donne italiane, il femminicidio e altre amenità.

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